ino Paternostro

17 Vincenzo SansoneFino a pochi anni fa, quello di “Nunzio” Vincenzo Sansone era uno dei tanti nomi di sindacalisti assassinati dalla mafia in Sicilia, di cui non si sapeva quasi nulla. Eppure, di questo giovane che non aveva ancora compiuto 38 anni, caduto sotto i colpi della lupara la sera del 13 febbraio 1947, in un tratto di strada tra Villabate e Portella di mare, qualcuno aveva già scritto.
Questa storia dimenticata l’aveva raccontata il prof. Edoardo Salmeri in un suo libro: «Povero Vincenzo Sansone! Gli dedicai dei versi nel nostalgico ricordo degli anni giovanili, dell’età dei lieti sogni, delle grandi speranze, dei lontani orizzonti, delle lusinghiere promesse, di cui a lungo parlavamo nelle passeggiate pomeridiane per le solitarie strade di campagna, tra i verdi agrumeti abbondanti di arance e di limoni. Conversavamo di un mondo migliore, di un’umanità più felice. Invano egli l’aspettò l’età sognata. La sorte fu avara con lui. L’avevo conosciuto in una particolare circostanza, in occasione del passaggio del Duce per Villabate.
Quando la macchina dell’alto Capo del Fascismo si fermò per un istante sulla strada per ricevere dalle autorità del paese l’omaggio di un folto ramo di arance, egli, giovane studente, corse verso l’eminente personaggio per porgergli una lettera. Tosto l’aperta vettura si mise in moto e l’audace giovane corse dietro di essa, tendendo la mano. Fu trattenuto dalla forza pubblica, che non solo gli impedì di consegnare la lettera, ma cominciò a malmenarlo come un malfattore. Quindi, messegli le manette, lo trascinò verso la caserma, tempestandolo brutalmente di pugni e di calci […]. Il fatto è che l’indomani l’infelice giovane, carico di catene, fu trasportato all’Ucciardone di Palermo. Io lo vidi alla stazione ferroviaria di Villabate: sedeva desolato, piangente su un banco della sala d’aspetto tra due carabinieri di scorta. Sembrava Cristo sulla croce tra i due ladroni. Lo guardai con una profonda espressione di pietà. Egli se ne accorse e, quando uscì dal carcere dopo qualche mese di prigione, si ricordò di me, della mia muta compassione. Ci legammo di fraterna amicizia».
Salmeri si chiese cosa potesse avere scritto il giovane Sansone in quella lettera, che a tutti i costi voleva consegnare a Mussolini, in visita a Villabate nel maggio del 1924. «Non glielo chiesi mai – rispose -. Era una domanda di sussidio per continuare gli studi o era ben altro? Si sospettò che fosse una denuncia contro la sotterranea mafia villabatese, che, repressa, sopravviveva nell’ombra. Non si seppe mai nulla».
Certamente, però, si capì subito di che pasta fosse fatto il giovane Sansone, che nel mentre era riuscito a laurearsi in lettere. Caduto il fascismo, infatti, aderì al Partito comunista, fondò la Camera del lavoro e cominciò ad organizzare i braccianti agricoli addetti alla raccolta degli agrumi. Pare che stesse anche dando vita ad una cooperativa agricola. Ma non fece in tempo.
Ci racconta ancora il prof. Salmeri: «Anche Villabate ebbe il suo martire: Vincenzo Sansone, mio compagno di partito, fedele collaboratore, che aveva cercato di fondare una cooperativa agricola. La mafia del paese lo eliminò crudelmente, freddandolo a colpi di lupara all’uscita dall’abitato, mentre percorreva il tratto solitario che divide Villabate dal borgo di Portella di Mare. Lo uccisero nella sera, mentre rincasava, proprio come il padre del Pascoli. Ci eravamo appena separati. Io appresi la notizia della sua morte l’indomani […] A duecento metri da casa mia c’era un gruppo di gente con la polizia, che piantonava il corpo dell’ucciso. Ricordai allora come la sera prima, appena rientrato, avevo sentito dei colpi di fucile. Non vi avevo dato importanza, credendo che fossero spari di cacciatore. Non avevo sospettato per nulla che in quel momento il mio povero amico e compagno fosse caduto sotto il piombo della mafia. Non immaginavo che quella sanguinaria associazione criminale sarebbe stata capace di commettere un tale efferato delitto.
A chi faceva male il povero Vincenzo Sansone, insegnante di lettere, che nella sua gioventù aveva tanto lottato contro la povertà, sopportando dure prove e umilianti privazioni? Egli che conosceva la triste indigenza, voleva riscattare le masse operaie e contadine dalla loro miseria, dall’abiezione materiale e morale in cui esse vivevano nel prolungato servaggio dei tempi, ma era stato stroncato dalla mafia, da quella cosiddetta “onorata società” che si arrogava il vanto di interpretare gli ideali di giustizia dell’antica setta dei Beati Paoli, e invece salvaguardava gli interessi del baronato e degli agrari, degli sfruttatori, del lavoro umano. Ecco perché la mafia l’aveva ucciso». Per questo delitto, come di consueto, nessuno pagò. Fu incriminato, come racconta il Giornale L’Ora, il mafioso Giovanni Di Peri, ma venne prosciolto in istruttoria. Il Di Peri era il titolare dell’autolavaggio che nella notte tra 29 e il 30 giugno 1963 venne interessato dallo scoppio della cosiddetta “Giulietta al tritolo”.
Questa tragica vicenda è stata raccontata il 12 febbraio 2016 dalla viva voce dei familiari di Sansone agli studenti delle scuole di Villabate, presenti nella sala della biblioteca comunale “E. Salmeri” alla manifestazione organizzata dalla Cgil di Palermo, dal comune di Villabate e dal Centro “Pio La Torre”, dove, per la prima volta, è stato ricordato il sindacalista. «In famiglia non si parlò più della sua morte – ha detto il nipote Vincenzo Sansone, che porta lo stesso nome dello zio -. La nonna, che era rimasta vedova da poco, aveva altri 7 figli e tanta paura. Sansone fu così dimenticato da tutto il paese. Da bambino di questo zio, di cui porto, il nome ho saputo qualcosa dai racconti di mia nonna. C’è molto ancora da approfondire sulle dinamiche e sui motivi di questo delitto. La luce che si sta cominciando a fare oggi speriamo contribuisca a riscrivere la verità».
«Era un punto di riferimento per tutto il popolo, una persona altruista, buona, generosissima – ha aggiunto un’altra nipote, Giuseppina Sansone -.  Fondò la Camera del Lavoro di Villabate, che presto diventò il luogo dove la gente poteva trovare una risposta ai propri bisogni. In quegli anni di guerra e di miseria, coi bambini che camminavano scalzi per strada, inviò una lettera chiedendo gli aiuti del Piano Marshall, viveri, vestiario e soldi per i familiari dei morti in guerra. Quando arrivarono i vagoni carichi di beni, quelli che comandavano in paese pretesero di impossessarsi della roba. Mio zio, che lottava per il bene di tutti, fu minacciato e allontanato». «
Lo zio Vincenzo – ha concluso – aveva un solo abito, che indossava in estate e in inverno. E quando si strappava, lui copriva lo strappo con uno scialle. E andava in giro così, coperto con lo scialle della nonna. Ha condotto la sua vita per i poveri e per gli orfani». «Ricordo benissimo quando avvenne questo omicidio – ha detto da parte sua il dott. Vincenzo Oliveri, sindaco di Villabate ed ex presidente della Corte d’appello di Palermo –. Ci fu una specie di sommossa, tutti volevano capire cosa fosse successo. Sansone organizzava i lavoratori della campagna per la raccolta degli agrumi. Aveva un grande consenso e questo dava fastidio ai mafiosi, in un periodo storico in cui tutti erano ossequiosi con loro. A chi si opponeva, facevano radere al suolo tutti gli alberi. Una delle ipotesi fu che avesse pestato i piedi a qualche proprietario terriero».
Il 4 aprile 2017, il comune di Villabate, in occasione del 70° anniversario dell’assassinio del sindacalista, organizzato con la Cgil di Palermo e il Centro “Pio La Torre”, ha dedicato a Vincenzo Sansone una targa, posta in uno spazio a verde, lungo il corso principale, in prossimità del luogo dove è stato assassinato. Il 13 febbraio 2019 gli è stata dedicata una via a Palermo, nell’ambito del “progetto memoria” della Cgil e dell’amministrazione del comune
capoluogo

Fonte mafie blog autore repubblica

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