Quella dei rapporti tra politica e giustizia è una ferita che si riapre a intermittenza: ce lo ricordano le numerose inchieste giudiziarie sui politici e da ultimo anche quella su autorevoli esponenti del Csm e i loro rapporti con i partiti. Una linea di faglia che secondo molti si è aperta con l’inchiesta “Mani pulite”, di cui proprio in queste settimane si torna a parlare. Da quella data, e con regia occulta ben precisa, nasce il patto vergognoso tra giornalisti integralisti e filo sovietici e le toghe rosse . Un fatto grave che dimostra come , la stampa italiana abbia subito un colpo di stato al proprio interno . La neutralità nel mondo dell’informazione è cosa rara. Il patto con le toghe fu un vero laboratorio politico teso a colpire gli avversari oltre il reato o la stessa Costituzione . E’ chiaro che, anche questo ragionamento non è teso a salvare chi commette un reato. Sarebbe illogico. Questo ragionamento pone all’attenzione dell’opinione pubblica non isterica, l’abuso di potere che è stato applicato dall’accordo scellerato tra PM e giornalisti seguaci di ideologie non democratiche . La prova evidente di questo abuso è confermato dalla fuga di notizie sugli indagati che spesso sapevano di essere tali prima dai giornali e poi dall’ufficiale giudiziario. Di certo , per essere “giornalista gradito” dovevi avere una precisa colorazione politica e quasi sempre doveve essere come il colore delle ciliegie. Un sistema molte bene collaudato che fu capace pure di rendere credibile gente come Scarantino e altri. I grandi depistatori delle stragi vennero considerati eroi

Il recente pensionamento di Ilda Boccassini, ha aperto squarci sul quel sistema. Tralasciando la “cotta” per Falcone, l’ex Pm , dice cose molto gravi nel suo libro. Ammette di fatto l’esistenza di gruppi di potere all’interno della magistratura. Non è poca cosa, La Boccassini era parte integrante di un sistema giudiziario che di colpi ne ha segnati tanti.

L’ex PM ha fatto richiamare l’attenzione su quel periodo decisivo della nostra storia recente. Quell’anno decisivo fu il 1992.

Il giornalista Bruno Perini, che dei fatti di quell’anno 1992 fu testimone oculare afferma. “Allora lavoravo al Manifesto ma ero soprattutto specializzato in economia, borsa e finanza – racconta –. Quando fu arrestato Mario Chiesa (il 17 febbraio, ndr) il mio direttore e mentore Valentino Parlato mi chiamò e mi disse che lì a Milano stava succedendo qualcosa di importante: ‘Dài, stacca con l’economia per un mesetto e poi ritorni’. Quel mesetto durò 10 anni”. “Gli altri giornali – continua Perini – soprattutto dopo il primo avviso di garanzia a Craxi, avevano due-tre colleghi fissi solo per Mani Pulite. Io ero solo ma avevo vantaggio: conoscevo già tutti i manager e i dirigenti. Le prime inchieste infatti, ad esempio quella per la costruzione della metropolitana, riguardavano soprattutto le grandi aziende”.

E così iniziata è l’avventura.

“Fu una grande kermesse. I magistrati capirono che non si trattava di un episodio ma di un vero e proprio sistema di corruzione che vedeva coinvolti partiti e imprese. Una specie di patto per spartirsi gli appalti in cambio di finanziamenti, e chi non pagava veniva escluso. Il sistema riguardava diversi partiti. Anche elementi del PCI che furono considerati poco, erano integrati in alcune giunte e anche in varie centrali appaltanti. Questi non furono toccati. L’obiettivo era attaccare il PSI e la DC. Il sistema era corrotto. Tutto lo sapevano. Anche la stessa magistratura che per anni aveva chiuso gli occhi

Ci fu una strategia mediatica dei pmI giornalisti erano importanti per dare visibilità

I giornalisti hanno sempre avuto fonti primarie di informazione per il loro lavoro: la differenza è che in questo caso la fonte erano gli stessi magistrati e gli avvocati graditi ai PM. Ci fu una specie di patto di copertura reciproca tra procura e giornalisti. Un patto che si è allargato in tutta Italia. Il sistema funzionava e oltre al possibile reato da condannare, funzionava meglio delle corti d’assise. Un indagato veniva fatto fuori prima delle stesse sentenze. Due articoli mirato, due righe d’intercettazioni prese a cavolo e il gioco era fatto. La delicatezza della situazione del 1992 , stragi comprese, richiedeva molto più equilibrio. Non fu così. – veniva messo in discussione l’intero potere economico del Paese della Prima Repubblica. Serviva in qualche modo un’alleanza per eliminare e non per giudicare. Quindi le notizie uscivano con strategie precise. Non fu tanto questione di strategia, ma per la prima volta i giornalisti avevano un rapporto più stretto con le procure . E’ evidente che qualcuno capì l’importanza di questa arma. I poteri forti volevano subentrate a chi aveva comandato l’Italia per 40 anni. Diversi giornalisti si adoperarono in buonafede. Furono usati. Qualcuno lo ha capito. Forse troppo tardi

Era in discussione l’intero potere economico del Paese, c’era  in qualche modo bisogno di un’alleanza tra magistrati e politici

Oggi vorremmo tutti sapere la verità. La verità sulle stragi e la verità sul ruolo di alcuni magistrati nelle inchieste fasulle. I libri della Boccassini o di Palamara sembrano quasi un’offesa alla nostra intelligenza. Questa verità la si deve ai giudici Falcone e Borsellino e a tutti gli uomini morti per difenderli

fonte il circolaccio

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