Chi dice che con l’arte non si campa? La mafia castelvetranese grazie al traffico di opere archeologiche , ha fatto e ha fatto fare soldi a palate. Per decenni questo traffico ha ingrossato le casse del clan locale e dei suoi amici .La latitanza di Don Ciccio Messina Denaro e quella del figlio con quali soldi è stata fin qui sostenuta? Sono in tanti a Castelvetrano a sapere come funzionasse il ricco giro dei reperti trafugati dal territorio selinuntino. Dalle Cave di Cusa fin ad arrivare alle spiagge di Marinella, sono stati ritrovati dal dopo guerra in poi migliaia di reperti. Per molti anni furono “regalati”. L’ignoranza favoriva i furbi. poi qualcuno capì che quelle “bacareddi” valevano. Se ne accorse proprio Francesco Messina Denaro quando, nel 1963 trafugò l’Efebo dalla stanza del sindaco che usava “lu pupu” come porta cappello . Don Ciccio, capì che si potevano fare soldi. Serviva una rete di gente qualificata. Si narra in Paese che per molti anni Don Ciccio fece da mediatore tra chi si sporcava le mani a cercare i reperti e chi li doveva piazzare in giro per il mondo. Nessuno, tranne qualche diretto interessato, sa davvero cosa si sono fottuti questi bastardi. A Selinunte potrebbe esistere uno dei musei più grandi del mondo con tutto quello che è stato rubato. E invece, ci sono solo poche cose. L’altra vergogna sta nel fatto che, nonostante erano in molti a saperlo, forze dell’ordine altri chiudevano gli occhi. Solo il Prof. Tusa si preoccupò di arginare il fenomeno Questo furto continuo ha devasto Selinunte.

Piatto ricco mi ci ficco.

Cos’hanno in comune il Satiro Danzante e l’Efebo di Selinunte? Oltre all’origine greca e al medesimo incalcolabile valore artistico e monetario, il fatto che furono entrambi oggetto del desiderio di Cosa Nostra. Sì, perché la mafia, in particolare la famiglia Messina Denaro, sia sotto l’egemonia di Francesco (“don Ciccio”), che dell’attuale ricercato numero uno in Italia, suo figlio Matteo, ha sempre avuto per il patrimonio artistico nazionale un attrazione fatale. Conscia che con l’arte non si sfonda come con la droga ma ci paghi anche una buona fetta di latitanza e costi familiari. Un po’ perché la vendita dei reperti archeologici è stata tradizionalmente una fonte di guadagno per Cosa Nostra, un po’ perché le opere d’arte rendevano lo Stato ricattabile.

Giovanni Brusca, per esempio, su suggerimento diretto di Totò Riina, chiese aiuto proprio a Matteo Messina Denaro quando nei primi anni Novanta progettava di “procurarsi un importante reperto archeologico, che avrebbe voluto scambiare con lo Stato, per ottenere benefici carcerari per il padre”, ricostruiscono i magistrati della Dia di Palermo in un’informativa.
Don Ciccio, invece, nel 1963 diede ordine di rubare dal municipio di Castelvertano l’Efebo di Selinunte, poi rivenduto ad un ricettatore e recuperato dalle forze dell’ordine dopo un conflitto a fuoco in Emilia Romagna. Una storia mai chiarita fino in fondo.

A differenza di quella del Satiro Danzante, che vide protagonista Matteo, come rivelato nel 2005 dall’ex vigile urbano di Marsala, uomo d’onore poi pentito, Concetto Mariano. Secondo Mariano, l’allora numero due di Cosa Nostra (comandava ancora Riina) aveva pianificato ogni mossa, grazie alla complicità di un “picciotto”. La statuetta appena ripescata dalle acque dello Stretto di Messina, si trovava infatti custodita (poco e male) nel municipio di Mazara del Vallo. Al vigile urbano fu detto che “un amico” avrebbe fornito le chiavi della stanza. Fortunatamente quelle chiavi non arrivarono e il colpo saltò, scatenando la furia del boss. “Ci fece sapere che non ci avrebbe dato un soldo e che se ci fossimo lamentati saremmo finiti in un canale”, raccontò Mariano, riferendo l’ira di Matteo. Ma non diventi il capo di Cosa Nostra se ti fai abbattere dal primo inconveniente… tanto che fu preparato un secondo piano: un attacco in forze al municipio. Ma anche questo fallì, perché le debolissime misure di sicurezza del municipio furono rinforzate in vista dell’arrivo dell’allora ministro della Cultura, Walter Veltroni e il capolavoro di Prassitele si salvò.

L’Efebo di Selinunte.
Al di là dell’aneddotica, il depauperamento del patrimonio artistico nazionale ad opera della mafia è un’emorragia che non si è mai interrotta negli anni e che ha facilitato la latitanza di moltissimi boss. Come dimostrano le inchieste messe a segno dal Comando Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri in Sicilia. L’ultima di vaste proporzioni è stata “Demetra” del luglio 2018, condotta dalla Procura di Caltanissetta, che ha portato in carcere in Italia 23 persone ritenute responsabili, a vario titolo, di far parte di un’associazione per delinquere transnazionale dedita al traffico di reperti archeologici provento di scavi clandestini in Sicilia.

Un’indagine, gestita di concerto con Europol e Eurojust, che ha anche portato all’esecuzione di tre mandati di arresto europeo nei confronti dei componenti dell’organizzazione residenti a Londra, Ehningen (Germania) e Barcellona.

L’inchiesta, partita nel 2014, ha permesso di recuperare oltre 20 mila beni archeologici, per un valore di mercato superiore ai 40 milioni euro.

Parte dei reperti scavati in Sicilia – soprattutto nel Nisseno e nell’Agrigentino – venivano venduti a facoltosi collezionisti nel Nord Italia, assolutamente consapevoli della loro provenienza illecita. Altri, invece, prendevano la via del nord Europa: affidati a “corrieri”, arrivavano in Germania, dove venivano “ripuliti” grazie a fittizie attestazioni di provenienza e quindi immessi nel mercato legittimo dell’arte, attraverso alcune case d’asta di Monaco di Baviera.

William Veres nel documentario “The Hunt for Transylvanian Gold”. Da Viasat History
A capo della holding criminale il mercante d’arte londinese William Thomas Veres. Una vecchia conoscenza degli investigatori del mondo dell’arte. Fu lui infatti a vendere al finanziere miliardario Michael Steinhardt la “Phiala di Achyris”, una coppa d’oro massiccio trafugata dalla Sicilia e finita sul mercato grazie a falsi documenti rilasciati dalla Svizzera. Per questo Veres fu condannato a 22 mesi di carcere. La Phiala fu poi restituita al nostro Paese, anche perché la Corte Suprema Usa, interpellata sul caso, stabilì nel 1999 un precedente destinato a mutare le regole del mercato dell’arte Usa. I giudici decisero infatti che non fosse più possibile accettare certificazioni su opere d’arte emesse da paesi dai quali evidentemente queste non provenivano. Una decisione osteggiata violentemente dall’American Association of Museums e dalla Association of Art Museum Directors, perché si videro così limitare – di molto – il loro raggio d’azione, cioè l’acquisto di opere rubate.

I dati dei carabinieri

Secondo il report sull’ “Attività operativa 2018” del Nucleo Tutela Patrimonio Culturale dei Carabinieri, nel 2018:

i furti totali sono stati 474, contro i 419 del 2017 (il picco fu toccato nel 2012 con 891);
i beni totali rubati sono stati 8.405, in prevalenza libri (2.935), perché più facili da nascondere, poi dipinti/stampe, (2.202), quindi francobolli (1002). A proposito dei libri, vale la pena notare come spesso i carabinieri hanno recuperato volumi che non si sapeva esser stati rubati, perché, o non censiti, oppure nessuno si era accorto della loro sparizione;
il numero dei recuperi di beni antiquariali, archivistici e librari ha toccato quota 12.096;
i sequestri di beni archeologici sono quasi raddoppiati, passando dai 5.597 del 2017 ai 10.703 del 2018;
le persone arrestate sono state 34;
i soggetti deferiti in stato di libertà sono stati 1.195, dei quali 95 per associazione a delinquere.
Circa le regioni più colpite, svettano l’Emilia Romagna (73 colpi), la Lombardia (863) e il Lazio (53). I più saccheggiati sono stati i luoghi privati (3.670), gli archivi pubblici/privati (1.911) e i luoghi di culto (1.055). Diminuiscono invece i furti nei musei, -8,7% i reati, -42% negli oggetti trafugati.

Il report offre moltissimi altri dati interessanti, la cui lettura porta a un’unica conclusione: l’Italia viene regolarmente saccheggiata da bande organizzate di avvoltoi, spesso ramificate a livello internazionale e, solo l’impegno delle forze dell’ordine riesce a tamponare l’emorragia culturale.

Un altro problema, comune però a tutti gli ambiti della giustizia, è che spesso i processi si dilungano a dismisura, richiedono rogatorie internazionali e procedono a singhiozzo.

Emblematica, secondo gli inquirenti, è la vicenda di Castelvetrano .

Un sistema ben organizzato avrebbe consentito ai mafiosi locali e ai loro stretti amici, di immettere sul mercato internazionale , opere d’arte e reperti di valore storico–archeologico, per svariati miliardi delle vecchie lire( in Euro centinaia di milioni) . Il punto di primo stoccaggio, secondo le indagini, era in Svizzera. Da una città elvetica venivano smistate opere in mezzo mondo , con palate di soldi di guadagno per la cosca. Secondo gli investigatori, a Castelvetrano, per oltre un trentennio si sarebbero trafugato e commercializzato reperti artistici .Una buona parte di questo denaro è finito nelle mani dei Messina Denaro e di chi li aiutava in questo ricco giro. Questo traffico di soldi era già finito nelle informative dei Carabinieri negli anni 80. Stranamente, per decenni ,nessuno se ne preoccupò. Bisognerà attendere gli anni 2000 per la prima significativa azione investigativa su questa vergognosa attività. Appare evidente che la mafia castelvetranese e il comitato d’affari collegato con i beni artistici ha fatto soldi e anche affari. Soldi che magari sono sfuggiti ai sequestri. Probabilmente chi dice di possedere tanto, non è neanche tanto padrone. Questa montagna di soldi a qualcuno doveva andare.

Un altro aspetto strano di questa complessa vicenda rimane anche quello collegato agli acquisti di beni immobili di valore artistico e storico nel territorio castelvetranese. Poco si è indagato su gli aspetti immobiliari. La strana corsa all’acquisizione delle enormi proprietà della famiglia Pignatelli e di altri antichi palazzi nel corso degli anni è stata considerata marginale. Furono fatti Investimenti milionari lo scorso secolo e in concomitanza con questi traffici

Processi e indagini

Gli inquirenti scrivono :“A gestire le attività illegali legate agli scavi clandestini ci sarebbe stato l’anziano patriarca mafioso Francesco Messina Denaro, poi sostituito da suo figlio: l’odierno latitante Matteo”, e aggiungono, “lo svolgimento di un fiorentissimo traffico internazionale di reperti archeologici, di durata trentennale, è stato attestato nella sentenza emessa in data 10 febbraio 2011 dal GUP di Roma a carico di un noto imprenditore”. Già a partire dal 1979 un imprenditore castelvetranese fu più volte denunciato per detenzione illegale di reperti d’interesse storico artistico. Ma chi tra i pentiti conosceva bene i Messina Denaro afferma che “lu siccu” non amava giocare ad un solo tavolo. E’ pericoloso . Fu Matteo ad aprire il mercato ad altri facoltosi amici. Niente esclusive.

Nell’ambito di quelle indagini vennero sentiti i collaboratori di giustizia Angelo Siino, Giovanni Brusca e Francesco Geraci che confermarono il forte interesse dei Messina Denaro su questo fiorente mercato. I pentiti fecero intendere che i boss di Castelvetrano nutrivano relazioni importanti con la borghesia locale anche in virtù di questo ricco giro di opere. Il sistema degli scavi era controllato da Don Ciccio. Nessuno poteva scavare senza il suo permesso. La notte girava per controllare. Probabilmente, qualche reperto, se serviva alla famiglia mafiosa, rimaneva in zona. I favori si ricambiano. Gli avvocati costano. I politici pure. E magari con qualche medico bisogna disobbligarsi.

Geraci che con Matteo è cresciuto nello stesso quartiere, pentito credibile, sapeva come funzionava il sistema dei reperti archeologici e i nomi li ha fatti già nel 1996. Insomma, i reperti erano fonte di soldi e di baratto. In 30 anni di traffico indisturbato questa vergognosa “azienda” ha fatturato miliardi sotto gli occhi di molti. Sarebbe interessante capire che fine hanno fatto tutti sti quattrini. Ancora una volta torna in mente l’insegnamento di Falcone: “seguire i soldi”. Magari questo filone finanziario ci porta a scoprire gente che si da per ricca e possidente ma prima di spendere un centesimo deve chiedere l’autorizzazione perchè realmente i soldi chissà di chi sono.. Non è tutto oro quello luccica. E in questo caso si può affermare: non tutti i beni storici sono chiari nella loro gestione. Una cosa è certa: molti reperti a Selinunte non ci sono più e molte tombe sono vuote. Se qualcuno vuole negare anche l’evidenza faccia pure

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