CLAMOROSO: IL GIUDICE ANTONIO GENNA TRASMETTE GLI ATTI PER PROCEDERSI A CARICO DI GIOVANNI GIUDICE PER FALSA TESTIMONIANZA E CALUNNIA IN DANNO DI GIUSEPPE ARNONE.

DEPOSITATA LA SENTENZA DI ASSOLUZIONE A FAVORE DI GIUSEPPE ARNONE, DENUNZIATO PER OLTRAGGIO DALL’EX VICE QUESTORE CAPO DELL’ANTICRIMINE GIOVANNI GIUDICE, IL TRIBUNALE CHIEDE CHE VENGA PROCESSATO L’ACCUSATORE GIOVANNI GIUDICE

Nota Stampa.

La Sentenza integrale, con le motivazioni, divenuta ormai irrevocabile, evidenziando i passaggi, di notevole interesse per l’opinione pubblica, che documentano la clamorosa iniziativa del Tribunale di trasmettere gli Atti alla Procura per chiedere che si proceda nei confronti dell’assai discusso e pluri inquisito Vice Questore Giovanni Giudice.

Il Tribunale di Agrigento ricostruisce in modo preciso i reati – numerosi – commessi da Giovanni Giudice il 30 settembre 2015 in danno di Giuseppe Arnone, aggredendolo all’interno del proprio studio legale di via Mazzini 148, e quindi inseguendolo, con minacce e violenze, sul marciapiede antistante lo studio medesimo, sito com’è noto avanti al Palazzo di Giustizia.

Nella penultima pagina della Sentenza, il Giudice Antonio Genna così scrive:” Il riscontro di oggettivi e decisivi contrasti che emergono dal contenuto della deposizione del teste Giudice Giovanni rispetto alle evidenza documentali e alle altre testimonianze, come in particolare evidenziato a pagina 28 della presente motivazione, impone, infine ex art. 207 comma 2 CPP, la trasmissione degli atti al Pubblico Ministero per le proprie determinazioni in ordine alle ipotesi di reato perciò ravvisabili a carico del teste anzidetto”. Di conseguenza non VI E’ DUBBIO ALCUNO per il Tribunale che, da un lato Giuseppe Arnone non ha mai oltraggiato Giovanni Giudice e dall’altro invece Giovanni Giudice ha spudoratamente mentito avanti al Tribunale e calunniato Arnone nella denunzia da cui è nato il processo testè concluso.

A pagina 28 della sentenza il Tribunale scrive che “la visione e l’ascolto… delle video riprese delle convulse fasi della vicenda consente di constatare che effettivamente la ricostruzione illustrata dall’imputato Giuseppe Arnone corrisponde a quanto oggettivamente documentato”.

In tale pagina 28 il Tribunale pone in evidenza che nel video “si vede e si sente l’Avvocatessa Principato, collega di studio dell’Arnone a invitare con toni accorati e allarmati i poliziotti ad uscire dall’appartamento privato dell’Arnone e a desistere dal blitz che stanno irritualmente compiendo all’interno dello studio legale, data l’assenza, pacificamente riconosciuta e ammessa anche in dibattimento da Giovanni Giudice, di qualunque presupposto giuridico o titolo legittimante a procedere… ad attività invasive dirette nei confronti del domicilio e della persona dell’Arnone”.

Come si comprende il Tribunale di Agrigento sancisce che Giovanni Giudice e la complice Ispettrice Volpe si sono illecitamente introdotti – per di più con armi e videocamere – dentro lo studio di Arnone aggredendo pure fisicamente lo stesso legale. E nel passaggio che segue il Giudicante scrive “Non corrisponde, quindi, a verità quanto affermato nella sua deposizione dal teste Giudice, il quale asserisce che la frase incriminata (Lei cu minchia è?) sarebbe stata proferita dall’imputato inopinatamente e immediatamente di primo acchito allorquando il funzionario si presento davanti a lui per la prima volta quella mattina;

A seguire il Tribunale precisa che “Nelle riprese in atti la frase incriminata (Lei cu minchia è?) si colloca immediatamente dopo il minuto 7 della durata complessiva del filmato”.

Si invitano i Signori giornalisti a leggere soprattutto le ultime pagine della Sentenza. Sulla base della Sentenza si porranno adesso in essere varie attività di cui si darà successivamente notizia alla Stampa.

Si rimarca che adesso si fornisce alla Stampa un importantissimo atto ufficiale, ovvero Sentenza irrevocabile.

Agrigento, 16 aprile 2021, Avv.ssa Daniela Principato.

Riguardo a Giovanni Giudice giova ricordare quanto riportato negli atti di conclusione delle indagini, dalla Procura di Caltanissetta, relativi al suo coinvolgimento nell’inchiesta relativa alla famiglia Luca di Gela, titolare della più grossa concessionaria siciliana di auto di lusso e legata al clan mafioso dei Rinzivillo.

«Il ruolo del poliziotto Giovanni Giudice – ha specificato l’ex procuratore di Caltanissetta, Amedeo Bertone – è stato quello di vivere una situazione di assoluta compromissione della funzione pubblica nel senso che il funzionario risponde di reati come quello di corruzione, rivelazione di segreti d’ufficio e accesso abusivo nella banca dati dello Sdi. A richiesta o spontaneamente forniva notizie su indagini in corso e in cambio riceveva vantaggi nel prestito a lungo termine di autovetture di grossa cilindrata oppure nell’acquisto di autovetture a prezzi assolutamente inferiori a quelli di mercato e qualche altro favore come la permanenza in alberghi. Le intercettazioni ci restituiscono l’immagine di un gruppo contiguo non solo con la mafia nissena ma anche catanese. In una conversazione telefonica, un componente della famiglia Luca parlando con un esponente mafioso catanese, nel manifestare tutta la sua rabbia per come era stata gestita una pratica, si lamentava e pretendeva il rispetto perché avrebbe fatto “girare” tutta la mafia di Catania, dava cioè macchine in prestito per sfuggire ad eventuali intercettazioni».

Gianni Giudice avrebbe avuto a disposizione una carta di credito di una società gestita dalla famiglia Luca di Gela e con questa avrebbe pagato i pernottamenti in albergo. Avrebbe anche comprato automobili in concessionaria da Lucauto a prezzi irrisori, riconsegnandole e avendone in cambio una stima dell’usato maggiorata.

L’amicizia di Gianni Giudice con Montante

Gianni Giudice aveva fatto una raccomandazione ad Antonello Montante per l’assunzione di una persona. Rispetto a questo fatto fu solo sfiorato dalle indagini, ma mai coinvolto.

 

 

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