Dall’archivio del Giudice Imposimato. La storia di Sindona e del processo Spatola.
scritto da F. Imposimato – 2013 –

#GiovanniFalcone un giorno mi telefona e mi chiese un nuovo appuntamento a Roma. Accettai volentieri. Ci incontriamo in tarda mattinata allo Zodiaco, un luogo panoramico nei pressi dell’osservatorio astronomico di Monte Mario. Ci sedemmo al Bar Il panorama di Roma, da quel posto, è stupendo. E’ un giorno di primavera del 1980, l’aria era tiepida e a Roma tutto era un tripudio di suoni e di luci e di colori luminosi. Vedevamo le strade brulicanti di persone. La Cupola di San Pietro spicca su tutte le altre.
Per noi era un momento di riposo. Le minacce cominciarono a giungerci da varie parti, col progredire delle indagini. Le scorte ci attendevano nella piazzola sottostante.
I frequentatori del Bar allo Zodiaco non sapevano chi fossimo.
Ci sentivamo tranquilli , ma solo apparentemente. Dentro di noi bruciava ancora il ricordo della morte di Boris Giuliano, del giudice Cesare Terranova e del suo uomo di scorta Lenin Mancuso.
” Come vanno le tue indagini su Sindona?” Mi chiese
“Ci sono novità interessanti. Che potranno essere utili anche a te. Stiamo studiando la grafia di Sindona. E siamo alla ricerca dei famosi documenti di cui parla. Tra non molto ti darò i risultati . Avrai delle gradite sorprese”
Giovanni si mostrava fiducioso e ben disposto. Aveva un eterno sorriso appena abbozzato. Il suo volto ispira serenità. Anche dopo gli episodi più sconvolgenti.
La barba appena cresciuta, la solita parsimonia nel parlare, la voce bassa e calda, leggermente nasale. Diffidente. In questo é proprio siciliano. Ma dimostra simpatia per me per ciò che sto facendo contro i sequestratori e le BR.
Ma dice ” : Ricorda, però. I mafiosi non sono le BR.
La mafia é il potere, é col potere. Ed é decisa a tutto. Non rispetta nessuno.”
Stando con lui , i timori diminuivano. Falcone aveva grande forza, mi dava coraggio. Era deciso ad andare fino in fondo. Era una sfida che non consentiva la ritirata di uno dei contendenti. Voleva fare tutte le indagini a Palermo.
Ma capiva che la vicenda di Vincenzo Spatola riguardava Roma.
Falcone era soddisfatto dell’incontro. Capì che non volevo mettermi in competizione con lui . Gli fa piacere che io completassi il lavoro sulla sparizione. Gli chiesi cosa stesse emergendo a #Palermo. Falcone rispose “E’ possibile che il viaggio di #Sindona sia legato ad un progetto separatista della Sicilia dall’Italia”.
“Si, ma niente emerge di questo dalle mie carte. Risulta solo che é in corso un ricatto colossale”
“Le due cose sono perfettamente compatibili. Bisogna seguire entrambe le piste”
“E non solo quelle. Qui c’é dentro di tutto. Compreso il #Vaticano”.
“Ad ogni modo, tra poche settimane, ti passo il testimone. Ti mando gli atti” Gli dissi.
Grazie a quella collaborazione con Falcone , il processo Sindona sarebbe stato il primo grande processo di mafia a concludersi con la condanna dei mafiosi, e non con l’assoluzione per insufficienza di prove.
Lo studio delle carte mi dimostra una cosa. La scomparsa era seguita al fallimento dell’attacco di Sindona , ai suoi nemici, a coloro che gli avevano impedito di rastrellare danaro pubblico: il Ministro del Bilancio , il Presidente di Medio banca, il vertice della Banca d’Italia Azeglio Ciampi, ed infine al liquidatore delle sue banche Giorgio Ambrosoli. Per un certo tempo, all’inizio, Sindona era riuscito ad avere l’appoggio di #Andreotti .
Un summit con Andreotti.
Dopo il deludente incontro a New York con Sindona, durato dodici ore, ero scoraggiato . Temo di dovere chiudere quella inchiesta con un nulla di fatto. Ma, quando meno me lo aspettavo, i risultati mi vennero da altre iniziative.
Una di queste fu la fulminea ispezione che feci eseguire mentre ero in America, nell’Ucciardone, nella cella di Spatola Rosario, amico di Sindona. Falcone mostrò interesse per i documenti trovati indosso a Rosario Spatola . Decisi di fare quella perquisizione, seguendo il mio istinto. Rosario Spatola era un ragionatore ed “un filosofo”, credeva alle sue teorie sulla mafiosità . E cercava di diffonderle. Gli piaceva scrivere.
Una “visita” improvvisa dei Carabinieri nella sua cella poteva essere utile. E così fu.
I Carabinieri trovarono un memoriale: conteneva una descrizione della filosofia della mafia, “la mafia era la grande madre di cui bisognava essere fieri e orgogliosi”.
L’operazione Ucciardone stupì Falcone che ben conosceva quale dominio assoluto la mafia esercitava sul carcere di Palermo. L’Ucciardone , costruito dai Borboni, era una specie di albergo nelle mani di Cosa Nostra . Durante la detenzione all’Ucciardone , tra il 72 e l’80, Tommaso Buscetta, ricevette la visita di Gaetano Badalamenti, all’epoca uno dei capi di Cosa Nostra . Anche Stefano Bontate e Salvatore Riina ricevevano spesso ospiti esterni al carcere.
“Ma come mai hai pensato di fare una perquisizione all’Ucciardone?” chiese Falcone.
“Perché i mafiosi lo ritengono il luogo più sicuro e meno sospetto. ” ” E poi Spatola era troppo vanitoso. Parlava come un letterato. E vantava di sapere scrivere”
“L’Ucciardone é controllato della mafia. Strano che Spatola non sapesse della perquisizione”
“Lo so. Ma ho fatto ricorso ad uno stratagemma” Dissi a Falcone
“Ho mandato dei carabinieri in carcere fingendo il solito trasferimento di un detenuto dall’Ucciardone all’Asinara. Improvvisamente, stando dentro, i Carabinieri sono entrati, con il mio mandato , nella cella di Rosario Spatola ed hanno trovato il documento che spiegava le regole e la filosofia della mafia, ” benefattrice dell’umanità, protettrice degli umili” .
Per Spatola la mafia é l’unica vera dispensatrice di giustizia per i poveri e diseredati. A differenza della giustizia dello Stato che colpisce solo i deboli ed indifesi”.
“Nel memoriale c’era un’altra sorpresa . Spatola accennava a spostamenti di Sindona in Sicilia.” Falcone non tralasciò occasione per ringraziarmi dell’aiuto che gli avevo dato
” Senza il tuo aiuto, a Spatola avrei potuto chiedere solo che ora era ! “.
Anche Jeweler fu contento di quella scoperta. Che avevo comunicato a lui a New York quando seppi dell’esito della perquisizione .
“Mike – gli dico – credo che ci siamo. Sindona é stato con i mafiosi in Italia durante la scomparsa”, Jeweler chiede scettico “Come fai a dirlo?”
“Anzitutto una strana ferita, la sua, di striscio e senza tracce di resistenza! Lividi, escoriazioni, ecchimosi! Se i mafiosi volevano fargli del male , lo toglievano subito dalla circolazione. E non l’avrebbero liberato senza nulla in cambio!”
” E poi Spatola parla di Sindona come di un “amico” da aiutare. E non come la vittima del sequestro”. “E’ una deduzione logica, probabilmente sbagliata. Ma occorrono prove. Io credo che siamo sulla strada giusta. E non mollerò!”
Le mie riflessioni possono essere esatte. Ma il mistero avvolge ancora i due mesi e mezzo in cui si son perse le tracce di Sindona.
Ne parlo con Sica Anche lui conviene che le risposte sono generiche ed elusive. E spesso menzognere. “E’ evidente che Sindona ci vuole usare come strumento di ricatto contro i suoi ex soci”.
” Ma il documento trovato lascia pensare ad una messinscena”. “Si ma é ancora poco”. “Che pensi di fare? Ce ne torniamo in Italia?” Mi chiede Sica che comincia a stancarsi di New York e delle giornate perdute.
“Voglio cercare di leggere gli atti degli americani su Sindona. Speriamo che me lo consentano” Gli dico.
A New York, riesco ad avere , grazie a Jeweler, il dossier Sindona preparato dall’FBY.
E’ una vera miniera di notizie di estremo interesse. Accertamenti fatti nell’ambiente della famiglia Gambino da infiltrati dell’FBY . Decine di relazioni di servizio su incontri, cerimonie funebri, matrimoni, feste patronali, il tutto con politici italiani e stranieri e persino artisti di fama come il cantante Tony Renis .
Ma la grande sorpresa é contenuta in un rapporto di due paginette: un agente italo americano scrive che ad un party organizzato negli Stati Uniti da Sindona, c’erano boss mafiosi e un importante uomo di Governo italiano, il Presidente del Consiglio Giulio Andreotti. Mi sono trovato di fronte ad una grande sorpresa sull’uomo politico più potente e prestigioso d’Italia. Era la relazione di un infiltrato dell’FBY nella Famiglia di John Gambino, Dean Porco .
Descriveva una grande festa che si era svolta a New York, secondo la tradizione siciliana : centinaia di invitati giunti per l’occasione dalla Sicilia e da ogni angolo degli Stati Uniti, per il matrimonio tra due rampolli di esponenti di clan mafiosi . Vi avevano partecipato, giungendo con interminabili Buick, Chrisler, Stoodebaker, Chevrolet e Rolls Roice, i Gambino, i Buonanno, i Maggaddino ed i rappresentanti di altri potentissimi clan della costa occidentale. Tra gli ospiti d’onore c’erano Michele Sindona e Giulio Andreotti . Le solite 15 o 16 pietanze , abiti ordinati in Italia, regali costosissimi in oro ed in denaro. E nuove più salde alleanze tra famiglie mafiose. Una notizia del genere sull’uomo pupillo del Vaticano e di Paolo VI all’epoca sembrava una enormità .
Restai sgomento di fronte a questa relazione dell’FBY. Era la prima volta- siamo nel 1980- che, in un documento dell’FBY, il nome di Andreotti viene associato a quello di mafiosi siculo americani. La notizia non trapela.
Può accadere a tutti di festeggiare una ricorrenza con un mafioso. Senza saperlo. Anch’io a Maddaloni sono stato a scuola e a pranzo con un boss locale. Divenni amico di un giovane che poi sarebbe entrato nella malavita. Il mafioso spesso non é riconoscibile dalle apparenze.
Chi può immaginare che un Ministro o un Parlamentare o un giudice sia uomo d’onore.
L’episodio mi richiama alla mente il memoriale di Moro trovato in un covo BR a Milano. Nel 1973 l’allora Ministro degli esteri, Moro, informato dall’ambasciatore italiano a New York dei rapporti di Sindona con la mafia, cerca di dissuadere Andreotti dall’andare a trovare Sindona negli Stati Uniti .
Lo informa dei legami del banchiere con ambienti mafiosi. Ma fu inutile. Andreotti andò. La protezione di Marcinkus era una garanzia.
Tornato a Roma, informo Sica dei risultati ricavati dal dossier dell’FBY. E gli mostro l’appunto che descrive il summit con Andreotti e boss.
“Ti avevo detto – dice Sica sorridendo- che questo processo ci avrebbe portato verso i santuari del potere? Certo la realtà supera l’immaginazione”
“Intrecci ed intrighi di ogni genere si celano dietro la figura di don Michele”
“E per noi i pericoli aumentano! Dobbiamo guardarci soprattutto dagli amici interni al Palazzo. Ma tu li riconosci?” Chiedo a Sica.
” Si, qualcuno comincia a fare telefonate per sapere come va l’inchiesta. E non sembra contento dei risultati”.
Dissi che il dossier americano non poteva essere utilizzato nel processo italiano. Erano atti interni della Polizia federale americana . Possiamo solo chiamare a testimoniare l’agente dell’FBY . Gli chiederemo se ha visto Andreotti.”Altrimenti nessuno ci crederà!” Dico a Sica
Nonostante i progressi dell’indagine, l’enigma su Sindona rimaneva insoluto. Di concreto c’era poco. Mi chiesi come fosse possibile che uno degli uomini più potenti della terra, amico di due Presidenti degli Stati Uniti, Nixon e Ford , di un capo di Governo , Giulio Andreotti, di Paolo VI, di cardinali, massoni e dei capi di Cosa Nostra in Italia e in America si fosse ridotto in quelle condizioni. Per capire meglio, forse bisogna partire dalle origini.

Rispondi