Che Antonello Montante riguardo alla vicenda dello scioglimento del Comune di Racalmuto, in quel fatidico 2012, ha avuto un ruolo determinante, non avevamo mai avuto dubbi. Ma ciò che adesso fa impressione è leggere tra le carte processuali che lo riguardano, come si sono svolti i fatti, anzi quello che può considerarsi uno dei suoi tanti misfatti. Si tratta, come era suo solito fare, di interminabili sequele di incontri, di atti di libidinosa ruffianeria, di scambi di favore, a beneficio di tutto quell’universo mondo che gli serviva per consolidare il suo perverso sistema di potere. Memorabili sono ad esempio le donazioni, con tanto di pubblico clamore mediatico, delle sue fantomatiche e sciccose biciclette, con le quali si ingraziava tutti quei VIP di cui aveva bisogno. Tali messinscena servivano a curare la sua immagine farlocca. Grazie alle sue finzioni, alle sue trovate e ad una miriade di incarichi, promozioni, appalti, finanziamenti pubblici e posti di lavoro, elargiti con accurata, meticolosa, certosina e maniacale logica clientelare, faceva crescere a dismisura il suo fatturato e la sua credibilità. Fino al punto di asservire, alle sue funzioni e non alle funzioni pubbliche, qualunque servitore dello Stato. Non aggiungo altro, per il momento, perché la faccenda di Racalmuto ancora mi brucia. Se ci riuscite, e se volete, leggetevi come si dimenava il nostro ex ‘apostolo dell’antimafia’, tra un’appuntamento riservato e/o galante e l’altro, con soggetti di vario genere; specie se essi ricoprivano, ai massimi livelli, degli incarichi in quelle che avrebbero dovuto essere delle libere istituzioni, ma che di fatto erano ostaggio, erano detenute da Montante. Che dire poi del grande scrittore, il compianto Andrea Camilleri, che si è inventato di sana pianta tutta la storia della storica fabbrica di biciclette Montante già esistente, a suo dire, negli anni Venti del Novecento. È ovvio che si trattava di una ‘boiata’ pazzesca per accreditare ed esaltare Montante quale erede di una blasonata famiglia di industriali che non è mai esistita in quel buco del culo del mondo che è Serradifalco. Niente di più falso. E dietro di lui i vari Savatteri e Cavallaro, due giornalisti per così dire autoctoni, che si lanciavano nelle loro fughe per la vittoria del loro sponsor e compare di noti mafiosi. Parafrasando il loro linguaggio, da gregari di lusso, si lanciavano in volata, curando ed assecondando tutte quante le sceneggiate e le imposture di questo tipo utili, al loro ‘padrino dell’antimafia’, a gestire soldi e potere, tanto potere!  In cambio cosa ricevevano ed ottenevano dal Montante tutti quanti? Compresi alti magistrati e decine di esponenti delle forze dell’ordine, o del disordine se preferite? Come avrebbe esclamato il protagonista de ‘Il giorno della civetta’, Don Mariano Arena, Montante garantiva e ricavava, da tutti quanti, amicizia, solo amicizia!

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