Ieri mattina ho scritto un messaggio a Paolo Mondani: gli facevo i complimenti per la puntata di Report dedicata alle stragi di mafia. Mi ha risposto che aveva un problema, gli uomini della Dia gli stavano perlustrando casa.
Mi sembra il degno finale delle commemorazioni per il trentennale delle stragi: lo Stato che fruga nei cassetti di chi ha realizzato l’unica seria inchiesta televisiva del servizio pubblico, tra l’altro suffragata da sentenze che lo stesso Stato ha pronunciato.
La verità è che il reportage di Paolo è una goccia pregiata in mezzo a un mare di ricostruzioni melense, che cercano di strappare qualche lacrima con le storie d’amore e d’amicizia, e citano la frase di Falcone sulle “menti raffinatissime” senza chiedersi di chi mai parlasse.
Trent’anni sono trascorsi, ma la maggior parte dei mezzi d’informazione mostra di avere su quel che accadde la stessa consapevolezza di tre mesi dopo, e lo stesso bagaglio di conoscenze.

Circa quarant’anni fa, su “I Siciliani”, con Claudio e Riccardo scrivevamo della strategia della tensione declinata in Sicilia; dell’alleanza tra mafia, destra eversiva e servizi deviati per coprire gli affari, azzerare il dissenso, eliminare i pericolosi. Terrorizzare per sopire. Fummo i primi a scrivere che il Sisde di Palermo era una tana di serpenti, e i primi a fare il nome e il cognome del capo dei serpenti.
Non avevamo prove, mettevano insieme indizi, ma avevamo ragione. Potevamo immaginare (e per certi versi sapevamo) che su quelle cose riflettessero anche Falcone e Borsellino; ma loro misuravano sempre le parole.
Oggi siamo certi che così fosse. Oggi su quelle intuizioni ci sono ottime inchieste giornalistiche, verbali di pentiti, riscontri oggettivi, indagini di uomini dello Stato che hanno preso il serpente per la coda. Oggi è possibile dire cosa avevano capito Falcone e Borsellino e perché sono morti: delitti politici, nel senso di volti a non ostacolare il corso della politica, con la mafia braccio armato – e certamente interessato – dell’alleanza di cui parlavamo quarant’anni fa.
Come dice Paolo nel finale del suo lungo servizio (che v’invito a rivedere su Raiplay), trent’anni di celebrazioni retoriche e vuote hanno deformato la realtà. Viviamo dentro un torpore stordente e consolatorio; ci si commuove per Falcone e Borsellino dimenticandosi che non di lacrime ha bisogno la loro memoria, ma di verità e giustizia.
E come culmine della farsa, certi politici siciliani prima vanno a baciare la pantofola dei condannati per mafia e poi a celebrare gli eroi della lotta alla mafia. Viviamo in un grande sonno, immersi nei nostri schermi ad alta risoluzione, e nel sogno tutto si confonde.

Michele Gambino

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