Antonella Pandolfi, fino ad alcuni mesi fa prestava ancora servizio presso la Procura di Agrigento, adesso è stata trasferita a Roma. È stato il Gip di Caltanissetta, Gigi Omar Modica, a chiedere nei confronti della Pandolfi l’imputazione coatta. È accusata di avere omesso di avviare l’azione penale nei confronti della famiglia Catanzaro, denunciata nel 2012 per una lottizzazione abusiva,  ricadente in un’area di notevole pregio storico e paesaggistico, a ridosso della torre medievale di Monterosso, in territorio di Realmonte. Per oltre sette anni lei si è disinteressata di quella lottizzazione abusiva. Il tempo necessario cioè, per fare prescrivere gli eventuali reati commessi dai Catanzaro che avevano giá iniziato a realizzare i primi scheletri in cemento armato, peraltro ancora oggi ben visibili. Sempre la Pandolfi, e sempre in territorio di Realmonte, per un altro analogo caso di presunti abusi edilizi, si adoperava invece, con molta solerzia, a bloccare i lavori ed a sequestrare un’intera area edificabile, dove un  imprenditore originario di Caltagirone e residente a Siracusa, Gaetano Caristia, stava realizzando alcune villette che erano state peraltro autorizzate dal Comune e dalla Sovrintendenza ai Beni Culturali. L’inchiesta  a carico del Caristia, che era stato peraltro denunciato un anno dopo rispetto ai Catanzaro, andò  speditamente avanti con tanto di processo, che è già addirittura approdato fino in Cassazione. Per quanto riguarda i Catanzaro la Pandolfi, solo dopo essere stata più volte denunciata dal Caristia per la cocente ingiustizia subita, si è timidamente limitata, nel 2019, a disporre il semplice sequestro dell’area interessata dagli abusi edilizi. Insomma si è trattato di uno dei più classici esempi, come si suole dire in questi casi, dell’utilizzo di due pesi e di due misure diverse.

Ma che la bilancia della giustizia ad Agrigento ha pesato tutta quanta a favore dei Catanzaro, è stato dimostrato, sempre dal Caristia, assistito dall’avvocato Gigi Restivo, anche riguardo ad altre madornali sviste della Pandolfi quando si è occupata, sino a qualche anno fa, della mega discarica di Siculiana-Montallegro. Non sono servite a niente tre distinte inchieste giudiziarie condotte dalla Pandolfi e da qualche suo collega. Di quei procedimenti penali non se ne sa più niente. Sono stati ‘regolarmente’ accompagnati verso la prescrizione. Il tutto è avvenuto in tre periodi diversi, a partire dal 2005, da quando cioè i Carabinieri del NOE e le altre forze di polizia, iniziarono ad interessarsi di ciò che stava avvenendo in quei paraggi. Poi l’attività di indagine è stata ripresa nel 2013, quando imperava il cosiddetto ‘sistema Montante’ che è riuscito ad esercitare il suo irresistibile fascino anche nei confronti dell’allora capo della procura di Agrigento,  Renato Di Natale, un carissimo amico del falso paladino dell’antimafia Antonello Montante oltre che di Giuseppe Catanzaro, il più famoso dei tre fratelli titolari della Catanzaro Costruzioni s.r.l., la società che gestisce, ancora oggi, la discarica in questione. L’ultima inchiesta sull’affaire Siculiana-Montallegro,  anche questa semiabortita, risale al 2017 ed è culminata nel 2020 in un sequestro giudiziario ed in un successivo dissequestro. Anche di quest’altro procedimento giudiziario non si sa ancora che fine farà.

L’unica cosa certa è comunque che tutta questa storia che viene evocata nell’inchiesta nissena di cui ci siamo fin qui occupati,  inizia proprio con la Pandolfi che, nel 2007, a seguito di una denuncia dei fratelli Catanzaro, fece addirittura incriminare, ingiustamente per mafia, l’allora sindaco di Siculiana, Giuseppe Sinaguglia, l’allora comandante dei vigili urbani, il capo dell’ufficio tecnico ed il responsabile della discarica che, fino ad allora, era di proprietà del comune di Siculiana e che poi diventerà un’enorme ed inaccessibile enclave dei fratelli Catanzaro.

Ma questa è un’altra storia, anch’essa fatta di favori e di prescrizioni, garantite nel tempo ai Catanzaro, facendo attenzione a non fare prescrivere però le numerose querele e liti temerarie, avviate proprio contro chi segnalava queste vistose opacità giudiziarie. Adesso uno dei fratelli Catanzaro, il più blasonato, il già citato Giuseppe, delfino e successore di Antonello Montante alla presidenza di Confindustria Sicilia, è stato rinviato a giudizio per associazione a delinquere, corruzione ed altro per i favori illeciti accordatigli, in quel caso, dall’ex presidente della Regione Rosario Crocetta, tra il 2013 ed il 2014, sempre per fare crescere il business dei rifiuti della sua famiglia.

Rispondi