L’altro ieri mi hanno proposto di seguire ciò che sta succedendo al Tribunale di Agrigento con il processo Kerkent, di cui non conoscevo nulla. Oggi, per la verità, non ho molta voglia di addentrarmi nelle descrizioni minute di certe peculiari dinamiche giudiziarie. Di errori più o meno voluti e di ingiustizie ne ho le tasche piene e pure i coglioni, direbbe, con un mascolino francesismo, il noto cantautore Francesco Guccini. Di questa vicenda non voglio cogliere chissà quali aspetti particolari, ma soltanto compiere qualche giro di valzer, al solo fine di tentare di spiegare la filosofia di certi perché. Del perchè, ad esempio, vengono spesso travisate e/o tradite talune verità che, sembrano lampanti, soprattutto agli occhi degli avvocati delle vittime di ingiustizia. Verità che però spesso vengono inghiottite all’interno dei soliti coni d’ombra. Ciò continua ad avvenire, sistematicamente, laddove sono del tutto spenti, o addirittura fulminati, i riflettori dei piccoli, così come dei grandi media. Ciò avviene in certi tribunali di provincia. Una cosa del genere, attenzione,  non capita  solo ad Agrigento. Qualcosa di simile, se non peggio, continua a verificarsi, ad esempio, a Ragusa, se solo ci limitiamo alla Sicilia. Non parliamo poi di Palermo o Messina, là ci perdiamo di casa. Grazie ad internet ho appreso che ‘Kerkent’ è l’altisonante ed esotico nome dato ad una delle tante storie in cui il traffico degli stupefacenti, gestito da mafia e ndrangheta, si mescola con qualche interferenza, e qualche forzatura investigativa ed istituzionale, possibilmente per fare carriera, anche sulla pelle di qualche povero disgraziato. Ormai tutti quanti i processi si fanno, com’è noto, principalmente avvalendosi di miriadi di intercettazioni affastellate le une sulle altre; spesso tutte quante raccolte alla rinfusa, tutte da riascoltare e rivedere; alcune di esse, che potrebbero essere assai importanti e determinanti, spesso si ritrovano, magari a distanza di tempo, abbandonate in uno scantinato. Nel processo Kerkent si sta uscendo un pò fuori dal seminato; al di là delle canoniche intercettazioni ambientali e telefoniche, interpetrate ed utilizzate a campione, della serie questa vince e questa perde, si è materializzata e si sta ritagliando un ruolo fondamentale una persona in carne ed ossa, l’ex moglie del teste chiave che ha sostenuto, il 30 maggio scorso, sotto giuramento, che il suo ex marito, il teste chiave cioè, le ha detto, sia al telefono che attraverso whattsapp, che è stato pagato da un poliziotto per accusare anche delle persone innocenti. Ed il colmo è che ha pure portato in aula la prova provata riguardo a quello che ha detto, ossia il telefonino e la sim contenenti i messaggi ed i video registrati. Oggi eravamo tutti quanti lì lì,  pronti a sentire quei brevi messaggi, che avrebbero tagliato la testa al toro, la cui durata complessiva è di una decina di minuti. Ma il perito nominato dal Tribunale ha fatto perdere la volata a tutti quanti. In primis agli avvocati degli imputati, e tra questi due in particolare, Salvatore Pennica e Ninni Giardina, che si sono battuti, sino allo stremo delle loro forze, per ascoltare immediatamente la viva voce del teste in questione che, a quanto pare, sarebbe stato, come detto, subornato a pagamento, da un poliziotto. Purtroppo per problemi tecnici i messaggi  audio e video si potranno ascoltare e vedere in aula il 12 luglio prossimo. L’avvocato Ninni Giardina, che assiste Francesco Luparello, avrebbe voluto portare inoltre come ulteriori testi a suo favore, ma le è stato inspiegabilmente impedito, anche qualche altro poliziotto in servizio presso la Questura di Agrigento, diposto a confermare ulteriormente la tesi della subornazione del teste chiave o pentito, più o meno falso, che dir si voglia. È evidente che questo diniego rappresenta un pericoloso vulnus lungo il percorso di ricerca della verità. È chiaro che se prevale la tesi difensiva, secondo cui in questo processo sono state inquinate, da parte di qualche investigatore, alcune prove testimoniali,  l’intero impianto accusatorio rischia miseramente di cadere, con delle prevedibili gravi conseguenze anche nei confronti di chi ha condotto le indagini. Era forse questo che si voleva e, forse ancora, si vuole evitare,  impedendo che, oltre alla ex moglie del pentito, vengano a testimoniare anche i poliziotti che sono disposti a sostenere che, più di qualcosa, nell’inchiesta che ha portato all’odierno processo, non va proprio. Si teme, per essere chiari, che possano emergere dei reati commessi da qualche poliziotto? Ecco perché, il 30 maggio scorso, sempre l’avvocatessa Giardina, si è vista costretta ad ingaggiare un duro scontro in aula col presidente del Collegio, il Dott. Malato, fino al punto di chiederne la ricusazione, per avere ostacolato alcune sue fondamentali linee difensive e per aver dato del pregiudicato al suo assistito, al quale finora non è stata mai inflitta alcuna condanna definitiva. ‘Nihil novi sub caelo’, nulla di nuovo sotto il cielo si potrebbe dire, facendo appello al manzoniano ‘latinorum’. Si tratta di storie di ordinaria dialettica processuale, o c’è qualcosa da nascondere? Anche perché, nel nostro caso, ci riferiamo al cielo, a volte plumbeo, della giustizia che si celebra ad Agrigento, nella Terra di Pirandello, nella Terra del ‘così è se vi pare’. La Corte che si occupa del processo Kerkent è presieduta peraltro da una nostra vecchia conoscenza, il più volte menzionato Alfonso Malato, persona che,  grazie anche al suo grande equilibrio, in passato, è riuscito ad ottenere un prestigioso incarico ministeriale conferitogli dall’agrigentino Angelino Alfano, quando diventò, per la prima volta, ministro. E che ministro! Ministro della Giustizia nell’ultimo Governo Berlusconi. Poi, com’è noto, diventerá ministro dell’Interno e ministro degli Esteri. Oggi dirigge, in Lombardia, uno dei più grossi poli ospedalieri privati d’Europa, il San Donato-San Raffaele. Assieme a Malato allora Alfano si portò dentro il Ministero un altro suo collega agrigentino, il magistrato Luigi Birritteri, detto Gigi che, qualche anno prima, il Centrosinistra agrigentino lo aveva candidato alla presidenza della provincia regionale di Agrigento, contrapponendolo a Vincenzo Fontana, ossia all’allora presidente uscente, nonché candidato di Alfano, poi diventato parlamentare, prima nazionale e poi regionale. Stiamo parlando delle solite giravolte e stranezze, oltre che delle solite porte girevoli tra politica e magistratura. Tutto ciò avveniva mentre si perdevano le tracce di alcune grosse inchieste che avrebbero dovuto riguardare quel presidente della provincia che, per più di un decennio, aró e coltivò il terreno ad Alfano. Fu infatti principalmente grazie al Fontana che il giovane ed aitante virgulto della politica nostrana poté spiccare il volo verso i palazzi ministeriali, svolazzando da destra a sinistra, ovviamente grazie anche ai successivi ed ulteriori sostegni di alcuni cosiddetti poteri forti e di alcuni uomini assai potenti, poi caduti in disgrazia, quali l’ex paladino dell’antimafia Antonello Montante. Fu così che i grandi appalti, prima in provincia di Agrigento e poi in tutta la Sicilia, così come la gestione di acqua e rifiuti, dei centri di accoglienza per immigrati, dei beni confiscati alla mafia e di qualsiasi servizio pubblico o privato che sia, con gara o senza gara, con affidamenti diretti e proroghe varie ed eventuali e con autorizzazioni del tutto illegittime, diventarono un esclusivo appannaggio della vera quintessenza del potere, detenuto da Alfano e dalla sua lobby. Mentre chiunque si azzardava ad avanzare la benché minima critica nei confronti di quel sistema di potere perverso, lo facevano saltare in aria con delle micidiali bombe mediatico-giudiziarie, a colpi  di denunce calunniose e querele a ripetizione, che venivano sparate dentro i tribunali della Repubblica, tenuti in ostaggio da Alfano.

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