Saro Faraci

«La verità non è sempre quella più scontata, neppure se viene da sentenze della magistratura. Quelle sono appunto sentenze e vanno rispettate come “verità processuali”. Poi possono essere commentate e anche discusse, perché per fortuna siamo in democrazia. Se così non fosse stato per esempio nel caso di Borsellino, ci saremmo trovati ancora con la verità del falso pentito Scarantino. Avere dubitato ha permesso di far rilevare una serie impressionante di errori giudiziari. Ed è venuta fuori quell’ombra dello Stato che ancora oggi avvolge il mistero»

Così l’onorevole Nicola D’Agostino, parlamentare all’ARS, componente della Commissione regionale antimafia presieduta da Claudio Fava che ad ottobre dello scorso anno aveva esitato una corposa relazione di 105 pagine, a conclusione dell’indagine avviata sul misterioso attentato il 18 maggio 2016 a Giuseppe Antoci, 52 anni oggi, già presidente del Parco dei Nebrodi dal 2013 al 2018.

A distanza di pochi giorni dall’audizione di Fava alla Commissione nazionale antimafia presieduta dall’on.Nicola Morrra e dalle dichiarazioni dell’ex Presidente del Parco che polemicamente si è scusato per non essere morto quella notte insieme agli uomini della sua scorta, si torna a parlare di questa vicenda, caduta velocemente nell’oblio, di forte impatto mediatico ed emotivo quando si verificò nel 2016, oggetto di indagini giudiziarie e di approfondimenti della politica regionale e nazionale, oltre che della stampa.

Onorevole D’Agostino, secondo la Commissione regionale antimafia ci sarebbero almeno 28 elementi contraddittori nella ricostruzione dei fatti. Proviamo pazientemente a rileggerli?

«Ecco alcune contraddizioni che si riscontrano sulla ricostruzione delle dinamiche dell’attentato ad Antoci. La prima: l’auto del peso di una tonnellata non doveva fermarsi davanti ad un ostacolo superabile: lo dice il protocollo oltre che il buon senso. Basta dare un’occhiata ai sassi che erano stati posti sulla strada per capire. La seconda: l’autista aveva tutto il tempo e lo spazio per fare manovra e tornare indietro, se proprio non voleva andare avanti. La terza: la vittima non doveva scendere dall’auto e fare trenta metri allo scoperto per entrare in un’altra auto non blindata: quello era il momento del peggior pericolo. La quarta: l’attentato avviene nell’unico tratto di bosco (su 27km) che è vicino ad una casermetta con forestali armati: gli attentatori non potevano non sapere. La quinta: la scelta del luogo è irragionevole soprattutto se fosse di matrice mafiosa. La sesta: il commissario Manganaro aveva avuto dubbi già a Cesarò e si intrattiene con il sindaco dopo la partenza dell’auto di Antoci per visionare foto di sospetti. Il sindaco lo rassicura. La settima: in ogni caso, avendo perplessità, avrebbe dovuto, per regola, comunicarli alla scorta ed impedire che l’auto continuasse lungo una strada isolata»

Prendiamo una boccata d’ossigeno, sembrano le stazioni della Via Crucis.

«Andiamo avanti. C’è l’ottava contraddizione. Manganaro, dieci minuti dopo, parte a sua volta da Cesarò per raggiungere l’auto, rimonta con facilità la strada, non fa una telefonata, e arriva esattamente in coincidenza degli spari, che essendo stati tre, saranno durati un secondo. Coincidenza incredibile! E poi la nona: sempre in quel secondo Manganaro sente e vede (siamo in un bosco in piena notte) gli spari, parlerà di più uomini armati, ma la Scientifica lo smentisce: infatti un’arma soltanto è stata utilizzata. La decima: Manganaro comincia a sparare e riferisce di aver riconosciuto figure nel bosco quando la visibilità è praticamente nulla. L’undicesima: l’ispettore Granata si avventura in un solitario e pericoloso inseguimento nel bosco, ma non vede nessuno. La dodicesima: due poliziotti vengono abbandonati per oltre venti minuti vicino l’auto blindata: altro comportamento fuori dal protocollo. La tredicesima: non scattano i posti di blocco in tutto il territorio. La quattordicesima: dai risultati della scientifica i tre colpi arrivano dall’alto verso il basso, quando dovrebbe essere l’opposto secondo le versioni ufficiali ed il luogo»

Onorevole D’Agostino, siamo al giro di boa. Mancano ancora altri quattordici elementi contraddittori rilevati dalla Commissione regionale Antimafia.

«Quindicesima contraddizione: i tre colpi centrano tutti lo stesso punto, nonostante il tiratore sia uno soltanto ed in condizioni di buio assoluto. Sedicesima: si tratti di un fucile a pallettoni da cacciatore. Non esattamente quello da utilizzare in un attentato del genere ad opera di professionisti mafiosi! Diciassettesima: le bottiglie incendiarie dovevano essere usate per fare uscire Antoci dall’auto ed invece sono rimaste inutilizzate. Diciottesima: un commando di professionisti non avrebbe fallito, ma sopratutto avrebbe organizzato un tiro incrociato. Diciannovesima: un commando ben organizzato e composto da una decina di attentatori non sarebbe scappato, neppure all’arrivo di Manganaro. E poi la ventesima: il sindaco di Cesarò ha dichiarato che nulla di strano aveva ravvisato la sera in paese»

Molti dubbi da parte della Commissione regionale antimafia. E gli ultimi otto?

«Contraddizione n.21: il comandante della caserma dei carabinieri di Cesarò afferma che i sospetti di Manganaro erano infondati. Nessuno lo ha mai interrogato (tranne la commissione antimafia). La n.22: i mafiosi locali, tutti indagati ed intercettati, sono stati ritenuti non coinvolti. La n.23: l’esistenza di un’altra mafia interessata ad Antoci appare dunque una improbabile ipotesi, comunque non suffragata da alcuna prova. La ventiquattresima: altri (?) tre colpi (afferma Antoci) di aver sentito più tardi, quando era nel rifugio della forestale. La venticinquesima: le indagini, fuori da ogni regola e logica, vengono affidate anche al commissariato di Militello, di cui fanno parte Manganaro e gli uomini della scorta. La ventiseiesima: nessun confronto viene effettuato con chi dentro la Polizia solleva dubbi e propone versioni diverse, responsabilità questa del Questore che alla domanda non risponde. La n.27: dubbi sono stati espressi da organi di stampa di livello nazionale (Report, L’Espresso, Repubblica, La Sicilia), ma i giornalisti non sono mai stati sentiti (seppure dichiarassero di avere avuto fonti autorevoli). E infine l’ultima, la ventottesima: la commissione si è avvalsa della collaborazione di un poliziotto ed un magistrato (entrambi in pensione e a titolo gratuito) di altissimo livello per competenza, professionalità e carriera (a proposito delle elucubrazioni…)»

Una lunga elencazione, on. D’Agostino. Insomma, la magistratura ha chiuso molto rapidamente il caso?

«Questi sono fatti. Se mafia è stata, il livello di dilettantismo appare evidente. Le sentenze su Antoci dicono le seguenti cose: fu organizzato ed eseguito un attentato, ma non si sa da chi, per quali motivi e neppure se gli autori erano mafiosi. Ecco perché sorge un democratico dubbio ed una Commissione parlamentare sente l’esigenza di intervenire, senza preconcetti, ponendo domande e cercando risposte. I dubbi sono quelli elencati. Certo, così facendo si turba l’ordine costituito e si scalfisce la conformista retorica antimafiosa che ancora ammorba la Sicilia. Montante evidentemente non ha insegnato nulla!»

Insomma, dove sta la verità allora?

https://www.sicilianetwork.info/caso-antoci-le-verita-processuali-e-le-verita-storiche-lelenco-delle-stranezze-e-lungo-dice-lonorevole-nicola-dagostino/

Rispondi