Solleva clamore quanto scritto dall’ex magistrato Luca Palamara a proposito del depistaggio delle indagini dopo la strage di Via D’Amelio. La reazione della famiglia Borsellino.

Il 2022 è l’anno in cui ricorre il trentennale delle stragi di Capaci e di Via D’Amelio. E l’ex consigliere del Csm, il Consiglio superiore della magistratura, Luca Palamara, ex magistrato radiato dall’ordine giudiziario, e il giornalista Alessandro Sallusti, hanno appena pubblicato un libro intitolato “Lobby e logge”. Ebbene, l’avvocato Fabio Trizzino, legale della famiglia di Paolo Borsellino, e marito di Lucia, la figlia maggiore del giudice, ha commentato all’Adnkronos: “Se quanto scrive Luca Palamara nel suo libro fosse vero, sarebbe il modo peggiore per ricordare i giudici Falcone e Borsellino nel trentesimo anniversario delle stragi”. Dunque, che scrivono Palamara e Sallusti? Palamara ricorda una lettera – denuncia scritta al Consiglio superiore della magistratura dai tre figli di Borsellino in occasione dei 25 anni dalla strage. E Palamara scrive: “E’ una lettera in cui Fiammetta ci chiede di fare chiarezza anche all’interno della magistratura. In altre parole ci chiede di prendere l’iniziativa. Pur avendo acquisito gli atti del processo ‘Borsellino quater‘ e avere aperto una discussione in prima commissione del Csm, quella che si occupa dei procedimenti disciplinari, si fece solo ‘ammuina’, come si dice a Napoli. Fu una discussione molto accesa ma, in onestà, non ci fu mai l’intenzione di andare fino in fondo. Non abbiamo neppure convocato, almeno per dare un segnale alla famiglia Borsellino e al Paese, i magistrati che gestirono quel depistaggio. Tanto meno Nino Di Matteo che, ascoltato come testimone al processo di Caltanissetta contro i tre poliziotti coinvolti nel depistaggio, confermò che in un primo tempo aveva creduto alle dichiarazioni di Scarantino e che solo dopo ebbe dei dubbi: una versione che non spiega come mai il processo non fu fermato”. E poi Palamara e Sallusti ricordano che nel 2018 Fiammetta e Lucia Borsellino si recarono nell’ufficio del Procuratore generale, Riccardo Fuzio, fornendo elementi che a loro avviso avrebbero consentito di avviare un’istruttoria, un accertamento delle responsabilità sul piano disciplinare dei magistrati coinvolti. Sono rivelate, come raccontano i fatti, vicende circostanziate. Ma la magistratura in quel momento è concentrata su altri problemi che sono nell’aria: il ‘caso Palamara’. Così nel 2019 il procuratore Fuzio scrive una lettera alle sorelle Borsellino in cui si dice rammaricato. E Palamara scrive anche di una lettera di risposta delle sorelle Borsellino in cui ribadiscono che dopo un anno nessun atto è stato prodotto né si è addivenuti ad una evoluzione dell’istruttoria”. Dunque, a fronte di ciò, l’avvocato Trizzino, afferma: “Confermo il contenuto di entrambe le lettere, sia quella scritta da Riccardo Fuzio a mia moglie che a Fiammetta Borsellino, sia la risposta di Fiammetta Borsellino. Sono documentate”. E poi Trizzino aggiunge: “La famiglia ha sempre espresso delle preoccupazioni. Ha avuto il sospetto che si facesse melina e che non si volessero affrontare le problematiche oggetto della loro lettera. Questo dovrebbe aprire ormai una riflessione indifferibile sul Consiglio superiore della magistratura. Perché, sempre se quanto dichiarato da Palamara dovesse risultare riscontrato e corrispondente alla realtà sulla gestione della lettera, siamo di fronte a un odioso diritto disciplinare del privilegio, che non possiamo assolutamente accettare”. E poi l’avvocato Trizzino ricorda: “Basti pensare a come fu solerte il Csm, prima nei confronti di Giovanni Falcone e poi nei confronti di Paolo Borsellino, per questioni davvero irrilevanti e pretestuose, sicuramente non gravi come quelle oggetto della denuncia di Lucia, Fiammetta e Manfredi Borsellino. Qui, invece, il Csm ha fatto melina, per anni”. E poi Palamara nel libro scrive ancora: “Che il pentito Scarantino non fosse attendibile se ne era accorta all’epoca dei fatti Ilda Boccassini, che per questo lasciò la Procura di Caltanissetta, dove era approdata dopo gli attentati a Falcone e Borsellino proprio per partecipare alla caccia ai colpevoli. Boccassini aveva bollato le parole di Scarantino come ‘fregnacce pericolose’, ma nonostante ciò la macchina infernale della giustizia impazzita continuò la sua corsa, guidata dai procuratori Giovanni Tinebra, quello che di recente, in un altro contesto, il faccendiere Amara indicherà come il capo della loggia ‘Ungheria’, e poi Carmelo Petralia e Annamaria Palma, coadiuvati da un giovane pubblico ministero, quel Nino Di Matteo che diventerà poi una star della magistratura e che ora siede al Csm. Il 2 febbraio 2021, cioè quasi 30 anni dopo i fatti, e 12 anni dopo la scoperta della messa in scena, il Tribunale di Messina ha archiviato l’inchiesta nei confronti dei magistrati Petralia e Palma perché non è stato possibile accertare – così è stato scritto dai giudici – le ‘evidenti anomalie’ del caso Scarantino. I tre poliziotti, Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, sono tuttora sotto processo a Caltanissetta. Petralia, oggi in pensione, il 29 settembre 2021 è stato condannato dai colleghi di Messina a un anno per avere omesso di indagare su un amico imprenditore” – conclude Palamara.

teleacras angelo ruoppolo

Rispondi