Rita Atria, la “picciridda” di Paolo Borsellino, si è davvero suicidata? Presentata alla Procura di Roma una documentata istanza di riavvio delle indagini. I dettagli.

Una foto di Rita Atria, morta suicida dopo la strage di via D’Amelio, cognata di Piera Aiello, testimone di giustizia dal 1991. Atria è una delle cinque donne ringraziate dal presidente del Senato Pietro Grasso in occasione della Festa della Donna, con il lancio su Twitter dell’hashtag #ringraziounadonna, il 7 marzo 2015. ANSA / FRANCO LANNINO

Lei è Rita Atria. Nacque a Partanna, in provincia di Trapani, il 4 settembre del 1974. Lei ha scavalcato il muro dell’omertà mafiosa, costruito anche dalla sua famiglia, e ha collaborato con la Giustizia, con Paolo Borsellino, all’epoca procuratore a Marsala. Per lui, Borsellino, lei, Rita Atria, è stata affettuosamente “a picciridda”. E per lei, lui è stato un padre. Le sue dichiarazioni sulla mafia a Partanna e sulle cosche del Belice, quelle di sua cognata Piera Aiello, al tempo 18enne, e di altri testimoni, provocarono diversi arresti tra Partanna, Marsala e Sciacca. Lei si sarebbe suicidata a 17 anni di età, a Roma, il 26 luglio, del 1992, una settimana dopo la morte del “suo” Paolo Borsellino. Si sarebbe lanciata dal sesto piano della sua dimora segreta, un palazzo in Viale Amelia 23. Sua madre, che la ripudiò da viva, poi distrusse la sua tomba e la sua foto a martellate. E fu condannata a 2 mesi e 20 giorni di reclusione per vilipendio. Rita Atria, così come la cognata, Piera Aiello, non sono state “pentite di mafia”, perché non hanno mai commesso alcun reato di cui pentirsi. Ecco perché da sempre sono definite “testimoni di Giustizia”. Ebbene, Rita Atria si “sarebbe” suicidata, con il condizionale, perché adesso l’associazione antimafia “Rita Atria”, e Anna Atria, sua sorella, hanno presentato alla Procura di Roma un’istanza per il riavvio delle indagini. L’avvocato rappresentante, Goffredo D’Antona, spiega: “Il suicidio potrebbe essere stato istigato da ignoti con l’uso di considerevoli quantità di alcol. Riteniamo opportuno riesumare il cadavere per verificare se sotto le unghie di Rita vi sia materiale utile alle indagini ma al tempo della morte non ricercato. E ricercare altri elementi, rilevabili con le tecniche sofisticate di oggi. E poi sarebbe opportuno riscontrare se tutti gli atti compiuti dalla Polizia giudiziaria siano stati depositati in Procura. Si tratta, in definitiva, di acquisire nuovi elementi di prove utili al fine di poter procedere, allo stato contro ignoti, per il reato di omicidio volontario o istigazione al suicidio aggravata” – conclude l’avvocato D’Antona. Ecco alcuni interrogativi: dalle indagini del tempo emerse che il tasso alcolico nel sangue di Rita è stato dello 0,38%, come rilevato dal consulente tossicologico della Procura. Tale accertamento però è stato compiuto due mesi dopo la morte, nel settembre del ’92. L’alcol nel sangue di una persona viva si smaltisce in poche ore. Anche dopo la morte l’alcol si smaltisce per ossidazione, ma più lentamente. Ebbene, nell’appartamento di Rita Atria a Roma, come risulta dai relativi verbali, non è stata trovata neanche una bottiglia di alcolici. Rita è stata in compagnia di qualcuno che l’ha indotta a bere, e poi ha ripulito l’appartamento, togliendo le bottiglie? E poi, nella casa, abitata, non sono state rilevate tracce biologiche, come relazionato dai Carabinieri. E a tal proposito, nell’istanza di riavvio delle indagini si legge: “Oggettivamente è impossibile che in una casa abitata non sia stato trovato un capello o altri elementi utili per le indagini. C’è però un orologio da polso e da uomo fotografato sul frigorifero in cucina. Un orologio è una miniera di dati biologici, tra peli, sudore, micro-particelle epidermiche. L’orologio è stato fotografato, ma non repertato e non sequestrato. Di chi era quell’orologio posato ordinatamente sul frigorifero, in una casa con uno strano disordine? E perché non è stato repertato? E, inoltre, emerge l’assoluta assenza degli uomini dell’Alto Commissario per la lotta alla mafia, al quale una ragazzina di 17 anni, che aveva deciso di denunciare alla magistratura tutto quello che sapeva sulla mafia di Partanna, era stata affidata dal tribunale dei minori di Palermo, in data 4 marzo 1992. Il Tribunale per i minorenni, infatti, aveva disposto l’allontanamento dalla famiglia a tutela della minore, e l’aveva posta sotto la vigilanza dell’Alto Commissario per la lotta alla mafia. Occorre quindi capire chi erano le persone fisiche che avevano in cura e in vigilanza Rita Atria, perché quando si è sotto scorta e sotto protezione devono esserci persone adibite a proteggere. Bisogna verificare quali manchevolezze ed omissioni vi siano state”. E poi l’istanza si conclude così: “Non siamo qui a voler scrivere la storia di una ragazzina di 17 anni che si era affidata allo Stato e alla Giustizia. Siamo qui a chiedere giustizia e attenzione ad una vicenda umana e processuale che è stata svolta in maniera ingiusta, che sarebbe ingiusta non solo nei confronti di Rita Atria, testimone di giustizia, ma nei confronti di una ragazzina qualunque. Abbiamo posto dei quesiti che riteniamo meritino una risposta”.

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