Prima dell’addio, Fitoussi aveva lanciato un allarme sociale fortissimo. Vediamo di ascoltarlo, per una volta

DI ANTONELLO CAPORALE

21 MARZO 2022

Le due guerre sovrapposte le chiama Jean Paul Fitoussi.

Di là i cannoni a cui assistiamo sgomenti e impauriti. Da noi potrebbe accadere qualcosa di meno distruttivo ma ugualmente grave: insofferenze di piazza sempre più larghe, spinte dalla condizione di minorità economica di interi ceti sociali e produttivi che si vedono falcidiare dai disastri della nuova economia.

La guerra in Ucraina provoca lo choc energetico nell’Occidente. Le sanzioni che abbiamo deciso contro la Russia le aggravano.

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A farne le spese gruppi sociali sempre più vasti. Costa di più l’energia, costeranno di più le materie prime e la lunghissima sequela di beni di consumo. L’inflazione subirà un brusco innalzamento. La quota sempre più ampia di consumatori e lavoratori che non ce la faranno diverrà predominante negli equilibri sociali.

Si riempiranno le piazze.

Ricorda la rivolta dei gilet gialli nella mia Francia? Attenzione perché la brace arde.

Professor Fitoussi, questi sarebbero gli effetti collaterali della guerra?

In parte sì. Non c’è alcun dubbio che petrolio, gas, grano alimenteranno il caro prezzi. La speculazione poi farà il resto e la bolla della pace sociale scoppierà.

Lei dice in parte sono effetti collaterali della guerra. E in parte?

In parte questi disagi sono figli della considerazione di un grave effetto ottico che nasconde ai nostri occhi una povertà sempre più larga e profonda delle società occidentali. Siamo più poveri di quanto pensiamo di essere e non ci crediamo, sottovalutiamo oppure non immaginiamo una proporzione matematica. Se è vero che quelli che si arricchiscono di più sono sempre di meno, dev’essere vero che quelli che ci perdono di più sono sempre di più.

L’Europa sta messo peggio di come si raffigura.

È meno ricca ed è attraversata da una economia esposta ai venti della speculazione e una democrazia strattonata dalla propaganda delle forze estreme, specialmente quelle di destra.

Sempre che riusciamo a tenerci fuori dalle cannonate di Putin.

La guerra è il grande choc. Che non sarà solo economico, ma sociale e persino demografico. Grandi masse si sposteranno da un posto all’altro. Le nostre società avranno un bisogno assoluto di iniezioni di denaro pubblico.

Ce la farà l’Unione a costruire un altro fondo di resilienza e ripresa?

E perché no. Chi ce lo vieta? L’Unione europea ha la possibilità di spendere. L’importante è che i suoi soldi li spenda nei settori giusti.

Cosa consiglia?

Aumentare le risorse per il welfare. Mantenere in vita i disoccupati, alimentare la spesa pensionistica e i salari più bassi indicizzandoli all’inflazione che punterà in alto. Spendere nella cura sanitaria.

Bisogna creare una rete di sostegno ai nuovi poveri, a quelli che verranno.

I nuovi poveri si aggiungeranno alla moltitudine che già ora soffre. Questo aumento può costituire il braciere vivo delle prossime contestazione di piazza.

Lei immagina le proteste come molto vicine.

Sono assolutamente sicuro che ci saranno. La miccia dei bisogni è innescata, ancora qualche settimana e vedremo le conseguenze.

In estate il grande incendio anche della democrazia.

La nostra democrazia è fragile ed esposta alle intemperie dei settarismi e dei nuovi fascismi e razzismi. Bisogna provare a spegnere il braciere che cova già adesso.

Come si spegne?

Con una grande politica ridistributiva. Una massa finanziaria deve bagnare le parti basse della società, deve inondare i campi ora aridi del bisogno assoluto. Spostare dai ricchi ai poveri. Intesi?

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