Caro Sansonetti,
avevo mandato giorni fa questa lettera a Marco Travaglio, per complimentarmi con lui per la svolta garantista impressa al suo giornale dall’editoriale di Henry John Woodcock, che chiedeva la separazione delle carriere dei magistrati e la trasparenza nelle origini delle inchieste giudiziarie (spesso guidate da ragioni politiche). Ma lui non l’ha pubblicata, forse solo perché troppo elogiativa e dunque in contrasto con la sua celebre modestia. Quindi la mando a te. Fanne l’uso che vuoi.

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“Mentre ero in viaggio e mi avvicinavo a Damasco, verso mezzogiorno, all’improvviso una gran luce dal cielo rifulse attorno a me; caddi a terra e sentii una voce che mi diceva: John, John, perché mi perseguiti?”.

ho letto l’articolo di Henry John Woodcock che lei ha pubblicato sul Fatto Quotidiano nell’edizione del 14 aprile e chissà perché mi è venuto in mente quel passo degli atti degli apostoli che ho trascritto qui sopra. Ho solo cambiato il nome di battesimo, da Saulo in John, ma la somiglianza tra la caduta da cavallo di Paolo di Tarso e il colpo di fulmine che ha investito il Pm Woodcock mi sembra indiscutibile.

Woodcock, lei lo sa meglio di me, è un Pm che nella sua carriera ha sempre usato metodi spicci. Nell’aprire le inchieste, nel condurle, nel motivarle. Con risultati – diciamo così – alterni. A me è capitato di incrociare il suo percorso professionale più di una volta – lui faceva l’accusatore io l’imputato, a me capita spesso di ricoprire questo ruolo, sebbene dopo 16 processi sia incensurato…- e le dirò che avevo notato nei suoi metodi di lavoro e di indagine una certa ideologizzazione. Pensi che ancora oggi io sono a giudizio, su richiesta proprio di Woodcock, perché un mio dipendente, una volta, offrì una pianta (per la precisione un myrtillocactus del valore commerciale di circa 80 euro) ad una signora molto bella che lavorava in regione. Ci troviamo in 55 a processo per questo atto, del quale – come può immaginare – io ignoravo l’esistenza; e l’accusa è pesante: associazione a delinquere. La stessa che toccò alla banda della Magliana. Qual è la genesi di questa inchiesta? Perché la magistratura ha deciso di investire molti soldi e molte risorse umane alla ricerca del reato che potrebbe nascondersi dietro la piantina?

Nel suo articolo che lei ha avuto la saggezza di pubblicare, il Pm Woodcock pone proprio questo problema. Chiede cioè che si trovi il modo per far risultare trasparenti le origini e le motivazioni di alcune inchieste. Lei forse sa, o sospetta, che talvolta le inchieste giudiziarie non partono dal reato ma dalla persona che si vuole mettere sotto inchiesta. In genere per ragioni politiche. O per interesse del potere economico prevalente. Recentemente di questa abitudine dei Pm ne ha parlato un ex magistrato di gran nome e fama come Antonio Di Pietro. Le dirò che trovo molto ragionevole questa richiesta di Woodcock, e non posso non leggere nelle sue parole una carica fortissima di ripensamento e di autocritica. Suppongo che Woodcock abbia rivisto lo svolgimento e la nascita di molte sue inchieste e abbia pensato: ma aveva un senso tutto ciò? Sono molto colpito dalla onestà intellettuale con la quale denuncia tutto questo, senza risparmiare, evidentemente, se stesso.

Mi ha colpito anche la parte dell’articolo nella quale il Pm porta vari elementi a favore della separazione delle carriere. E spiega come spesso un imputato può temere che se il Pm e il giudice si conoscono – o sono della stessa corrente politica, o si frequentano, o hanno amici comuni, o uno dei due ha la possibilità di influire sulla carriera dell’altro – la decisione del giudice possa essere non del tutto serena. Woodcock pone con nettezza il problema dell’indipendenza assoluta del giudice che, certo, nel nostro ordinamento, oggi è assai debole. Le scrivo solo per manifestare il mio apprezzamento per la conversione di Woodcock ma anche per sapere se per caso anche Lei sia stato colpito da queste riflessioni, e se magari, in questi giorni, ha sentito una vocina lontana lontana che le diceva: “Marco, Marco, perché mi perseguiti…”.

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