Al suo funerale si presentarono tre paesi. La mafia contava sull’omertà, e quella fu la risposta: i cittadini di Villafranca, Lucca Sicula e Burgio arrivarono, in massa, al funerale dell’uomo che i mafiosi avevano ucciso crivellandolo di colpi.

Calogero Tramuta era una brava persona. Amica di tutti, solare, libera. Era un ex finanziere tornato in Sicilia per coronare il suo sogno: mettere in piedi un’azienda agricola che esportasse le arance. E lì, nell’agrigentino, con la sua azienda stava facendo qualcosa che nessuno faceva: pagare bene i piccoli contadini, trattarli bene. Non imponeva loro i prezzi come facevano i mafiosi, ma li pagava onestamente.

Ruppe il monopolio mafioso, fece vedere agli agricoltori che un altro modello esisteva. E per questo attirò le attenzioni e l’odio del boss locale.

Dal 1993 al 1996 visse costantemente minacciato. Gli rompevano le arance, gli manomettevano i freni dell’auto, gli sfasciarono le pompe di irrigazione e, in un’occasione, riuscirono a sostituire un suo carico di arance con una partita scaduta. Per tre anni Calogero resistette senza piegarsi. Poi sbottò e si presentò dal boss Emanuele Radosta, chiedendo risarcimenti e dicendo che tutto quello doveva finire.

Il boss diede mandato di ucciderlo quello stesso giorno.

Il 27 aprile 1996 lo crivellarono di colpi. Mandarono un commando per ucciderlo. In pubblico, davanti a tutti, affinché la gente imparasse.

“Cu tocca a mia se abbrucia”, disse tronfio il giorno dopo Radosta.

La gente però non imparò. Perché al funerale si presentarono in massa. Amici, conoscenti, contadini dei paesi dove Calogero era conosciuto. Tutti si strinsero attorno alla famiglia. Nessuno rimase in silenzio.

Il boss si prese 30 anni di carcere. Non ci fu omertà, non ci fu silenzio.

Oggi ricordiamo tutto questo. La memoria di un uomo che non si piegò e il coraggio di tanti cittadini che decisero di non voltarsi dall’altra parte.

Rispondi