Oggi, nell’aula bunker del tribunale di Caltanissetta, si è svolta un’udienza dell’appello del processo che si celebra, col rito abbreviato, davanti alla Corte d’Appello presieduta da Andreina Occhipinti, a carico dell’ex presidente di Confindustria Sicilia, Antonello Montante. L’ex ‘padrino dell’antimafia’, come si ricorderà, è stato condannato in primo grado a 14 anni di reclusione, perché ritenuto il capo di un’associazione a delinquere dedita, tra l’altro, per lungo tempo, alla corruzione ed allo spionaggio. Il primo dei due testi della difesa ad essere stato sentito è un consulente medico, peraltro indagato per falso dalla Procura di Caltanissetta, che ha tentato di dimostrare che alcune turbe psichiche di cui era affetto il Montante, in modo particolare dal marzo al 9 maggio del 2019, giorno del suo verdetto di condanna in primo grado, gli avrebbero impedito di partecipare attivamente al processo a suo carico. Contrariamente a quanto sostenuto dai consulenti medici del Tribunale, i quali avevano sostenuto che il Montante era perfettamente in grado di intendere e di volere. Tant’è vero ciò che già nel 2018, quando fu arrestato, aveva inviato in Cassazione una corposa memoria, vergata di suo pugno, con cui ha tentato di ricusare l’intero tribunale di Caltanissetta, in quanto tutti i magistrati della sede giudiziaria nissena, a suo parere, erano incompatibili, perché avevano cooperato con lui in molte attività investigative e giudiziarie. Si è trattato dell’ennesimo tentativo, ancora una volta respinto dal Procuratore Generale, di fare annullare la sentenza di condanna in primo grado, a causa dell’infermità mentale del Montante, che oggi ha peraltro assistito all’intera udienza, protrattasi sino ad oltre le quattro del pomeriggio. Poi è stata la volta di un interrogatorio durato oltre quattro ore. È stato sentito un imputato chiave. Si tratta dell’ex poliziotto Diego Di Simone Perricone, anche lui condannato, a sei anni e quattro mesi, per avere passato, per oltre sette anni consecutivi, delle notizie riservate a Montante, attinte abusivamente da due suoi ex colleghi, De Angelis e Graceffa. Notizie ‘rubate’ dallo SDI, il sistema informativo del Ministero dell’Interno e da altre banche dati, che riguardano le vicende personali e giudiziarie dei ‘nemici’ di Confindustria, compresi mafiosi e pentiti.

Dopo i suoi trascorsi in Polizia, il Di Simone ha detto che, grazie all’intercessione ed alle referenze dei suoi superiori, e tra questi l’ex questore ed ex prefetto Caruso, ma anche grazie ai buoni uffici dell’ex procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, è diventato capo della Security di Confindustria, ai tempi in cui la presidente era Emma Marcegaglia. Da quel momento il suo destino si lega, in maniera indissolubile, a quello di Antonello Montante, che nel frattempo diventa anche delegato nazionale per la legalità di Confindustria. I due praticamente interagiscono all’unisono con i vertici dello Stato, compresi ovviamente tutti quanti i vertici della magistratura, delle forze dell’ordine e dei servizi segreti. Si raccordano con i vari capi di Governo e con tutti i dicasteri ministeriali; nonché, ovviamente, dulcis in fundo, con il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, e persino con gli ultimi due Papi. Insomma, il racconto di De Simone, che  sembrava un fiume in piena, è stato una sorta di riviviscenza della teoria medievale dei due soli. Quando il Papa e l’Imperatore, ad un certo punto, si misero d’accordo e decisero che entrambi potevano tranquillamente brillare di luce propria. Anche se a noi è sembrato che, in modo particolare il Montante, si era forse un po’ troppo montato la testa. Aveva forse maturato il convincimento che, in fin dei conti, considerato che tutti i massimi rappresentanti dello Stato erano al suo servizio, cadevano letteralmente ai suoi piedi, in realtà lui era una specie di redivivo Luigi XIV°. Vi ricordate come si faceva chiamare? Il Re Sole! E dopo avere accentrato tutto quanto attorno a sé, nella reggia di Versailles, cosa  esclamava? Ma naturalmente L’état, c’est moi, (“Lo Stato sono io“)! Nel nostro caso la reggia di Montante era Confindustria. Ma poi perché dobbiamo continuare a subire anche un’ulteriore condanna: da quando è stato scoperto il ‘sistema Montante’, abbiamo sempre sentito la stessa musica. Ci vogliono convincere che era giusto che le istituzioni democratiche dovevano continuare ad essere un inutile optional, un marginale orpello. Così come avveniva, grazie al cosiddetto nuovo corso di  Confindustria, inaugurato dalla Marcegaglia. Ci continuano a stonare il cervello, ripetendoci che era altrettanto giusto che due semplici privati cittadini, Di Simone e Montante, dovevano continuare a tenere in ostaggio anche le più alte cariche dello Stato, utilizzando l’arma del ricatto, attraverso un’intensa attività di  dossieraggio ed avvalendosi anche di speciali truppe paramilitari, reclutate, se necessario, anche all’occorrenza. Si è trattato di un vero e proprio golpe militare. Qualcosa di analogo è riscontrabile, specie negli anni Settanta, nei regimi Sudamericani. Come se per  più di un decennio, i nostri due depositari del potere confindustriale, e quindi di tutti i poteri dello Stato, fossero stati chiamati a vegliare su un’intera nazione, prodigandosi nell’ingrato compito di sorvegliare su tutto e su tutti. Erano stati scelti, soprattutto per  colpire, a colpi di dossier pirata, i ‘nemici’ storici della legalità e coloro i quali delegittimavano i cosiddetti ‘apostoli dell’antimafia’ di Confindustria. I bersagli da colpire erano scelti a loro insindacabile giudizio. Per questa loro mission agivano di concerto con ministri, procuratori nazionali antimafia, dirigenti nazionali dei servizi segreti, procuratori della repubblica, presidenti di tribunali e di corti d’appello, prefetti, questori, generali, colonnelli, capitani, tenenti, sottufficiali e secondini. Tutti quanti, sempre secondo quanto ha sostenuto il Di Simone Perricone, obbedivano ciecamente agli ordini di Confindustria. Il tutto sembra strano, paradossale e sconvolgente ma è quanto ha riferito il Di Simone, stranamente, rispondendo alle domande dell’avvocato di Montante, Carlo Taormina. Addirittura, il Taormina, ha fatto cenno al fatto che si pensò di garantire il libero accesso a Confindustria alle banche date riservate del Ministero dell’Interno. Il Taormina più che un avvocato della difesa, ad un certo punto, ci ha confuso le idee, tanto da apparire piuttosto una sorta di pubblico ministero, col compito di coinvolgere nel processo tutti i supporter istituzionali di Montante, magistrati compresi. E noi accettiamo la sfida e sempre sulla falsa riga di quanto sostenuto dal Taormina, peraltro in più di un’udienza, con l’intento di richiamare alle loro responsabilità quanti hanno sostenuto e fatto crescere il sistema di potere perverso creato dal suo assistito, gli ricordiamo un interessante episodio. Nel corso di un convegno del 2014, davanti a decine di prefetti, alti esponenti delle forze dell’ordine, parlamentari e ministri della Repubblica, fu il Montante in persona che disse, pubblicamente, che dopo avere incassato i nullaosta favorevoli dei Ministeri della Giustizia e dell’Interno, era necessario fare approvare un decreto, dal Ministero dell’Economia, per consentire il rilascio, non più alle prefetture, ma direttamente a Confindustria, delle certificazioni antimafia; visto che già era lui a stilare le black list e le white list, che servivano per escludere o favorire le imprese.Tali liste di proscrizione, giova ricordarlo, riguardano tutte quante le aziende che intendono aggiudicarsi dei lavori o la fornitura di beni e servizi pubblici, ma anche dei lavori e delle forniture di beni e servizi privati. In poche parole Confindustria, di fatto, nel 2014 era da anni che aveva già potere di vita o di morte non solo sulle imprese, ma anche su tutti quanti gli enti, compresi i comuni da fare sciogliere per mafia, più o meno giustamente. Peccato che il 9 febbraio 2015 viene notificato al Montante un avviso di garanzia anche, e non solo, per concorso esterno in associazione mafiosa. Confindustria, come del resto ha ribadito anche lo stesso Di Simone nell’udienza di oggi, era l’unica associazione privata in Italia, che siedeva nei Comitati di Sicurezza ed Ordine Pubblico e che decideva, assieme al Ministero dell’Interno, ai prefetti ed ai magistrati, tutte quante le misure di prevenzione antimafia. Compresi i sequestri e le confische di beni e la loro successiva amministrazione giudiziaria, visto che il Montante era stato anche nominato componente dell’Agenzia nazionale per la gestione dei beni confiscati. Da dentro i comitati per la sicurezza e l’ordine pubblico il parere di Confindustria era inoltre tenuto, in debita considerazione, per avviare le procedure di scioglimento dei Comuni, spesso per delle inesistenti infiltrazioni mafiose e per nominare magari dei commissari prefettizi più o meno addomesticabili, in sostituzione di sindaci e consigli comunali ribelli, sciolti per favorire determinate lobby d’interesse. Siculiana, Augusta, Scicli, Vittoria o Misterbianco, tanto per non parlare di Racalmuto, sono soltanto alcuni esempi di come funziona il ‘sistema’. E non mi riferisco solo al ‘sistema Montante’. In altri termini, grazie anche a Montante, pare che Confindustria, attenendoci sempre allo sconvolgente racconto del Di Simone Perricone, si era sostituita allo Stato, in tutto e per tutto. Quindi, possiamo  acclarare che oggi tutto ciò è stato ribadito. E per giunta direttamente da un imputato,  reo confesso e, come detto, peraltro già condannato. Questa triste verità è emersa dunque, ancora una volta, dentro un’aula di tribunale. Abbiamo avuto l’ennesima conferma che i protagonisti dell’esercizio di questo micidiale potere eversivo, sempre stando a quanto ha fatto chiaramente intendere il Di Simone oggi, erano lui e Montante; e che agivano in nome e per conto di Confindustria. Erano stati infatti incaricati, con ruoli diversi, di fare pulizia e giustizia, al posto dello Stato, dentro le istituzioni pubbliche, dentro tutti gli enti pubblici, oltre che dentro le aziende pubbliche e private. Erano due specie, tutte particolari, di giustizieri. Non a caso, tutto quanto facevano, era filtrato e condizionato da una loro capillare attività di intelligence, o per meglio dire di capillare spionaggio. L’avventura di Di Simone, dentro Confindustria, è iniziata all’epoca delle operazioni di polizia contro la ndrangheta in Calabria, ai tempi di Pignatone. Quelle inchieste giudiziarie calabresi, sempre secondo quanto riferito dal Di Simone Perricone, sono state concertate ed eseguite, dall’allora Procuratore della Repubblica Giuseppe Pignatone, assieme ai probiviri di Confindustria, e tra questi Matarrese, ma soprattutto grazie al suo determinante apporto investigativo ed operativo. Il Di Simone, sin da allora, sin dai suoi esordi nelle vesti di capo della sicurezza di Confindustria, si è distinto per le sue capacità di andare oltre, di utilizzare ogni mezzo per difendere l’Associazione degli industriali che lo aveva reclutato. Ha dimostrato cioè che era disposto a tutto, per dimostrare la sua fedeltà alla causa. Quando bisognava difendere alcuni paladini dell’antimafia e della legalità lui era sempre presente in prima linea. Pronto a spendersi ad ogni costo, non solo contro i mafiosi o gli ndranghetisti, ma anche contro i giornalisti, i blogger, i politici, i funzionari pubblici, ma anche quei magistrati od esponenti delle forze dell’ordine che osavano mettere in discussione il potere assoluto di Confindustria o, più semplicemente, che criticavano i suoi dirigenti. Da bravo soldato, fedele e ben addestrato, lui eseguiva gli ordini che gli venivano impartiti dai vertici di Confindustria, cercando ogni informazione, possibile ed immaginabile, anche quelle più urticanti e pruriginose, con ogni mezzo lecito od illecito. Informazioni che poi venivano sistematicamente utilizzate contro gli avversari ed i nemici da abbattare. E non gli importava minimamente se tutto quello che era chiamato a fare era giusto o sbagliato, se era legale o illegale. Bisognava solo obbedire e combattere. E guai a chi sgarrava.

 

One thought on “Processo Montante. Il capo della security, Di Simone Perricone: ‘noi di Confindustria eravamo lo Stato. Contro la ndrangheta ci occupavamo anche delle indagini per conto dell’allora Procuratore Pignatone’”

  1. Per correttezza di informazione bisogna chiarire che la vicenda ha origine e prende le mosse dall’articolo a firma di Attilio Bolzoni pubblicato sul giornale “Domani” il 12 febbraio u.s. dal titolo “Il potere infinito di Montante e la “la mafia di ritorno”. Questo articolo viene ripreso dal blog Italyflash rispettivamente il 12 marzo u.s. con la pubblicazione dal titolo: “Processo Montante. Il Capo della Security Di Simone Perricone: “Noi di Confindustria eravamo lo Stato. Contro la Ndrangheta ci occupavamo anche delle indagini per conto dell’allora Procuratore Pignatone”.
    Ritengo necessario segnalare che quanto scritto dal giornalista Bolzoni nel paragrafo intitolato “La manina amica” e più precisamente nella parte nella quale mi vengono attribuite delle espressioni che io avrei profferito in sede di esame processuale innazia alla Corte d’Appello di Caltanissetta, risultano infondate, dai chiari connotati attribuibili all’illazione, finalizzate probabilmente a catturare l’attenzione del lettore.
    Il passaggio dell’articolo di Bolzoni dal quale discene poi l’articolo di Italyflash a cui ho fatto riferimento è privo di qualsivoglia fondamento e riscontro. L’espressione che mi viene attribuita da Bolzoni: «In Calabria le indagini sulla ‘Ndrangheta le facevamo noi per conto dell’allora procuratore capo Giuseppe Pignatone» è priva di qualsivoglia riscontro negli atti giudiziari della Procura di Caltanissetta.
    Io non ho mai utilizzato questa espressione, né tanto meno concetti che potessero accostarsi a questa affermazione che è una vera e propria falsità.
    A suffragio di quanto asserito vi invito a leggere le pagine della fonoregistrazione afferente il mio esame innanzi alla Corte d’Appello di Caltanissetta I Sezione Penale del 12 marzo 2021 a cui è stato fatto preciso richiamo. All’uopo non troverete un solo passaggio che possa avere attinenza con quanto scritto in origine da Bolzoni, quindi dal blog ItalyFlash.
    Concludo dicendo per completezza di informazione, che per tale vicenda ho formalizzato atto di querela a carico di Attilio Bolzoni presso la Procura della Repubblica di Roma.
    Quindi ho affidato al PM assegnatario del fascicolo procedimentale di valutare l’entità delle responsabilità penali del giornalista.
    L’informazione generalista, mancando di contenuti squisitamente tecnici e dei necessari riscontri spesso punta ai grandi titoli ad effetto che fanno audience, ma senza dubbio forniscono ai lettori poca, pochissima buona informazione.
    Distintamente
    Dott. Diego Di Simone Perricone

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