Algoritmo Immunitas: non si può ridurre un uomo alla sua cartella sanitaria 
Intervista a Francesco Serra di Cassano

Serra di Cassano, ieri ha presentato un libro che ha attratto un’attenzione estesa all’Europa, accumunata dal flagello della pandemia. Il titolo è suggestivo e forse anche inquietante: “Algoritmo Immunitas”. Che cosa vuole dirci e soprattutto da che cosa vuole metterci in guardia?
Il libro parte da una ricerca filosofica all’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli. “Dentro le tensioni della modernità” è scritto nel sottotitolo. Affronta la grande questione della rivoluzione digitale e dell’interconnessione uomo-macchina, incentrando l’attenzione su quello che oggi è diventato il tema dominante: la funzione di un algoritmo che in qualche modo si sostituisce all’autodeterminazione che da sempre accompagna la vita dell’uomo e la sua evoluzione. La nuova vita è predeterminata dalle macchine.

Algoritmo Immunitas è un libro, se ho capito bene, strettamente legato alla drammatica emergenza che stiamo tutti vivendo?
Il libro si sofferma su un tema di strettissima attualità quale è quello della biopolitica. Il paradigma immunitario nasconde il reale dentro quello che noi chiamiamo l’universo del reality. Un nuovo traguardo della dimensione dell’umanità che prevede il controllo assoluto e permanente di noi stessi per poter poi programmare i singoli istanti della nostra vita sull’unica base delle nostre pure necessità. Per farle un esempio concreto, dagli stimoli sessuali alle cure di cui ciascuno di noi ha bisogno, sono disponibili applicazioni che, congiungendosi con intelligenze artificiali, determinano lo sradicamento delle funzioni naturali dell’essere umano all’interno di processi che sono gestiti dalle macchine.
E dov’è, più nello specifico, il collegamento con l’attualità dominata dal Covid 19?
Lo si può intuire anche dal titolo del libro. E’ in atto una tendenza, anche da parte di chi ci governa, a considerare le politiche di salvaguardia della vita come centrali. Una visione sanitaria che assume come prioritarie la salvaguardia della vita e la sopravvivenza stessa della specie umana. C’è, però, un’obiezione di fondo, che nel libro viene approfondita. Noi siamo sempre stati abituati, sin da piccoli, dai medici e dalla medicina tradizionale, a sentirci dire che un abuso di antibiotici e di vaccini era un surplus artificiale che avrebbe irrimediabilmente compromesso le nostre difese immunitarie. Ora, invece, siamo di fronte a un conclamato eccesso di difese immunitarie che rischia veramente di indebolire le difese naturali e di creare un uomo nuovo. Un uomo predeterminato dalle macchine.
Secondo lei è una deriva pericolosa?
E’ una deriva pericolosa se, come peraltro appare probabile, le scelte saranno dettate da un nuovo integralismo. Le politiche della vita sono una cosa seria ma, nel caso di un eccesso nell’intervento delle macchine sull’uomo, il rischio è lo snaturamento della natura umana.
Provi a cambiare mestiere. Che cosa avrebbe fatto di diverso se a decidere fosse stato lei?
Noi facciamo una riflessione filosofica e non politica. Rispetto all’emergenza, al di là di questa o quella scelta, il problema è un altro. L’ultima grande pandemia della storia è stata l’influenza spagnola, che cento anni fa uccise milioni di persone in tutto il mondo, anche perché si era reduci dalla guerra mondiale e dalle carestie.  Quella pandemia si risolse naturalmente nel giro di due anni, pagando ovviamente un prezzo altissimo in termini di vite umane. Oggi, invece, la pandemia viene affrontata in modo radicale perché, come è giusto, la tutela della vita è un valore supremo che si è affermato dal dopoguerra in poi, in modo sempre più dirompente. Ma…
Ma?
Ma fra la protezione della vita e un eccesso della protezione della vita si frappongono, secondo me, alcuni scalini. La mia tesi è che per proteggere la vita non sia necessario separarla dall’ambiente naturale in cui si manifesta e si svolge. La tendenza è, invece, quella di ribadire in ogni istante: “Basta con la socialità controllata, bisogna isolarsi e creare isolamento”. Bill Gates lo teorizza apertamente. Secondo lui nella vita del futuro ci sarà meno spazio per i viaggi, gli abbracci, lo stare insieme. E’ un’immagine prospettica che non mi piace. Credo sia giusto adottare delle politiche di contenimento nel tempo ristretto dell’emergenza, ma poi bisogna pensare a come convivere con gli agenti patogeni per restare nel quadro naturale di una socialità diffusa. Oggi si tende ad esaltare l’insegnamento e il lavoro a distanza, che ti permettono di non muoverti da casa. Io credo che questo salto in avanti sia molto grave perché minimizza il rischio di una separazione sociale che lascerebbe, in primis, scoperti i ragazzi compromettendo la crescita di un pensiero critico.

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