Pietro Cavallotti, l’odissea di Maniaci per avere sollevato il caso Saguto e le ingiuste confische e gestioni dei beni confiscati…

Era il 2014 quando ho conosciuto Pino Maniaci. Sembra passata una vita. Da allora molte cose sono cambiate, altre sono rimaste maledettamente le stesse.

In quell’anno fioccavano i sequestri e le confische. La sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo era considerata il fiore all’occhiello, l’avanguadia, la punta di diamanti della lotta alla mafia, quella dura e pura. I giornali magnificavano come un mantra i successi messi a segno nella lotta, un po’ come al tempo del regime si faceva per rafforzare la dittatura.

A capo di quell’importante “presidio di legalità” vi era la più dura e integerrima di tutti i giudici: Silvana Saguto. Con un semplice tratto di penna, la giudice, insieme ai suoi colleghi, poteva segnare il confine tra la vita e la morte di intere famiglie. Con un semplice tratto di penna si potevano (e si possono tutt’ora) confiscare per sempre interi patrimoni costruiti in più generazioni. Il tutto senza prove. Tale è il potere spaventoso dei giudici delle misure di prevenzione.

In udienza le bastava alzare un poco la voce per silenziare gli avvocati e talvolta era sufficiente un semplice sguardo, un battito di ciglia.

Convegni, barche e barchette della legalità, giornate di studio, commemorazioni, aperitivi con l’amica Prefetto, audizioni in Commissione. Tutti ascoltavano il sacro verbo e a lei tutti si rivolgevano in cerca di conforto e lavoro, tutti in fila al piano terra del palazzo nuovo del Tribunale.

Sequestri fatti senza prove, incarichi assegnati a fiducia, posti di lavoro per tutti, nessuna responsabilità in caso di fallimento delle aziende. Del resto, chiusa un’azienda se ne sequestava un’altra.

Io l’ho provata l'”efficienza” del sistema delle misure di prevenzione. E posso dire, senza timore di essere smentito, di avere visto cose che un comune mortale non potrebbe nemmeno immaginare.

Per chi varcava la soglia della sezione, la scritta “la legge è uguale per tutti” si leggeva “lasciate ogne speranza voi ch’intrate”.

Ai sequestri fatti sulla base di semplici sospetti seguivano perizie che duravano anni, udienze che cominciavano con ore e ore di ritardo, famiglie buttate in mezzo alla strada, posti di lavoro persi, vite distrutte, sogni infranti.

L’altro lato della medaglia era il benessere dei cosiddetti quotini, personaggi in cerca di autore che potevano entrare nel mondo aureo delle misure di prevenzione solo grazie alla loro “impermeabilità alla mafia”, certificata dalla raccomandazione di amici, parenti e colleghi.

Gli esposti e i procedimenti disciplinari venivano insabbiati. Una mano lavava l’altra e tutte e due lavavano la faccia.

Chi mai poteva di mettere in discussione un sistema così “efficiente”? Solo “quello stronzo di TeleJato”. Lui che la lotta alla mafia l’aveva fatta per davvero cominciò a picconare il muro fatto di omertà e apparenze dietro il quale si trincerava il vero volto di un sistema profondamente malato che mieteva vittime indistamente tra mafiosi veri e innocenti cittadini. Una macchina infernale che non si permetteva la sottiglienza, diciamo pure il lusso, di distinguere tra gli uni e gli altri.

Ecco, per tutti noi innocenti dannati, per tutti coloro che erano stati condannati prima del processo e saccheggiati in attesa di un giudizio già scritto, Pino ha portato in un mondo buio la luce della speranza: la speranza che qualcuno potesse ascoltare il grido di innocenti che imploravano aiuto, la speranza che qualcuno potesse porre fine al massacro, la speranza che qualcuno potesse fare giustizia. Era speranza di giustizia contro la certezza dell’ingiustizia.

Quello stronzo di TeleJato cominciò a dare fastidio, e sotto il colpi del suo piccone quel muro cominciò a cedere. Pino il picconatore, poiché speranza, era diventato per quei paldini una vera e propria ossessione, un chiodo fisso.

Grazie a Pino arrivarono Le Iene che, per la prima volta nella storia, misero a nudo davanti all’Italia le vergogne di Cosa Loro, i misfatti di cui tutti gli addetti ai lavori erano a conoscenza da sempre.

Credo che il primo servizio delle Iene, dedicato proprio alla vicenda giudiziaria della mia famiglia, segnò un punto di non ritorno, uno scarto qualitativo che aveva innescato un processo che avrebbe raggiunto il suo apice nella caduta del regime.

Dopo quel servizio, qualche saggio consigliere commentava che la pressione mediatica si sarebbe allentata solo con l’arresto di Pino. Biognava stare tranquilli e aspettare. Aspettare cosa? Querelarlo o no? Replicare o no? Questi erano i dilemmi. Ma chi ha il potere supremo, per silenziare un giornalista scomodo, può usare strumenti che un normale cittadino non ha.

Così, solo per una strana coincidenza, Pino fu colpito da un’accusa infamante e scaraventato nel girone infernale del processo penale, girone parallelo a quello delle misure di prevenzione che lui aveva contestato. Persino un video falso hanno costruito per fotterlo. Quell’accusa oggi si è sciolta come neve al sole mentre il muro di omertà, sebbene scalfito, resiste ancora agli urti della verità e ai pugni a mani nude dei cittadini che chiedono giustizia.

Pino è stato il pimo che ha dato voce a me e alla mia famiglia. Il primo che, prima di giudicare, ha letto le carte. Se oggi quel regime è caduto, se oggi in molti hanno ottenuto ciò che rimane dei loro beni, è merito suo.

L’assoluzione di ieri non è altro che il riconoscimento di una verità evidente.

Oggi i paladini sono stati condannati mentre chi li ha smascherati è stato assolto e le vittime sacrificali del sistema, come stabilito da altri giudici, non c’entravano nulla con la mafia.

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