Di Pietro Cavallotti. – Oggi la dottoressa Rita Fulantelli ha scritto un’altra pagina di follia nella ultra ventennale vicenda giudiziaria della mia famiglia. Nonostante tutte le evidenze processuali, ha chiesto la sorveglianza speciale per ben quattro anni nei confronti di mio zio e la confisca di tutte le società già dissequestrate in primo grado.

A raccontarle certe cose la gente non ci crede. Per fortuna, c’era Radio Radicale che ha registrato tutto.

https://www.radioradicale.it/scheda/659848/processo-dappello-cavallotti-ed-altri

Per la dottoressa, mio zio rimane socialmente pericoloso per fatti risalenti ai primi anni Ottanta, per i quali è stato assolto con sentenza definitiva. Fatti per i quali è stato pure riabilitato dalla stessa Corte di Appello di Palermo.

Il ragionamento della Fulantelli è veramente surreale. Nel 2012 mio zio – che era stato considerato socialmente pericoloso dal Tribunale presieduto dalla Saguto – aveva acquistato dei beni dal figlio senza avere un reddito compatibile per l’acquisto. Questo avrebbe reso i beni “insitamente” pericolosi, beni che perciò vanno confiscati.

La difesa ha documentalmente dimostrato che i soldi mio zio non li aveva ancora sborsati ma per la Fulantelli questo non conta. Ci spiega che il figlio, qualora non ci fosse stato il pagamento, avrebbe dovuto agire giudizialmente nei confronti del padre per recuperare i beni. E, siccome non lo ha fatto, significa che i soldi in qualche modo sono usciti.

Quindi, siccome il figlio non ha fatto causa al padre, i beni vanno confiscati!

Ancora nel 2012 mio zio, sempre pericoloso nonostante l’assoluzione, ha fatto una ditta individuale e quindi sarebbe diventato intestatario fittizio di se stesso.

Non conta la Corte Costituzionale, non contano le Sezioni Unite che hanno ormai stabilito che la pericolosità sociale deve essere attuale. E invece no. Di tutto questo la Fulantelli se ne frega: mio zio, assolto e riabilitato, rimane nel 2022 pericoloso per fatti risalenti agli anni Ottanta!

Tutti gli altri beni vanno confiscati.

Non dobbiamo parlare della Saguto perché non c’entra niente. Per carità!

Non dobbiamo parlare dell’assoluzione che non conta.

Non dobbiamo parlare della perizia che ci ha dato ragione su tutti i fronti perché neanche questo conta.

Conta solo l’immaginazione di un magistrato che continua ad accanirsi.

È stata in grado pure di dire falsita al collegio. Ha detto che i figli “nell’arco di un mese [dalla costituzione della società] hanno un guadagno di 800 mila euro”. Questo è falso! Nel primo mese i guadagni sono stati pari a zero e questo risulta dalle carte!

Insomma, le carte non contano, come non conta la verità. Conta la follia, il pentito che “ipotizza” che i figli erano prestanome dei padri e che i padri erano tutta una cosa con la mafia.

Ancora oggi non si capisce che cosa noi abbiamo avuto dalla mafia, in che cosa siamo stati avvantaggiati. La cosa certa è chd la sentenza di assoluzione esclude ogni forma di cointeressenza tra i Cavallotti e la mafia.

Ma non è tutto.

Nel frattempo le società sono fallite e quindi la rappresentanza legale è passata al curatore fallimentare che sino ad ora non si è mai presentato. Noi, in teoria non ci possiamo più difendere. Dovrebbe farlo il curatore fallimentare nominato da un altro Tribunale. In pratica, è come se lo Stato ci avesse tolto il diritto di poterci difendere nel processo!

Tutte queste cose vanno dette perché la gente deve sapere come viene amministrata la giustizia in Italia.

La gente deve sapere che ci sono alcuni (per fortuna non tutti!) magistrati che, nella certezza dell’impunità, incuranti delle carte e del dolore, continuano a perseguitare una famiglia di persone riconosciute ormai innocenti, finite, come tanti innocenti, nel tritacarne sistema Saguto.

Forse dà fastidio che, a differenza di altri, non ci siamo dati per vinti e abbiamo gridato in tutte le sedi la nostra innocenza.

L’atteggiamento della Fulantelli ci ferisce ancora una volta ma, al tempo stesso, ci spinge a difenderci ad oltranza con ancora più forza. E se non ci potremo difendere in questo processo, lo faremo fino in capo al modo. Non ci daremo per vinti.

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