Ioppolo Giancaxio , 11 giugno 1984

Oggi, è morto all’ospedale di Padova il compagno Enrico Berlinguer. Vi era stato ricoverato il 7 u.s. per un ictus cerebrale che lo ha colpito durante lo svolgimento del comizio. Una lunga e triste agonia, senza speranza di ripresa. In ogni caso, politicamente era morto. Questa mattina, verso le 10,00, mi telefona Siso Montalbano, della segreteria Fed, per comunicarmi di aver parlato con il Comitato regionale (C.R.) che gli avevano detto che Berlinguer era praticamente morto e che i funerali erano stati previsti per mercoledì 13 a Roma.

In serata si dovevano tenere assemblee di commemorazione al chiuso. Non capii e chiesi: “Ma è morto o no”. Siso era imbarazzato. M’invitò a recarmi subito in federazione.   “Dunque, hanno deciso di tirare la spina?”- replicai.                                                            Accesi la radio, mentre mi preparavo per partire. Su Rai/1 davano una emissione sulla vicenda di Luther King. Alcun riferimento al dramma di  Berlinguer.                       Giunto in federazione (verso le ore 11,000) trovo esposta al balcone la bandiera rossa del nostro destino, listata a lutto. Non c’era più dubbio Enrico era morto. Eppure la radio non aveva detto nulla! Forse per non interrompere le trasmissioni programmate?              Dopo King, seguì un concert di musiche italiane degli anni ’50.                                       In Federazione trovai tanti compagni e compagne in evidente apprensione. Volti tesi, scuri. Niente lacrime.                                                                                                         Origliai fra i vari capannelli. Parole bisbigliate, spezzate. Praticamente, capii che la morte di Berlinguer era avvenuta, ma non era stata ancora ufficialmente annunciata.        I compagni della segreteria mi dicono che è morto stamattina intorno alle 9,30 che, però, la segreteria nazionale del partito ha deciso di annunciarne il trapasso verso le ore 13,00.                                                                                                                      Insomma, ufficialmente, era ancora vivo anche se erano stati programmati i funerali. Non capisco la ragione di tale strano (forse un po’ stupido) comportamento del Centro del partito. Mi dicono che, forse, prendono tempo per preparare il testo del comunicato. Osservo che il comunicato si può emettere anche qualche ora dopo la morte. Intanto bisognava darne l’annuncio.                                                                                    Il povero Gildo Mocada, cui sfuggiva il complicato ingranaggio di cui sopra, da vecchio partigiano pensò bene di esporre dal balcone la bandiera a lutto. Le due cose non reggevano: la bandiera confermava la morte che però non era stata annunciata. Si decise di ritirare la  bandiera.                                                                                             Qualcuno ri-telefona a Roma per avere ragguagli. Nulla di nuovo: è morto e sarà comunicato più tardi. Ascoltiamo il Tg/uno delle 12,00. Il conduttore dice che “le condizioni di salute dell’on. Enrico Berlinguer si sono aggravate… L’elettrocardiogramma è piatto…ci sono pochissime speranze di ripresa.”             L’annunciò della morte verrà dato da Achille Occhetto al Tg di Rai/2 e rilanciato nell’edizione del Tg/1. Ancora non c’è un comunicato della Direzione. Sarà emanato in serata. A questo punto non si capisce perché questa sceneggiata in cui sono state raggiunte punte di crassa stupidità che ometto per carità di … partito.

La sera vado a Favara a tenere la commemorazione di Berlinguer. Assemblea molto partecipata. Sono presenti delegazioni di altri partiti: Psi, Dp e Dc (guidata dall’on. Angelo La Russa).                                                                                                           Tengo un discorso a braccio. Non ho avuto tempo per prepararlo. Dico quel che sento del caro compagno Berlinguer che ebbi l’onore di presentare (10 anni prima, il 25 aprile 1974) alla grande manifestazione pro-divorzio del nostro Partito che tenemmo nella piazza Stazione di Agrigento.

Con il segretario generale capitava di vederci di tanto in tanto in Commissione esteri della Camera, di cui entrambi facevamo parte, e più spesso nell’Aula di Montecitorio, dove gli sedevo vicino. Tale vicinanza, fu resa possibile a seguito dal mio trasferimento dal settore contiguo a quello dei radicali dopo che ebbi con l’on. Roberto Cicciomessere uno scontro piuttosto pesante, ma necessario per fermarlo mentre stava per aggredire fisicamente la compagna Nilde Iotti che presiedeva la seduta.                                          In genere, Berlinguer parlava poco. Preferiva ascoltare. Raramente rideva.

La direttiva del Centro e quindi anche della Federazione era quella di limitarsi a fare la commemorazione al chiuso e di evitare, fino al giorno dei funerali, discorsi elettorali. Mi parve una direttiva sbagliata, per altro, in contrasto con quanto ci raccomandò Berlinguer già colpito dall’ictus: “Continuate a lavorare, andate casa per casa…”                      Ripresi questo accorato appello e invitai i compagni a intensificare la mobilitazione elettorale. Almeno a Favara quella direttiva restò inapplicata.

DI RITORNO DAI FUNERALI DI BERLINGUER

Ho assistito dal palco delle autorità istituzionali, in Piazza San Giovanni, a Roma, alla imponente manifestazione di popolo, del nostro popolo comunista, svoltasi per dare l’estremo saluto al compagno Enrico Berlinguer.                                                           Una manifestazione davvero grandiosa che- a detta degli esperti- per partecipazione ha superato tutte le precedenti. Senza offesa per nessuno.

Bella, calda, commossa la piazza quanto scialbi, puttosto freddini i discorsi comme-morativi di Nilde Iotti, di Marco Fumagalli (Fgci) e di Giancarlo Pajetta che era quello ufficiale, principale. Già sul palco circolavano critiche soffuse, leggere insofferenze verso le parole di Pajetta che continua ad atteggiarsi come il primo della classe.            Uno che – come diceva Leo Longanesi di Curzio Malaparte – al matrimonio vuole essere la sposa e al funerale il caro estinto.                                                                     L’indomani (14/6), in partenza per Palerno, incontro all’aeroporto di Fiumicinio  Occhetto e la sua compagna. Con loro c’è anche Ammavuta.                                   Achille (che oggi quando m’incontra finge di non riconoscermi- ndr) si lascia andare, arrivando addirittura a sentenziare che “Pajettta ha parlato  contro Berlinguer”.             Un giudizio eccessivo anche se, in effetti, dal suo discorso è venuto fuori un ritratto non pienamente corrispondente alla personalità di Berlinguer , sicuramente il segretario del Pci più amato, e rispettato, dentro e fuori del Partito. In alcuni passaggi, a braccio, si lasciò sfuggire degli accenni critici (indiretti) alla più recenti posizioni di Berlinguer contro il decreto Craxi per il taglio della scala mobile e ai tentativi di ricerca di punti di contatto, di convergenza con la Dc, a partire dalla vicenda dell’on. Aldo Moro, non citato per nome.                                                                                                                             E’ inutile negarlo, nel Pci c’e una corrente di pensiero (e d’azione) che flirta con il craxismo anche quando questo opera per ridimensionare il Pci, per capovolgere, in suo favore, i rapporti di forza all’interno della sinistra.                                                   Secondo questo pensiero in simil pelle, la grande forza  popolare, democratica  elettorale del Pci costituisce in Europa un’anomalia da eliminare, quantomeno da ridimensio-nare.  Non è un mistero che, per quanto non dichiarata, tale tendenza si polarizzava, si organizzava intorno alla “corrente” migliorista a cui anche Pajetta si richiamava.              Anche in questo drammatico frangente, Giancarlo Pajetta si è dimostrato un esibizionista, per altro senza più quella verve polemica, ironica che, in passato, lo ha contraddistinto nello scontro politico e parlamentare.                                                        E’ molto vecchio, eppure, non mostra alcuna intenzione di “far posto ai giovani”. Sostiene che vuole “morire sul campo” ossia non mollare gli incarichi di alta e delicata  responsabilità, specie nel settore esteri, che detiene da una vita.                                     Pur sapendo di sfidare l’ira del nostro popolo, a piazza San Giovanni anche la Iotti ha voluto ringraziare, pubblicamente, Bettino Craxi, (per che cosa poi?) l’uomo che nel recente congresso del Psi, a Verona, non ha fischiato Berlinguer solo “perché non sapeva  fischiare”. Com’era prevedibile, al solo udire il nome di Craxi la piazza di San Giovanni insorse, fece partire una marea di fischi che annichilirono il serioso presidente del Consiglio seduto in prima fila sulla tribuna d’onore.                                               Posizioni di ostentato dissenso rispetto alla linea del segretario nei rapporti con Craxi che creano confusione e disagio nel partito e consentono al leader del Psi di poter affermare che “non tutti nel Pci condividono la linea della scontro” e a Martelli di blaterare che Berlinguer è un “neurocomunista”.

Tutta “robetta” che non possiamo accettare passivamente. Perciò su tali aspetti è aperto nel Pci una scontro duro, destinato ad aggravarsi dopo la morte, precoce e inattesa, di Enrico Berlinguer.                                                                                                            Chi sarà il nuovo segretario? Al momento nessuno può dirlo. Tutto è affidato alla direzione del partito che speriamo non sbagli la scelta. Delicatissima.                             La Direzione, con la “D” maiuscola, è una sorta di Olimpo del nostra partito, dove si concentra quasi tutto il potere decisionale di una forza che vanta circa due milioni d’iscritti e oltre dodici milioni di voti. Un dato – a dir poco- anacronistico, di fatto prevaricante rispetto ai diritti democratici di partecipazione degli iscritti e degli elettori.

Non è più ammissibile tale, alta concentrazione del potere nelle mani di un gruppo ristretto di compagni, per altro non tutti e non sempre affidabili nella gestione. Non è solo un problema di uomini, ma di sistema. E principalmente una questione del meccanismo di formazione della decisione e della sua gestione politica interna ed esterna che  bisognerebbe riformare il più presto possibile.                                               Speriamo! Altro non possiamo dire. Speriamo!                                                                La stragrande maggioranza dei compagni con i quali ho parlato in questi giorni si sono pronunciati per Pietro Ingrao e/o per Alfredo Reichlin. Eppure sappiamo che nessuno dei due potrà essere eletto segretario. Staremo a vedere… (a.s.)

* da uno dei miei 49 quaderni di appunti.

Biografia: it.wikipedia.org/wiki/Agostino_Spataro

 

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