Mario Mori interviene a freddo dopo la sentenza assolutoria al processo d’Appello “Trattativa” dalle colonne di un quotidiano nazionale. I dettagli.

Il generale dei Carabinieri del Ros, Mario Mori, assolto dalla Corte d’Assise d’Appello al processo di secondo grado sulla presunta cosiddetta “Trattativa” tra Stato e mafia all’epoca delle stragi del ’92 e del ’93, subito dopo la sentenza assolutoria emessa lo scorso 23 settembre, a caldo così commentò a “Quarta Repubblica” in onda su Rete 4: “Esprimo solo soddisfazione. Preferirei non parlare di questo processo perché sono sicuro che si creerebbero altre polemiche che non è il caso in questo momento di suscitare, anche perché non sappiamo, in effetti, come ha valutato la Corte d’Assise d’Appello di Palermo la mia vicenda, quella del generale Subranni e quella del colonnello De Donno. Come si dice in questi casi: aspettiamo le motivazioni”. Ebbene, adesso, a freddo, Mario Mori è intervenuto dalle colonne de “Il Tempo”, più in genere sulla mafia e sulla sua carriera costellata anche dal successo della cattura di Totò Riina. E alla domanda su ciò che è la mafia, lui, il generale, risponde: “La mafia non è soltanto un fenomeno criminale, altrimenti sarebbe stata sconfitta, ma è soprattutto un fatto sub-culturale ristretto, che ha radici economiche, che sono capaci di rendere tutti omertosi e collaboranti: un sistema economico che rende tutti complici. Da questo punto di vista l’evolversi della società ha reso possibile la sconfitta della mafia che rimane un fatto criminale, ma sempre meno culturale”. E poi, in riferimento alla sua lotta alla mafia, e ai risultati, Mario Mori afferma: “Venivo dall’esperienza dell’antiterrorismo e si lavorava per fatti singoli utilizzando il metodo Ocp, acronimo di Osservazione, controllo e pedinamento. Potevamo fermare la mafia nel business economico perché quando vai a toccare il ‘soldo’ si scatenano. A Palermo la mafia condizionava gli appalti pubblici, ed individuammo in Angelo Siino il ‘ministro dei lavori pubblici di Cosa Nostra’. Quello fu un passaggio fondamentale. Così come fu fondamentale Giovanni Falcone e la sua battaglia, costatagli la vita, contro la mafia: ricordo quando mi disse di consegnare a lui, nel febbraio del 1991, le 878 pagine di faldoni su mafia e appalti che io e De Donno avevamo preparato: è l’unico modo perché si vada avanti, mi disse”. Poi, sull’arresto di Riina, Mori ricorda: “E’ stato un momento straordinario. Unico rammarico è non averne presi abbastanza di mafiosi. Se il giorno in cui arrestammo Totò Riina lo avessimo seguito e non catturato subito, ci avrebbe condotti dritti a una riunione con altri capomafia. Li avremmo presi tutti in un colpo solo. Ricordo gli occhi gelidi di Riina e la sua paura di essere stato preso da una cosca avversaria. Quando vide che eravamo Carabinieri quasi si tranquillizzò”.

fonte teleacras angelo ruoppolo

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