Entra nel vivo del dibattimento oggi il processo “Artemisia”, scaturito dai clamorosi arresti del marzo 2019 che avevano portato alla luce l’esistenza di una sorta di superloggia massonica a Castelvetrano.

O meglio, una “loggia anomala”, così come l’hanno definita i pm di Trapani, che non evidenzia i rituali massonici classici, di cui non esistono documenti, ma che avrebbe funzionato molto bene in termini di operatività.

Il principale imputato è Giovanni Lo Sciuto, ex deputato dell’Assemblea regionale siciliana ed ex membro della Commissione parlamentare antimafia dell’isola, accusato di essere promotore e socio occulto della loggia, avendo “costituito, organizzato e diretto l’associazione e, allo scopo di gestirne l’attività e realizzarne gli scopi, sviluppando una fitta rete di conoscenze nei settori della politica, delle forze dell’ordine, dei professionisti, dell’imprenditoria e della dirigenza pubblica”.

 

Avrebbe violato, secondo l’accusa, la Legge Anselmi insieme al suo braccio destro e segretario personale Giuseppe Berlino (ex consigliere comunale), Felice Errante (ex sindaco di Castelvetrano), Luciano Perricone (ex consigliere comunale, candidato a sindaco prima del blitz), ed altri di cui abbiamo scritto, in questi anni in cui il processo è stato di fatto rimandato a causa di un’iniziale incompetenza territoriale fatta rilevare da alcuni difensori ed inizialmente accolta dal Tribunale del Riesame. Quest’ultimo aveva riconosciuto che il reato principale, un accordo tra Lo Sciuto e un suo “portavoti” per la falsa assunzione della moglie in cambio del sostegno elettorale, fosse stato commesso a Palermo, sostenendo l’incompetenza della magistratura trapanese. Ma, dopo i ricorsi, la Cassazione aveva riportato l’indagine nelle mani della Procura di Trapani.

 

Questa di Artemisia è un’indagine che parla di massoneria, di politica e di affari. Ma soprattutto di come la politica, lungi dall’essere uno strumento per il bene comune, venisse usata per i propri scopi personali.

Lo stesso Lo Sciuto, in un’intercettazione, spiega come avrebbe conquistato centinaia di voti:

Perché ho utilizzato il comune di Castelvetrano… perché ho fatto cortesie tramite il comune abbiamo dato qualche contributo, qualche posizione organizzativa, qualche nomina in qualche Ipab, qualche cosa, qualche illuminazione fatta, qualche strada fatta, è giusto o no? Sono cose che io faccio tramite il comune. Prima lo potevo fare?”. No, prima non lo poteva fare.

 

Ma il comune non era la sola via per ampliare il consenso, c’era anche il settore della formazione professionale, dove era di casa un altro imputato di Artemisia: Paolo Genco. A capo dell’Anfe, avrebbe contribuito all’elezione di Lo Sciuto all’Ars nel 2012. Quest’ultimo gli finanziava i corsi di formazione e Genco faceva assumere le persone segnalate.

E quando i bandi pubblici per i relativi finanziamenti non erano graditi, si cercava di far aggiustare il tiro. Come quando, raccontano gli inquirenti, cercarono di costringere l’assessore regionale Bruno Marziano (alla Formazione, nel governo Crocetta) a revocarli.

Lo Sciuto, intercettato mentre parla con Genco, dice: “Gliel’ho detto, o revochi l’accreditamento o succede un inferno, capito? Facciamo una commissione d’inchiesta e non vogliamo sapere più niente”.

Sì, perché Lo Sciuto, oltre ad essere stato componente della Commissione d’inchiesta e vigilanza sul fenomeno della mafia in Sicilia, dal 2015 al 2017 era anche vicepresidente della Commissione Cultura, Formazione e Lavoro.

Certo, la possibilità di far “succedere l’inferno” attraverso un’azione praticamente collegiale, non può che far nascere ulteriori domande sul tipo di ambiente e su un sistema percepito come ricattabile. Anche se questo è un aspetto marginale che non riguarda questo procedimento.

 

Oltre alla formazione, c’erano le invalidità (non sempre dovute) per ottenere le relative pensioni.

E nel collegio dei revisori dei conti, Lo Sciuto avrebbe fatto nominare Gaspare Magro, commercialista, massone e suo sponsor elettorale. Quello che emerge dalle carte degli investigatori, era un rapporto molto semplice: concessioni di invalidità in cambio di voti. Un sistema per raggirare l’Inps, in accordo con Rosario Orlando, responsabile del centro medico fino al maggio 2016 e poi medico rappresentante di categoria presso le commissioni di invalidità civile. Orlando avrebbe fatto approvare le pratiche delle persone segnalate da Lo Sciuto, in cambio di favori personali e posti di lavoro per amici e parenti. Un cerchio fatto anche di medici compiacenti, che avrebbero aggiustato l’esito delle visite da presentare alla commissione.

Insomma, se si era sponsorizzati dal gruppo di Lo Sciuto, era difficile non ottenere la pensione, anche se non c’erano i requisiti previsti dalla legge. Cinquanta “prestazioni” di Orlando sono quasi mille voti, sottolinea l’ex onorevole, intercettato mentre ne parla con il suo uomo di fiducia Isidoro Calcara.

 

E la mafia?

Non riguarderebbe il processo Artemisia. Anche se, proprio nel novembre del 2016, succede qualcosa.

Lo Sciuto viene a sapere dell’esistenza di un’indagine riservata. Glielo rivela Arturo Corso, dentista di Salemi, che a sua volta l’aveva appreso da un carabiniere di Mazara del Vallo: “Ci sono ventitré avvisi di garanzia per la massoneria – dice – C’è pure tuo fratello!”.

Il riferimento è ad Antonino Lo Sciuto, che in effetti si trova tra gli iscritti alle logge massoniche su cui stava indagando la Direzione Distrettuale Antimafia di Palermo. Gli arresti sembravano imminenti, ma il blitz non avviene.

Si tratta dell’indagine scaturita dalle rivelazioni del pentito Giuseppe Tuzzolino che, come descrive bene Marco Bova nel suo libro “Matteo Messina Denaro, latitante di Stato”, dopo aver ricostruito gli interessi tra mafia e logge massoniche nell’agrigentino e a Castelvetrano, parlando di Matteo Messina Denaro, è stato arrestato e condannato per calunnia.

E perché il blitz non avviene? “Perché i giudici sono tutti massoni!”, spiega Corso, intercettato mentre parla con Lo Sciuto. Gaspare Magro invece gli dirà: “Secondo me ha parlato quello là, come minchia si chiama… Tuzzolino”. A quel punto Lo Sciuto consiglia vivamente sia a Magro che al fratello Nino e a tutti gli altri amici di cancellarsi dalle logge massoniche.

 

 

Ma già un paio di mesi prima, sempre nel 2016, il deputato regionale aveva ricevuto un’altra  segnalazione, stavolta dal suo partito di riferimento, il Nuovo centrodestra (Ncd) di Angelino Alfano, all’epoca ministro dell’Interno. Lo Sciuto dopo aver incontrato a Palermo Francesco Cascio, allora coordinatore regionale del partito, durante il viaggio di ritorno in macchina a Castelvetrano rivela ad un suo collaboratore di aver avuto il telefono sotto controllo per una ventina di giorni.

 

Anche questa vicenda è riportata nel libro di Bova. Ne riportiamo un breve estratto:

“I carabinieri hanno avuto il telefono sotto controllo quei venti giorni all’inizio… sarà venti giorni e poi l’hanno tolto” disse Lo Sciuto a un suo collaboratore durante il viaggio di ritorno in auto a Castelvetrano. “Ma a lui gliel’ha detto Angelino?” chiedeva il braccio destro Isidoro Calcara, riferendosi al ministro Alfano. Lo Sciuto rispondeva: “No, gliel’ha detto quello, Giovannantonio”, che sarebbe Giovannantonio Macchiarola, capo della segreteria politica del ministro dell’Interno”.

 

Insomma, Angelino Alfano sapeva. Ma, come fa notare Bova nel suo libro, l’ex ministro, per anni tra le figure più importanti nei governi Berlusconi, in gioventù anche fotografato tra gli invitati a un matrimonio della famiglia di un mafioso, non è mai stato coinvolto nelle indagini.

 

Indagini che, dopo la condanna di Tuzzolino, sono state archiviate. Oggi però alcuni di loro si trovano imputati nel processo Artemisia, che non riguarda reati di mafia, la cui ripresa è prevista per oggi.

 

Egidio Morici

 

tp24.it

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