Si è registrato un increscioso episodio, in coda all’udienza relativa al processo d’appello di sabato 5 marzo, a carico di Antonello Montante e di una parte dei componenti dell’associazione a delinquere, condannati assieme a lui in primo grado. Dopo un’intera e defatigante giornata, in cui uno dei due difensori di fiducia del Montante, l’avvocato Giuseppe Panepinto, ha dovuto faticare parecchio nel tirare acqua al suo mulino, stava per scoppiare l’ennesima bagarre. Abbiamo assistito ad ore ed ore di  sistematici tentativi di difendere l’indifendibile, malgrado ci siano agli atti del processo prove lampanti, intercettazioni e testimonianze che dimostrano l’esatto contrario rispetto a ciò che ha sostenuto la difesa di Montante. È stato affermato che tutti quanti gli accessi abusivi ai sistemi informatici, dei Ministeri dell’Interno e della Giustizia, non sono stati chiesti, al capo della Security di Confindustria, Diego Di Simone Perricone, dal Montante, bensì da altri soggetti. Secondo questa particolare scuola di pensiero, tali soggetti sono da identificare in coloro che, in concomitanza con quegli accessi, che sono stati effettuati dal 2009 al 2016, avevano dei precisi interessi di varia natura che hanno tutelato attraverso, aggiungiamo noi, delle fuorvianti denunce e delle calunniose querele. Ergo, secondo questa ricostruzione del Panepinto, il Di Simone era a disposizione di tutti coloro che, dentro Confindustria, peraltro guidata in quel periodo da Montante, nella sua doppia veste di presidente regionale e di vicepresidente nazionale, avevano l’esigenza di spiare una miriade di poveri malcapitati. Una volta raccolti i dati sensibili sulle persone spiate e ricattate, il Di Simone li piazzava sul mercato confindustriale,  per le più varie e disparate  finalità mediatico-giudiziarie. Comunque secondo Panepinto Montante con gli accessi abusivi non c’entrava niente. Faceva tutto il Di Simone che, a sua volta, chiedeva di effettuare tali accessi al suo amico, il vice commissario di Polizia Marco De Angelis. Peraltro il De Angelis, aggiungiamo noi, è un imputato reo confesso. Nel corso di un interrogatorio, reso in udienza, ha dichiarato di avere operato quasi sempre su input di Di Simone e che, a sua volta, negli 8 anni incriminati, era lui a chiedere ed ottenere una miriade di informazioni riservate, rivolgendosi al suo collega Graceffa (sub iudice nel troncone ordinario, sempre del processo Montante). Era il Graceffa poi che, materialmente, ed ovviamente in maniera abusiva, accedeva alle banche date riservate dei Ministeri, fornendo puntualmente le informazioni che gli venivano chieste. Questa ricostruzione dei fatti, molto somigliante ad un’abile arrampicata sugli specchi, è l’ultimo disperato tentativo di dimostrare che Montante non ha mai chiesto al capo della security di Confindustria, l’ex poliziotto Di Simone, alcun accesso abusivo. Faceva tutto lui, raccordandosi con gli imprenditori che chiedevano il suo ‘prezioso’ ausilio. A Salvatore Petrotto, una delle parti civili presenti in aula, al termine dell’udienza di sabato 5 marzo, gli è venuto spontaneo, a quel punto, lasciarsi andare ad una semplice ma provocatoria battuta il cui senso lo si può capire un pò meglio leggendo il seguito di quest’ultima puntata del processo Montante. Il Petrotto,  autore peraltro di un libro dal titolo ‘Il sistema Montante’, dentro un’aula bunker semideserta, si è dovuto sorbire, assieme ai pochi addetti ai lavori presenti, per oltre 7 ore, questo incredibile racconto. Si è tentato cioè, di dimostrare l’indimostrabile. Montante sarebbe stato completamente estraneo inoltre a quant’altro gli è stato fin qui contestato in sede penale. In altri termini se reati di spionaggio, dossieraggio, corruzione o, peggio ancora, associazione a delinquere, siano stati commessi, lui non c’entra niente, perché non sapeva niente di niente. E ci può stare che i suoi avvocati abbiano di fatto scaricato ogni possibile responsabilità sul Di Simone, e su chi gli ha chiesto per anni centinaia, forse migliaia, di informazioni riservate, finalizzate a costruire dossier su chiunque. Dossier da dare in pasto, come è noto, alle forze dell’ordine, alla magistratura e ad una certa stampa compiacente. Stampa che aveva il compito di propalare anche notizie false, spesso scabrose e raccapriccianti, oltre che tendenziose. Tutto ciò è successo, a detta dell’avvocato di Montante, per volontà di chi lo circondava, e mai del suo assistito ‘di persona personalmente’, avrebbe chiosato il suo grande e compianto amico scrittore, Andrea Camilleri. Tutto ciò sembra davvero oltre che incredibile persino risibile, ridicolo! Per suffragare tale linea difensiva l’avvocato di Montante ha fatto pure alcuni esempi illuminanti. Nel caso delle parti civili Petrotto e del magistrato Marino, ex assessore regionale con delega ai rifiuti, il Di Simone avrebbe messo in moto la sua avvolgente attività di spionaggio, probabilmente su input di Giuseppe Catanzaro, ex delfino e successore di Montante, alla guida di Confindustria, nonché gestore di una delle 4 più grandi discariche private siciliane, quella di Siculiana-Montallegro. Riteniamo che, in questi, così come in altri casi analoghi, il Di Simone abbia dato il meglio di sé. E noi a questa versione dei fatti vorremmo tanto crederci. Visto che sia il Marino che il Petrotto, avevano denunciato le illegalità relative alla gestione del ciclo dei rifiuti in Sicilia, con particolare riferimento proprio alla discarica del Catanzaro. Ed è stato a quel punto che il Petrotto ha esternato una battuta di spirito che ha rischiato di fare andare su tutte le furie, sia l’avvocato di Montante, che l’ex capo della security di Confindustria, particolarmente prostrato da quel certosino scaricabarile, secondo cui avrebbe spiato ed intercettato tutti quanti lui e soltanto lui, ad insaputa di Montante. Cosa ha detto di così grave il Petrotto, al punto tale da subire anche delle larvate minacce, tendenti ad impedirgli di scrivere, esattamente quello che state leggendo? Ha soltanto detto che, a quel punto, preso atto delle fluviali ed estenuanti conclusioni dell’avvocato di Montante, tendenti ovviamente a scagionarlo del tutto, da questo momento sarebbe meglio ribattezzare il sistema di potere perverso, messo su da Montante, non più ‘sistema Montante’, bensì ‘sistema Di Simone Perricone’, considerato che, tutto ciò che di illegale è stato commesso, e non solo gli accessi abusivi, ma anche, perché no, spionaggio, dossieraggio, con tanto di calunniose lettere anonime, sarebbe stata opera del Di Simone, per favorire altri suoi colleghi imprenditori e giammai Montante.

Evidentemente con quella semplice battuta di Petrotto è stato toccato, inavvertitamente, qualche nervo scoperto. Non è un caso infatti che,  il Di Simone, ha intimato al Petrotto di stare attento a ciò che avrebbe scritto sul suo conto, da quel momento in avanti. Subito dopo, a seguire, l’avvocato di Montante è intervenuto in maniera energica, imponendo al Di Simone di stare in silenzio e di non interloquire col Petrotto. Anche l’avvocatessa della parte civile Gianpiero Casagni, Rossella Giannone, è intervenuta per stigmatizzare quanto di grave stava accadendo.

È chiaro il perché quella ironica battuta di spirito del Petrotto abbia provocato la piccata irascibilitá del Di Simone. Egli, lo ribadiamo, e ne siamo dispiaciuti, è comprensibilmente provato per essere stato prima scaricato, poi condannato ed adesso addirittura additato come il vero ed unico capo della banda degli spioni di Confindustria. All’avvocato Panepinto, in questa sua ricostruzione, gli sarà forse però sfuggito qualche significativo passaggio. A prescindere da chi disponeva od ordinava al Di Simone gli accessi abusivi e quant’altro, la sua ‘preziosa opera’ di intelligenze veniva sempre e comunque prestata per favorire l’intero ‘sistema Montante’; Montante compreso, ovviamente. È inoltre un’offesa all’intelligenza quella di far credere che, un ex poliziotto, raccomandato,  come ha avuto modo lui stesso di riferire nel corso di un’udienza, dal compianto prefetto Caruso e dall’ex procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, per fare il capo della Security di Confindustria, e due suoi colleghi, ancora in servizio, De Angelis e Graceffa, abbiano agito, abusivamente ed indisturbati, dentro le banche date riservate dei Ministeri, per 8 anni consecutivi, senza che nessuno si accorgesse di nulla. Un’ulteriore offesa alla nostra modestissima intelligenza è costituita da un’altra evidente constatazione. Uno come Montante che, dal 2009 e, per lo meno sino al 2016 ed oltre, periodo che coincide, per intenderci, con quel lungo lasso di tempo in cui sono stati effettuati gli accessi abusivi presso le banche date riservate dei Ministeri dell’Interno e della Giustizia, era culo e camicia proprio con i due Ministri che hanno ricoperto proprio quei Dicasteri: il suo conterraneo Angelino Alfano ed

 

Anna Maria Cancellieri. I due importanti ministri dei vari Governi, Berlusconi, Monti, Letta, Renzi e Gentiloni, infatti, si sono alternati, tra Interno e Giustizia, sempre in quegli anni, in maniera quasi ininterrotta, probabilmente fino a quando è stato rilevato l’ultimo accesso abusivo. Uno che come Montante riusciva a far trasferire o promuovere ad Alfano un prefetto o un questore, con una semplice telefonata, senza

neanche incontrarlo. Uno che, come sostengono due alti esponenti delle forze dell’ordine intercettati a telefono, sempre al ministro Alfano non dava del tu, ma dava ‘dell’io’, a dimostrazione del fatto che lo teneva al guinzaglio. Uno come Montante che, ad un suo schiocco di di dita, faceva cadere ai suoi piedi i vertici, oltre che della politica, anche della magistratura, delle forze dell’ordine e della stampa tutta; quella che conta e quella che contava i soldi con cui lui si comprava questo o quel giornalista. Al cospetto di un soggetto di questo genere, si può continuare a tollerare e ad accettare una simile versione dei fatti così strabiliante? Montante non c’entra niente con gli accessi abusivi, con lo spionaggio ed il dossieraggio ad uso e consumo suo e della sua lobby. Ha fatto tutto quanto Di Simone Perricone, già poliziotto, già capo della Security di Confindustria e, momentaneamente, additato dagli avvocati di Montante quale unico responsabile di questa spy story,  di questa sorta di tragicomico ‘grande fratello vip’. In realtà, come ben sappiamo, avendo letto montagne di documenti, avendo ascoltato decine di intercettazioni, avendo ascoltato, nelle varie udienze, numerosissime testimonianze,  l’indiscussso attore protagonista, lo sceneggiatore ed il regista di questa terribile telenovela, di questo devastante sistema di potere, da oltre un quindicennio, è lui e soltanto lui:  Antonello Montante.

Giuseppe Panepinto, che come più volte detto è uno dei due avvocati di Antonello Montante, proseguirá venerdì prossimo, 11 marzo, la sua arringa difensiva, sempre davanti alla Corte d’Appello presieduta da Andreina Occhipinti, con giudici a latere Giovanbattista Tona ed Alessandra Giunta, mentre la pubblica accusa è sostenuta dal Procuratore Giuseppe Lombardo. Si tratta del processo che si sta celebrando, col rito abbreviato, relativo al cosiddetto ‘Sistema Montante’ che, in primo grado si era concluso il 10 maggio del 2019, con la condanna di 5 dei componenti della lobby capitanata dall’ex ‘apostolo dell’antimafia’, ex ‘paladino della legalità’, numero 2 di Confindustria Nazionale, nonché compare del mafioso Vincenzo Arnone,  Antonello Montante. I reati contestati, per i quali il Montante è stato condannato, quasi tre anni fa, a 14 anni di reclusione sono: associazione a delinquere, corruzione, accesso abusivo al sistema informatico dei Ministeri dell’Interno e della Giustizia, violazione di segreti d’ufficio, minacce e violenza privata ed altro ancora.

Giorno 12 marzo verrà sciolta la riserva relativa all’ammissione delle 23 parti civili che si sono costitute, nel nuovo processo sempre a carico di Montante. Quest’altro procedimento giudiziario riguarderá anche il suo delfino e successore alla

guida di Confindustria Sicilia, Giuseppe Catanzaro, l’ex presidente della Regione Siciliana Rosario Crocetta, gli ex assessori regionali Mariella Lo Bello e Linda Vancheri, l’ex commissaria dell’IRSAP ed attuale sindaca di Naro, Maria Grazia Brandara ed altri soggetti appartenenti anche alle forze dell’ordine.

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