Salvatore Petrotto chiede udienza a Papa Francesco per spiegargli ciò che domani avrebbe dovuto riferire, se glielo avessero permesso, in Commissione Nazionale Antimafia. Per riferire a sua Santità ciò che ha scritto non solo sul ‘Sistema Montante’, ma anche su una miriade di scandali economici, politici e mediatico-giudiziari che investono anche due uomini che, in Vaticano, ricoprono incarichi davvero molto importanti. Uno, l’ex Procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone, è il presidente del Tribunale del Vaticano. Un altro, Vincenzo Morgante, è il direttore di TV 2000, la televisione dei vescovi italiani. Le notizie che il Petrotto avrebbe dovuto rassegnare all’attenzione dell’Antimafia Nazionale, sono attinte da atti processuali e da una lunga serie di reportage, sul conto di alcuni magistrati. A partire proprio dal capo dei magistrati del Vaticano, Giuseppe Pignatone, e per finire con quello che sembra l’ormai prossimo procuratore della repubblica di Palermo, l’attuale procuratore di Messina, Maurizio De Lucia. Altre informazioni, davvero assai utili, riguardavano e riguardano ancora, il direttore della TV vaticana, Vincenzo Morgante. Tutti e tre questi soggetti, non so se d’ora in avanti si potrà più dire, frequentavano assiduamente Antonello Montante, il falso paladino dell’antimafia, condannato il 10 maggio del 2019 a 14 anni di reclusione, per associazione a delinquere, corruzione, e per una micidiale e ricattatoria attività di spionaggio, attraverso un diuturno accesso ai sistemi informatici dei Ministeri dell’Interno e della Giustizia, per lo meno dal 2009 e sino al 2016. Ministeri retti, in quegli anni, quasi ininterrottamente, da Angelino Alfano ed Anna Maria Cancellieri. Si trattava di due ministri che erano strettamente legati a Montante ed all’associazione a delinquere, costituita anche da parecchi uomini e donne appartenenti ad apparati deviati dello Stato, con a capo il Montante. Il Montante è inoltre sotto inchiesta per mafia. Tutti sapevano, e quando dico tutti, mi riferisco anche ad alcuni magistrati e ad alcuni esponenti di vertice delle forze dell’ordine, che frequentavano assiduamente Montante, e lo sapevano, sicuramente a partire dal 2009, che l’ex numero due di Confindustria nazionale era compare del capomafia di Serradifalco Vincenzo Arnone e che che faceva affari, secondo il racconto dei pentiti Di Francesco, Barbieri, Riggi e Riggio, con la mafia siciliana. A partire dal 2009 si era iniziato ad indagare sui rapporti tra Montante e la mafia nissena che faceva capo a Piddru Madonia. Ci riferiamo a quando il colonnello Romeo aveva trovato, a casa del compare di Montante, il boss Vincenzo Arnone, le foto del matrimonio del falso paladino dell’antimafia. In quelle foto erano ritratti sia Vincenzo che suo padre Paolino, anch’egli capomafia, ed il cui papà, Vincenzo Arnone, l’omonimo nonno del compare di Montante, ovviamente, a sua volta, anche lui mafioso, era compare della storica ‘star’ della mafia nissena, un tale che di cognome faceva Genco Russo, da Mussomeli. Il Montante era praticamente amico e compare del rampollo di una dinastia di mafiosi di rango, che lo aiutarono non poco nella sua vertiginosa scalata anche dentro Confindustria Nazionale. Quell’album di foto, fino ad allora sconosciute, se diffuse, avrebbe potuto contribuire a cancellare definitivamente l’immagine di paladino ed eroe dell’antimafia che Montante si era cucita addosso, attraverso dossier calunniosi ed imposture di ogni genere. Montante allora si allarmò a tal punto da telefonare a quel colonnello dicendogli che, se avesse messo in giro le foto che aveva trovato a casa di Vincenzo Arnone, gli avrebbe rotto i denti. Ed effettivamente quelle foto non furono messe in giro, non vennero cioè date in pasto alla stampa e quindi all’opinione pubblica. Si persero tra i meandri degli uffici giudiziari. Grazie a quel minaccioso avvertimento il falso ‘apostolo dell’antimafia’ riuscì a farla franca. Tra quelle foto, peraltro, ce n’era una, e forse più di una, assai compromettente. Ci riferiamo a quella in cui era stata immortalata l’effige di quel giovinastro di Montante con accanto il capomafia Paolino Arnone, ritratti dentro la sede nissena della Confindustria dell’epoca, che si chiamava Assindustria. I suoi compari mafiosi allora ricoprivano cariche di vertice dentro Assindustria. A distanza di alcuni anni, esattamente ad aprile del 2014, quelle foto, unitamente al certificato di matrimonio attestante che gli Arnone erano compari di Montante, furono pubblicati dal giornale ‘I Siciliani Giovani’

diretto da Riccardo Orioles. Dopo qualche mese da quella pubblicazione, a giugno del 2014, il Montante venne messo sotto inchiesta per mafia e per tanto, tantissimo altro ancora, sotto falso nome, con lo pseudonimo di Mauro Cavaleri. Gli orgni inquirenti furono costretti ad usare un nome falso, per iscrivere Montante nel registro degli indagati, in modo da non far sapere niente a nessuno, riguardo a quella pesante inchiesta per mafia sul suo conto. Tale scelta si era resa necessaria perché Montante vantava di avere molti, tanti, troppi ‘amici’, anche all’interno della magistratura, oltre che nelle forze dell’ordine che avrebbero potuto, in un modo o nell’altro, insabbiare immediatamente tutto quanto.

Ebbene, se non lo si è ancora capito, i vari Pignatone, De Lucia e Morgante, oggi hanno l’esigenza di prendere le distanze da Montante; hanno l’esigenza di far finta di cadere dalle nuvole quando vengono evocati, per tabulas, anni ed anni di frequentazioni, di ‘amicizia’ con Montante. E si arrabbiano non poco. Specie chi, come Maurizio De Lucia, a giorni, potrebbe essere nominato, dal CSM, procuratore della repubblica di Palermo, dopo che il suo collega Pignatone, stando al racconto di Palamara, contenuto nel  suo ultimo libro intervista ‘Lobby&Logge’, nel 2017 lo aveva sponsorizzato, facendolo diventare procuratore di Messina, al posto di Barbaro, di cui non si fidava. Temeva che Barbaro potesse indagare su suo fratello, sul fratello di Pignatone cioè, e quindi su di lui. E ciò avveniva dopo che a Roma il sostituito procuratore Stefano Fava, aveva iniziato ad occuparsi dell’inchiesta sull’avvocato dell’ENI Pietro Amara. Quel Pietro Amara che ha iniziato la sua sfolgorante carriera di corruttore partendo da Siracusa. I primi magistrati ad essere stati da lui corrotti, prestavano servizio presso la Procura di Siracusa. Si tratta di Longo e Musco. Poi Amara pensò bene di proseguire con quella sua redditizia attività corruttiva ‘sbarcando il lunario’, dentro i tribunali di Milano e Brescia, passando per Messina, Taranto ed ovviamente Roma. La ‘colpa’ del magistrato Fava, o per meglio dire l’ ‘errore’ che l’allora procuratore di Roma Pignatone non gli ha perdonato, che lo fece mettere sotto inchiesta e  trasferire alla sezione civile del tribunale di Latina, è stato quello di avergli detto che si doveva astenere riguardo all’indagine sul corruttore Piero Amara, perché risultava coinvolto anche suo fratello.

In tutte queste vicende e dinamiche giudiziarie un ruolo determinante lo ha avuto poi, nel 2018, il procuratore di Messina Maurizio De Lucia. Il De Lucia infatti si sdebiterá con Pignatone, sempre secondo il racconto di Luca Palamara. Ciò avverrà quando il Palamara si metterà in proprio, si sgancerá cioè da Pignatone, col quale aveva condiviso una miriade di scelte riguardanti le nomine dei vertici di diverse Procure. Le sue disgrazie sono iniziate quando si è permesso di ‘virare’ sull’attuale procuratore generale di Firenze, Marcello Viola, assieme a tanti altri suoi colleghi, per conferire l’incarico di procuratore di Roma. Quel Viola che dentro il CSM entra papa ed esce cardinale. Tutto ciò,  come è risaputo capita, non proprio casualmente, dopo che fanno la pelle a Palamara, con quella famosa intercettazione all’hotel Champagne. Ad essere intercettati furono Palamara, il parlamentare e magistrato Ferri, l’allora potente parlamentare renziano Lotti e compagnia contando. Stavano discutendo di Viola che, di lì a breve, sarebbe diventato procuratore di Roma se, ironia della sorte, non fosse stato bruciato proprio grazie alla diffusione di quella intercettazione. Cosa emergeva di così scandaloso in quell’intercettazione? Emergeva che c’era un accordo, tra le varie componenti del CSM, per favorire la nomina di Viola a procuratore di Roma. Tale accordo dava fastidio alla cordata opposta che sponsorizzava Prestipino-Lo Voi che, da quel momento, inizia ad imbastire una campagna-stampa scandalistica, per dimostrare che Palamara aveva sponsorizzato Viola per favorire la cordata che faceva capo anche, e non solo, all’allora potente Matteo Renzi. Tutto ciò avveniva in occasione del pensionamento di Pignatone. Il Pignatone infatti, dal canto suo, come di solito si fa nelle monarchie ereditarie, aveva già in testa chi avrebbe dovuto essere il suo successore: il procuratore di Palermo Francesco Lo Voi. E chi è oggi il procuratore di Roma? Come volevasi dimostrare, Francesco Lo Voi. Anche se la sua nomina, la cui gestazione è stata parecchio travagliata, è stata preceduta da qualche anno di interregno di Prestipino. Altro magistrato assai gradito a Pignatone. Purtroppo l’incauto Palamara, riguardo alla successione di Pignatone è stato per lo meno poco accorto. Per la prima volta nella sua vita non ha capito che doveva accontentare, ancora una volta, il ‘padre-padrone’ della Procura romana, ossia Giuseppe Pignatone. Così, dopo decenni di onorata o ‘disonorata’ carriera (a seconda dei punti di vista) di lobbista giudiziario, Palamara, a partire dal 2018, per un’amara ironia della sorte, cade definitivamente dal cuore degli amici. Viene colpito dal fuoco amico. Dal troian che gli ha fatto inoculare, sul suo telefonino, proprio De Lucia, quel procuratore di Messina scelto, assieme a lui, da Pignatone. Cosa è successo di così grave, da spingere il De Lucia a disporre le intercettazioni a suo carico?

Viene sentito dalla Procura di Messina Longo, l’ex procuratore aggiunto di Siracusa, condannato penalmente perché corrotto dall’avvocato dell’ENI Amara e cacciato via dalla magistratura. Il Longo, secondo quanto trasmesso dal De Lucia alla Procura di Perugia, che stava indagando su Palamara, dopo essere stata allertata da Pignatone, avrebbe riferito che Palamara gli aveva chiesto 40 mila euro per nominarlo procuratore di Gela. Il che non era per niente vero, ma serviva tale pesante accusa, peraltro subito smontata da chi aveva curato la regia per montatarla, per intercettare Palamara e sventare il suo tentativo di scalzare il pensionato Pignatone, facendo nominare Marcello Viola a procuratore di Roma, invece  di Prestipino e/o Lo Voi. Fatto fuori Palamara, gli uomini voluti da Pignatone, tra un ricorso e l’altro, si sono ‘regolarmente’ seduti sulla poltrona di procuratore di Roma: prima Prestipino ed adesso Lo Voi.

Adesso tocca a De Lucia, uomo sempre di Pignatone, diventare procuratore di Palermo. E ne siamo certi che ci riuscirà. Per meriti di servizio. Per i servizi resi in quel di Messina di cui ci siamo, per la verità in pochi, occupati in questi ultimi anni.

Ecco perché in Commissione Nazionale Antimafia non hanno fatto parlare Petrotto. In questo momento non bisogna arrecare alcun disturbo a chi si sta occupando della nomina di De Lucia a procuratore di Palermo. Non bisogna minimamente evocare certi episodi della sua vita, certe sue affettuositá nei confronti di Antonello Montante, ad esempio.

E come si fa per stoppare Petrotto? Per impedirgli di riferire alla Commissione Nazionale Antimafia le cose che sa e che, soprattutto scrive da tempo?

Riteniamo che un ruolo in tal senso l’abbia avuto forse il giornalista Vincenzo Morgante, che non ha probabilmente perso certi vizi che erano, e sono propri di chi, nel 2012,  l’ha raccomandato per diventare direttore di tutte le testate giornalistiche regionali della RAI. Ci riferiamo ad Antonello Montante. Non è un caso che a meno di 24 ore dalla mia prevista audizione, davanti alla Commissione Nazionale Antimafia, gli uomini e le donne, orfani di Montante, si sono messi tutti quanti in moto a colpi di dossier. Dossier veicolati sotto banco nelle chat, per continuare a denigrare ed a delegittimare l’ex sindaco di Racalmuto Salvatore Petrotto, propalando atti datati che lo riguardano. Atti risalenti a quando Montante e la sua lobby, di concerto con la sua amica ministra, Anna Maria Cancellieri, fecero sciogliere per delle inesistenti infiltrazioni mafiose il Comune di Racalmuto, dopo che, sempre il Petrotto avevo denunciato, in sede penale, oltre che pubblicamente, i sodali di Montante che si occupavano in Sicilia, in maniera illegale della gestione di acqua e rifiuti.

Per sferrare quest’ultimo ferale colpo contro Petrotto, per impedirgli di parlare, il solito sistema di potere si è avvalso dell’apporto di un nutrito gruppo, trasversale, di parlamentari che, attraverso le stesse modalità usate da Montante, hanno inscenato la solita parodia di crimini inesistenti, per coprire i ver crimini commessi dalle lobby che rappresentano.

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