Di Pietro Cavallotti –

Nei giorni scorsi i giornali hanno dato la notizia che dal 24 settembre su Netflix andrà in onda la miniserie “Vendetta: guerra nell’antimafia”, incentrata sulle vicende processuali di Pino Maniaci e Silvana Saguto.

Insieme a Massimo Niceta, ho partecipato alle riprese. Quando, nel lontano 2018, siamo stati contattati dagli autori eravamo molto sorpresi. Non capivamo per quale motivo dei professionisti provenienti da un’altra parte del mondo si fossero scomodati per coinvolgerci in un progetto così importante. La spiegazione ci ha colpito ancora di più: l’interesse era quello di offrire agli spettatori anche il punto di vista di persone ingiustamente colpite da sequestri e confische, in una serie che parla di “antimafia” e di un ex giudice che per molti anni è stata considerata il punto di riferimento in materia di aggressione dei patrimoni “mafiosi” (le virgolette sono d’obbligo!).

C’è davvero da sorprendersi perché, in genere, i film e le serie televisive esaltano chi indossa la toga e la divisa, quasi a scopo di propaganda antimafia. Si sprecano le fiction che raccontano le gesta eroiche di chi dà la caccia ai boss.

Quasi sempre passa il messaggio sbagliato che tutti i “magistrati antimafia” siano eredi di Falcone e Borsellino. Il messaggio è sbagliato perché alimenta il dogma dell’infallibilità dell’antimafia e costituisce una sorta di legittimazione popolare di coloro i quali ne fanno parte e delle leggi speciali nel cui ambito essi operano.

Quasi mai si dà spazio alle persone che sono state ingiustamente rovinate da pubblici ministeri e forze dell’ordine. Sino ad ora nessuno ha raccontato le storie di quelle famiglie che, una volta assolutizzata la lotta alla mafia e cancellate le garanzie dello Stato di Diritto, sono state letteralmente spazzate via dalla società e dalla vita.

Così, superati lo stupore le incertezze iniziali, abbiamo colto l’occasione per spiegare, attraverso il nostro vissuto, che cosa sono le misure di prevenzione. Lo abbiamo fatto in un momento in cui i nostri procedimenti erano ancora pendenti. Non è stato facile vincere la paura di “ritorsioni giudiziarie”. Il pericolo esiste se è vero – come è vero – che la maggior parte degli avvocati vieta ai propri assistiti di esporsi e di mettere in discussione il sistema che consente ai giudici di disporre a piacimento della vita delle persone e dei loro beni.

Più forte della paura sono state la fiducia nella parte sana dello Stato e la volontà di far conoscere al mondo cosa abbiamo subito e l’ingiustizia di norme fatte per uccidere. E, per uno strano gioco del destino, durante le riprese, sono arrivati i decreti di dissequestro delle nostre aziende.

Non è per niente piacevole raccontare il nostro calvario. Ogni volta è come fare sanguinare una ferita che neppure il tempo potrà rimarginare. Una ferita che brucia maggiormente perché ci è stata inferta da chi avrebbe dovuto tutelarci.

È stata filmata la raccolta firme per la proposta di legge d’iniziativa popolare in materia di misure di prevenzione promossa dal Partito Radicale. La troupe ci ha seguito a Milano e a Castelbuono per un convegno presso l’Abbazia Santa Anastasia. Li abbiamo portati nei luoghi della distruzione a documentare le macerie delle nostre aziende. E poi ancora in Tribunale dove è stata ripresa la discussione finale del nostro procedimento che si è concluso con la restituzione della nostra società, ormai fallita.

In tutte queste occasioni abbiamo cercato di far comprendere che il problema vero è la legge e che non si può ridurre tutto all’operato di un giudice che è stato condannato a otto anni e mezzo di reclusione.

La politica sino ad ora si è mostra sorda al grido di dolore di tanti innocenti spogliati dei loro beni e cieca di fronte ad un sistema incivile, inefficiente e autoritario che, con la scusa della lotta alla mafia, ha prodotto in molti casi rendite di posizione e opportunità di lavoro per amici e parenti, a discapito delle aziende in amministrazione giudiziaria, dei lavoratori, dei proprietari e di tutto l’indotto.

L’emergenza è quella di aiutare tante famiglie che sono state letteralmente distrutte nel nome della lotta alla mafia e poi lasciate sole. Occorre impedire che tanti altri cittadini per bene vengano colpiti da una legge che tratta allo stesso modo criminali e innocenti.

Quale sarà il taglio che verrà dato alla serie non lo sappiamo. E neppure sappiamo in che misura emergerà il messaggio che abbiamo voluto trasmettere.

Coltiviamo almeno la speranza che la miniserie – che verrà vista da milioni e milioni di persone in oltre 190 nazioni in tutto il mondo – possa portare le misure di prevenzione e le garanzie dello stato di Diritto al centro del dibattito e in cima alle priorità della nostra classe politica.

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