Il presidente Mattarella ha conferito la più alta onorificenza della Repubblica al cittadino Angelino Alfano, ex dirigente politico ed ex ministro, nominato “cavaliere di gran croce dell’ordine al merito della Repubblica”.

Non esiste, se non per capi di Stato, un’onorificenza di rango superiore.

Non sappiamo se ad Alfano sia stata attribuita per l’attività attuale di dirigente d’azienda (il più grande polo sanitario privato del paese) o per il precedente impegno politico e istituzionale conclusosi a maggio 2018.

In quest’ultimo i suoi ‘meriti’ sono noti. E per immetterci nel loro campionario lungo un quarto di secolo, potremmo partire da un brano della sentenza del Tribunale di Caltanissetta che tre anni fa ha condannato Antonio Calogero Montante, strettissimo sodale di Alfano e arrestato il 13 maggio 2018, proprio quando la carriera politica di Alfano esalava l’ultimo respiro.

In proposito, viene in mente che anche Montante ebbe un altissimo riconoscimento dal Quirinale, il titolo di cavaliere dell’ordine al merito del lavoro, nel 2008, da Giorgio Napolitano il quale l’anno prima era stato uno dei primissimi beneficiari (se ne contano più di trecento) della famosa bicicletta con marchio storico ‘Montante Cicli’ in realtà inesistente, un falso inventato dall’ex presidente di Confindustria Sicilia per costruire una narrazione di successo, sedurre i potenti, ingraziarsene i favori e reclutarli nel suo sistema di traffico d’influenze così ben documentato dai diari scoperti nelle sue stanze segrete e divenuti pubblici dopo il suo arresto.

Ma è di Alfano che oggi dobbiamo parlare, affidandoci ad alcuni brani di un testo di Angelo Di Natale, inedito e ancora in lavorazione. Per sua gentile concessione li offriamo ai lettori avvertendoli che essi sono datati ad oltre due anni fa (gennaio-febbraio 2020) e ancora non aggiornati, come l’intero scritto. Entriamo subito in argomento con un capitolo in cui si parla del cavaliere di gran croce dell’ordine al merito del lavoro Antonio Calogero Montante (Redazione)

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… Solo per averne un saggio, il Tribunale di Caltanissetta nelle motivazioni della sentenza di condanna lo definisce un ‘ricattatore seriale’ che eliminava “il dissenso con il ricorso all’uso obliquo dei poteri accettativi e repressivi statuali”. Un uomo in grado d’avere abbastanza potere da far “genuflettere istituzionalmente” l’ex ministro dell’Interno Angelino Alfano. E ancora: “Montante è stato il motore immobile di un meccanismo perverso di conquista e gestione occulta del potere che, sotto le insegne di un’antimafia iconografica, ha sostanzialmente occupato, mediante la corruzione sistematica e le raffinate operazioni di dossieraggio, molte istituzioni regionali e nazionali”. Montante – si legge ancora nella sentenza – aveva dato vita “a un fenomeno che può definirsi plasticamente non già quale mafia bianca, ma mafia trasparente, apparentemente priva di consistenza tattile e visiva e perciò in grado di infiltrarsi eludendo la resistenza delle misure comuni”.

“Il quadro che se ne ricava – osserva il Gup nella sentenza – è in verità abbastanza desolante: quello di un uomo che di mestiere faceva il ricattatore seriale”, impegnato nella “raccolta incessante di dati riservati, documenti e registrazioni di conversazioni”. Montante aveva compiti di “direzione, promozione e organizzazione” di un sodalizio di cui hanno fatto parte ufficiali di Polizia, dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza: “Non può non esprimersi – scrive ancora il Gup – un giudizio assai severo sul particolare allarme sociale provocato dal sodalizio, e ciò in ragione della finalità delittuosa ad ampio spettro perseguita: eliminare il dissenso con il ricorso all’uso obliquo dei poteri accettativi e repressivi statuali, sabotare le indagini che riguardavano gli associati; praticare la raccolta abusiva di dati personali riservati, corrompere in maniera sistematica i pubblici ufficiali”.

L’ex presidente di Confindustria – si legge – aveva “elaborato un progetto di occupazione egemonica dei posti di potere”. Si tratta di un progetto, spiega il Gup, che “era stato condiviso da tutti coloro che traevano beneficio dalla progressiva attuazione di esso”, i quali, “del resto, non avevano alcun motivo per rifiutare le varie proposte di carriera, politica, amministrativa o industriale-associativa che via via, grazie alla innegabile abilità relazionale di Montante, si presentavano. Un progetto – sottolinea il giudice – condiviso anche da chi sapeva che Montante era la chiave di accesso a ministeri, enti pubblici e imprese private per ottenere posti di lavoro, trasferimento o incarichi di prestigio: Montante non gestiva potere, ma lo creava”.

E ne creava talmente tanto che, si legge a pagina 1635, riusciva a esercitarlo anche quando di mezzo c’era l’ex responsabile del Viminale, Angelino Alfano. Nel descrivere il ruolo di Montante, il gup osserva: “Neppure l’allora ministro dell’interno Angelino Alfano, come da lui affermato, poteva permettersi di contraddirlo, e, nell’anno 2013, a sostegno della presunta “primavera degli industriali”, era stato persino “delocalizzato” il Comitato nazionale per l’ordine e la sicurezza pubblica, che, senza alcun precedente nella storia della Repubblica Italiana, si era riunito a Caltanissetta: un’autentica genuflessione istituzionale innanzi a colui che nel 2015, nel pieno della bufera mediatica per il suo coinvolgimento nell’indagine per mafia, riusciva persino a farsi rafforzare il servizio di scorta”.

In quella stanza segreta sono custodite tulle le chiavi del sistema-Montante. Alcune permettono agli inquirenti di incriminare i soggetti più esposti della ‘cricca’: alti esponenti delle forze dell’ordine e dei servizi segreti, imprenditori, politici, collaboratori, faccendieri; ma tante altre, pur senza fornire ai magistrati una leva per l’esercizio dell’azione penale, consentono comunque una ricostruzione storica drammatica e inquietante.

Per esempio nel famoso ‘file excel’ rinvenuto nella stanza segreta c’è una lunga lista di incontri, frequentazioni, appuntamenti, segnalazioni, richieste e concessioni di favori.

Di questuanti disposti ad ogni genuflessione e compromissione pur di abbeverarsi alla fonte del potere di Montante ed ottenere soldi, vantaggi, incarichi,  premi, carriere quel ‘file’ è pieno: magistrati, alti esponenti della polizia di Stato, dei Carabinieri, della Guardia di Finanza, dei Servizi segreti; e poi imprenditori, politici, giornalisti, dirigenti e funzionari pubblici.

Non pochi i ‘prefetti’, di funzione e di ‘titolo’….

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Dopo questo lungo viaggio tra i prefetti cari a Montante, e quindi ad Alfano, torniamo alla seconda, dopo Anna Maria Cancellieri, delle due prefette-ministre, Luciana Lamorgese che nel 2014, capo di gabinetto di Alfano, mette la firma sull’indicazione di Antonio Calogero Montante ai vertici dell’Anbsc, l’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata la quale gestisce 1500 aziende e 10.500 immobili per un valore di oltre dieci miliardi di euro. L’aspetto tragicomico – non tanto per quel ministro, Alfano Angelino di Agrigento, ma per un prefetto di alte funzioni come Lamorgese così diversa e così distante da quel mondo e da quegli affari – è che già all’atto di quella nomina il ‘prescelto’ sia indagato per associazione mafiosa.

E il Viminale, con particolare acume, lo indica perché sieda, a fianco del procuratore nazionale antimafia, sulla tolda di comando dell’Agenzia la quale può essere un braccio prezioso della ‘vera’ lotta alla mafia o …. il suo contrario, a seconda delle mani nelle quali viene posta.

Lamorgese, capo di gabinetto del ministro dell’Interno Alfano, il 30 luglio 2014 chiede al ‘dott. Montante’ (così lo apostrofa, nonostante non abbia alcun titolo di studio e non abbia mai conseguito alcuna laurea, né per corso di studi, né ‘ad honorem’, come millanta scrivendo il falso in atto pubblico e arrivando a dichiarare di averla ricevuta dal presidente della Repubblica Ciampi che lo sconfessa) il curriculum vitae e sulla base di questo predispone e firma il decreto di indicazione che poi palazzo Chigi perfeziona nel provvedimento di nomina, il primo dicembre 2014. Con tutte le conseguenze del caso. Perché la notizia che Montante sia già da diversi mesi indagato per mafia, che certo non può sfuggire al Viminale, diventa pubblica il 9 febbraio 2015, per la colossale figuraccia del governo-Renzi. Qualche settimana dopo, il 25 febbraio, visto il clamore, Montante si ‘autosospende’ dalla carica ma ciò non impedisce al direttore dell’Agenzia, Umberto Postiglione, altro prefetto, di invitarlo ad una riunione ben quattro mesi dopo, a giugno. Come dire: per me, prefetto che dirige l’Agenzia, l’autosospensione di Montante non vale, è fumo negli occhi, furbizia per gli allocchi, Montante è vivo e vegeto e, da indagato per mafia, può disporre dell’Agenzia per i beni confiscati alla mafia.

Nonostante tanta ‘sensibilità’ da parte del prefetto Postiglione, Montante comunque, dopo avere cercato invano di fermare, depistare e inquinare le indagini (il che gli costerà le altre inchieste e l’arresto), il 22 luglio 2014 si vede costretto a dimettersi.

Ma Postiglione, che dirige l’Agenzia fino alla pensione, nel 2017, quando invita Montante ad una riunione istituzionale dell’Agenzia è convinto di non potere per nulla rinunciare al contributo prezioso dell’indagato per mafia o è solo un tipo ‘sbadato’?

La risposta va cercata, come sempre, nei fatti. Quindi, innanzitutto, nella sua biografia…

… Forse è da considerare un ‘capriccio beffardo’ del destino l’ascesa di Lamorgese al Viminale quando, da tempo, era stata ‘arrestata’ l’azione compulsiva di posti di potere da parte del tandem Montante-Alfano. Oggi la ‘prefetta’ è in carica come ‘ministra’ dopo che Montante è stato detenuto per 21 mesi ed attualmente, in attesa di giudizio, è libero ma con obbligo di dimora ad Asti. E dopo che da due anni Alfano ha cambiato mestiere. Uscito dal Parlamento a marzo 2018 e dalla Farnesina il primo giugno successivo, ha detto di lasciare la politica, e di tornare (di fatto di cominciare) a fare l’avvocato, potendo mettere a frutto, a 48 anni, un quarto di secolo di relazioni di alto livello nelle stanze del potere che Angelino cominciò ad esplorare, giovanissimo, preso per mano prima dal papà, esponente Dc ad Agrigento, poi da Gianfranco Miccichè, quindi da Silvio Berlusconi che lo allevò fino a quando non si accorse che non aveva il ‘quid’. Al che lui – si fa per dire –  lo ‘tradì’ ritagliandosi, fuori da ogni intercessione berlusconiana, un quadriennio da potente d’Italia, con i governi Letta-Renzi e Gentiloni,  come capo partito di governo e come ministro di peso, all’Interno e agli Esteri.

Il giovane Angelino, pubblicista a 19 anni, è segretario provinciale ad Agrigento del Movimento giovanile Dc, quando, sepolto da Tangentopoli lo Scudocrociato, anziché aderire al Ppi che ne è l’erede, viene folgorato da Silvio Berlusconi. Eletto nel ’94 a 23 anni consigliere provinciale, a 25, nel ’96, entra a palazzo dei Normanni, sede dell’Ars, il consiglio regionale che lo Statuto speciale siciliano definisce ‘parlamento’ e, dopo cinque anni, fa rotta a Montecitorio dal cui scranno parlamentare per 17 anni non si muoverà.

Preso per mano da Miccichè, gli subentra, a capo del partito in Sicilia, nel 2005 quando Forza Italia è in prima linea nel sostegno a Totò Cuffaro eletto presidente della Regione nel 2001 e rieletto, quando è già rinviato a giudizio per associazione mafiosa, nel 2006.  Due anni dopo, il trentasettenne Angelino diventa il più giovane ministro della Giustizia che l’Italia abbia mai avuto e può sedersi così sulla poltrona che è stata di Aldo Moro, Giuliano Vassalli, Guido Gonella o – ancor prima, nell’Italia del Re – di Vittorio Emanuele Orlando, Giuseppe Zanardelli, Bettino Ricasoli.

Di sicuro il ‘guardasigilli’ di Arcore a nessuno di loro si sarà ispirato per concepire il suo primo atto da ministro del quale tutti gli riconoscono il marchio di fabbrica: il lodo-Alfano, utile per non disturbare con vari processi il suo ‘superiore’ quando è intento a manovrare le leve del governo. Il lodo poi, un anno e mezzo dopo, ad ottobre 2009, sarà bocciato, perché illegittimo, dalla Corte Costituzionale.

Il modo in cui ha esercitato la delicata funzione di ministro della Giustizia non deve essere dispiaciuto troppo non solo – ovviamente – nei paraggi di Arcore, ma anche in luoghi meno sospettabili almeno in teoria come quelli che possono fregiarsi del nome di padri della patria come Alcide de Gasperi. Ed ecco Angelino, nel 2011, appena smette di essere guardasigilli, prescelto come presidente niente poco di meno che della ‘Fondazione de Gasperi’.

Ed è difficile presumere quanto dell’esperienza di ‘Guardasigilli’, a cui da due anni ha già sommato il ruolo che lo vincola a portare con degnità il nome dello statista trentino, gli sia rimasto dentro quando, l’11 marzo 2013, lasciata via Arenula da quasi due anni per fare a tempo pieno il segretario del Pdl (primo e unico segretario del partito nato dalla fusione di Fi e An), guida l’assedio di 150 parlamentari-berluscones al palazzo di Giustizia di Milano, per protestare contro la ‘persecuzione’ dei magistrati al ’padre della patria’ Silvio.

Ma cos’era accaduto di preciso in quei giorni tanto da indurre un ex ministro della Giustizia ad un’azione così eclatante?

A Milano si celebra il processo per il caso-Ruby e i giudici non hanno concesso il legittimo impedito agli avvocati Nicolò Ghedini e Piero Longo, difensori di Berlusconi; inoltre hanno sottoposto a visita fiscale l’imputato Silvio, ricoverato all’ospedale San Raffaele di Milano per un’uveite, mentre a Napoli il Tribunale ha disposto nei suoi confronti il giudizio immediato nel procedimento per la compravendita dei senatori che nel 2008 fece cadere il governo-Prodi e favorito così, dopo appena due anni, il ritorno di un nuovo governo-Berlusconi. Insomma tre casi di ‘evidente persecuzione’ che in comune hanno una ‘colpa’ gravissima: celebrare i processi e non accettare strumentali perdite di tempo. E’ noto come Berlusconi le abbia provate tutte pur di sfuggire ai processi, e Angelino ne sa qualcosa visto che fu fatto ministro proprio per questo e infatti il lodo-Alfano e varie leggi ad personam, tentate o approvate, certificano in ‘tutta onestà’ il suo impegno servizievole.

Longo e Ghedini, soci di studio, difendevano Berlusconi nel processo-Ruby ma erano anche parlamentari, non molto presenti a Montecitorio a dire il vero. Ghedini, pur avendo avuto un passato politico pre-berlusconiano come attivista nel Fronte della Gioventù, in Parlamento, dove il suo cliente lo ha spedito fin dal 2001 e dove siede tuttora, è assenteista record-man: il suo tasso di assenze certificato da Openpolis è del 98,2% Insomma i suoi impegni di avvocato lo assorbono così tanto che egli non può fare il deputato, tranne in casi rarissimi, nei quali al suo danaroso cliente serve prender tempo e allora a lui fare il deputato serve … per non fare l’avvocato: Longo e Ghedini parlamentari preziosi!

Perciò il legittimo impedimento ad intervenire nell’udienza del processo Ruby a Milano, chiedendone il rinvio. Quanto all’impedimento personale di Berlusconi, ricoverato al San Raffaele per l’infiammazione agli occhi, i giudici non è che non avessero tenuto l’impedimento in debita considerazione: anzi l’hanno talmente tanto tenuto in considerazione che hanno voluto verificarlo attraverso una visita fiscale.

Poi la goccia che fa traboccare il vaso al punto che Alfano non può stare con le mani in mano e va ad ‘assediare’ il palazzo di Giustizia: la richiesta di giudizio immediato, istituto previsto dal codice di procedura penale proprio per consentire, quando possibile, processi veloci, per la felicità degli imputati che – confidando in una sentenza d’assoluzione – non sopportano un ingiusto ‘calvario giudiziario’ perché a volte l’attesa può essere peggio di una condanna.

Ma non per Berlusconi che, come al solito, guarda lontano. E infatti, condannato in primo grado a tre anni di reclusione e a cinque di sospensione dai pubblici uffici (il suo complice corrotto, il senatore Sergio de Gregorio, decisivo nel votare la sfiducia al governo-Prodi in cambio di tre milioni di euro patteggiò una pena di 20 mesi) esce indenne per prescrizione sopraggiunta durante il giudizio di secondo grado (la Corte d’appello sentenzia che Berlusconi ‘agì per corrompere’ ma deve fermarsi e dichiarare la prescrizione) e confermata dalla Corte di Cassazione.

Nell’agitare l’esercito di parlamentari, Alfano minaccia l’Aventino degli eletti del Pdl in Camera e Senato e nell’occupare il Tribunale dice di muoversi in nome di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Certo, qualunque fosse nella sua coscienza il senso della citazione, fa impressione quell’invocazione, da parte di Alfano, di Paolo Borsellino a riprova delle persecuzioni giudiziarie subite dall’innocente Silvio.

Sappiamo bene cosa il magistrato disse in un’intervista televisiva, il 21 maggio ’92, due giorni prima della morte di Falcone e quasi due mesi prima della sua.

E’ l’intervista audio-video concessa a Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo in cui per la prima volta si parla dei rapporti tra Vittorio Mangano, Marcello Dell’Utri e Silvio Berlusconi.

Borsellino conosce, anche perché l’interessato è imputato nel maxi processo che egli ha istruito insieme ai colleghi Giovanni Falcone, Leonardo Guarnotta e Giuseppe Di Lello, il caso dello ‘stalliere di Arcore’ assunto dal capo della Fininvest e in servizio a Villa San Martino dal ’73 al ’76.

Borsellino parla di indagini in corso tenendo presente lo scenario degli storici rapporti tra tanti mafiosi siciliani presenti a Milano, fin dai tempi del boss Luciano Liggio, e importanti figure dell’industria e della finanza; rievoca il blitz a Milano della notte di San Valentino del 1983, nel palazzo di via Larga 13, a due passi dal duomo come documenta la registrazione audio-video quando parla Borsellino, legge e consulta le pagine di un fascicolo contenente atti giudiziari e rapporti di polizia. Quel blitz e l’inchiesta collegata investono anche la Banca Rasini di Luigi Berlusconi dalla quale il figlio Silvio spicca il volo, tra conti in scatole cinesi e miliardi versati in contante.

Un’intervista sconvolgente che – nel racconto che tempo dopo, ne farà Fabrizio Calvi, uno dei due autori – Borsellino dà l’impressione di volere rilasciare ad ogni costo ma che, in pratica, nessuno vedrà mai. Una sintesi scritta sarà pubblicata da L’Espresso nel 1994, mentre per vederla in Tv bisogna attendere il 2000 quando Rainews 24, che trasmette solo via satellite, ne manda in onda uno stralcio a mezzanotte. E il suo direttore Roberto Morrione prende l’iniziativa, dopo il rifiuto di tutti i tg Rai compreso il Tg1 diretto in quel momento da Gad Lerner.

Nel 2009 finalmente la diffusione in versione integrale, in dvd, allegato al Fatto quotidiano. E ancora dopo si saprà come è nata quell’intervista. Iniziativa di Calvi che conosceva Borsellino, presentatogli anni prima dal giudice Rocco Chinnici, e che propone un film inchiesta sulla mafia con focus sui rapporti tra Mangano, Dell’Utri e Berlusconi a Canal Plus, emittente francese che si dichiara interessata anche perché in quel periodo Berlusconi era azionista di La Cinq suo concorrente….

……

Alfano, quindi. Lo abbiano lasciato l’11 marzo 2013 ad occupare il palazzo di giustizia come atto d’amore verso il suo capo e, nell’impeto trascendente, si ritiene ispirato da Paolo Borsellino. A ciascuno la sua visione, anzi …. le sue ‘visioni’. E quella di Angelino deve essere particolarmente ispirata se, in nome di Paolo Borsellino, lo muove verso l’azione eclatante a difesa di un innocente ‘perseguitato’ dalla giustizia come Berlusconi.

Ma questa ‘visione’ appena un mese dopo non impedisce ad un partito come il Pd (al cui interno sta tutta, o quasi tutta, la tradizione di sinistra comunista e post-comunista, con le tante battaglie quasi ventennali contro il partito-azienda di Arcore) di fare un governo proprio con Forza Italia e ad Enrico Letta di scegliere come suo vice il famigerato Angelino che il 28 aprile 2013 entra al Viminale per uscirne solo a dicembre 2016 quando trasmigrerà alla Farnesina.

Molte imprese compiute da Angelino negli oltre tre anni e mezzo vissuti da ministro dell’Interno le abbiamo incrociate lungo la scia dei prefetti coltivati in serra da Montante e scaldati dal sole di Angelino di cui il primo possiede l’interruttore.

A fine legislatura, dopo un anno da ministro degli Esteri nel governo-Gentiloni Alfano chiude la carriera politica. Sa che il suo piccolo partito, il Nuovo Centrodestra (frutto della scissione da Forza Italia) pur con tutte le alleanze possibili non ha i numeri per entrare in Parlamento e Alfano annuncia lo stop.

A 47 anni – di cui 21, se consideriamo il quinquennio nell’Assemblea regionale siciliana, trascorsi in Parlamento e 8 al Governo a capo di tre ministeri-chiave come Giustizia, Interno ed Esteri – lascia la politica.

Per tornare a fare cosa? L’avvocato, anche se fino a quel momento non ha mai cominciato a farlo.

A settembre 2018 diviene consulente dello studio legale Bonelli Erede Pappalardo (Belex) di Milano, nella sezione Africa, in squadra con l’ex politico egiziano Ziad Bahaa-Eldin vicepremier con Al-Sisi e a capo dell’authority finanziaria egiziana durante la presidenza di Mubarak per la cui ‘nipote’ (così è scritto in un documento da lui votato in Parlamento e approvato grazie al voto compatto dell’armata berlusconiana) ‘si spese’ Silvio Berlusconi.

A luglio 2019 Alfano diventa presidente del Gruppo ospedaliero San Donato, la holding della famiglia Rotelli che è leader in Italia della sanità privata e gestisce 19 ospedali e cliniche, tra cui il San Raffaele di Milano, fondato nel 1969 da Luigi Maria Verzè, il prete-imprenditore condannato per corruzione e abuso edilizio, incriminato per vari reati fino al crac da oltre un miliardo di euro della sua ‘creatura’, folgorato da Silvio Berlusconi fin dai suoi primi affari del mattone, al punto da avere definito un ‘dono di Dio’ la sua successiva ‘discesa in campo’. E il San Raffaele, che occupa un’area di 300 mila metri quadrati tra l’Olgettina e ‘Milano 2’ di Segrate (insomma, sembra di vedere le stimmate di Berlusconi) nel 2012, dopo la bancarotta miliardaria di Don Verzè, passa al Gruppo ospedaliero San Donato.

Ma Alfano, che ha speso la sua intera vita politica a denunciare la persecuzione giudiziaria dei magistrati contro il suo capo, che rapporti ha avuto con la giustizia?

Nel ’96 è presente alle nozze della figlia del boss mafioso di Palma di Montechiaro Croce Napoli e una foto lo ritrae sorridente e festeggiante proprio con il boss ma, chiamato sei anni dopo a risponderne, fa presente di essere stato invitato dallo sposo. Poi diverse accuse da vari pentiti sui voti chiesti, tramite il padre, alla mafia, ma nessuna prova certa.

Risulta più insidioso per lui il caso, pubblico nel 2015 quando è ministro dell’Interno, degli appalti e delle consulenze alla moglie, Tiziana Miceli: cinque di queste le vengono dalla Consap, la concessionaria dei servizi assicurativi pubblici controllata dal ministero dell’Economia e che fornisce servizi al ministero dell’Interno e a quello dello Sviluppo Economico.

In una dichiarazione firmata il 24 febbraio 2014, Miceli (quando il marito da un anno è ministro dell’Interno) dichiara di essere titolare di incarichi di assistenza legale conferiti da Consap, e tra la fine del 2014 e l’inizio del 2015, sempre con il consorte al Viminale, Miceli (il cui studio, non molto noto, è RM-Associati, di cui risulta socio anche Fabio Roscioli, avvocato di Alfano) ottiene altri cinque incarichi, l’ultimo a fine gennaio. Ma questi non sono i primi incarichi, da parte di enti pubblici e apparati vari della pubblica amministrazione, a Tiziana Miceli già prescelta – e questi sono solo alcuni esempi – dalla Provincia di Palermo, dall’Istituto autonomo case popolari di Palermo, dalla Serit che riscuote le imposte per la Regione siciliana. In quest’ultimo incarico Miceli è a fianco del collega Angelo Clarizia”, socio in affari di Andrea Gemma, amico storico di Alfano, consigliere ministeriale a cachet, nonché già membro del cda dell’Eni e commissario liquidatore di aziende importanti come la Valtur. Clarizia e Gemma incassano per esempio 630 mila euro per servizi legali ad Expo 2015: sono gli anni in cui Alfano non si schioda dal ministero dell’Interno.

Per queste relazioni e per questo generoso affidamento di incarichi alla moglie e ai suoi amici, frutto di mere casualità o forse di precise ‘causalità’, egli non è mai stato indagato perché non c’è reato che gli si possa contestare, ma c’è di …. peggio.

Il ministro dell’Interno, per di più segretario di un partito di governo, non può non sapere che ogni tipo di rapporto della moglie con la pubblica amministrazione, anche solo potenzialmente può essere viziato dalla propria posizione, dalla capacità anche passiva di interferire o di essere percepito come soggetto capace di influenzare decisioni, atti e carriere pubbliche.

In Consap, concessionaria interamente partecipata dallo Stato, la moglie di Angelino è assunta grazie a una delibera firmata dall’amministratore delegato Mauro Masi, nominato nella carica dal governo Berlusconi nel 2011, confermato nel 2014 da Letta che lo fa anche presidente e, ancora, sempre nel doppio ruolo, da Renzi nel 2017, fino al 2019.

Masi, cavaliere di gran croce dell’Ordine al merito della Repubblica,  una carriera di boiardo di Stato cominciata in Banca d’Italia, proseguita a palazzo Chigi a fine anni 80 sempre sotto le insegne dell’Istituto di vigilanza, si affaccia alla politica nel ’94 a capo della segreteria particolare del ministro del Tesoro, fino a quel momento direttore generale di Bankitalia, Lamberto Dini (governo Berlusconi); quindi diventa vice segretario generale a palazzo Chigi nel 2001 con il ritorno di Berlusconi che quattro anni dopo lo nomina segretario generale; il che non gli impedisce di essere prescelto l’anno dopo dal vicepremier Massimo D’Alema come capo di gabinetto, e così, nel 2008, con Berlusconi nuovamente a palazzo Chigi può tornare segretario generale. Carica che lascia ad aprile 2009 quando sempre Berlusconi lo vuole sulla tolda di comando della Rai, fino a maggio 2011 quando trasloca alla Consap.

In viale Mazzini un biennio di disastri. Toglie i canali Rai dalla piattaforma Sky: un suicidio editoriale e un danno secco da 50 milioni; regala, condannato dalla Corte dei Conti, super-buonuscite non dovute da un milione di euro ad Angela Buttiglione direttore Tgr alla soglia della pensione e da 700 mila euro a Marcello Del Bosco, direttore del giornale radio; il 27 gennaio 2011 telefona in diretta ad Annozero per accusare il programma di Santoro che diffonde stralci di intercettazioni sulle notti di Arcore, convinto di ingraziarsi Berlusconi per conto del quale rimuove Paolo Ruffini dalla guida della terza rete che trasmette programmi non graditi al capo di Mediaset, che è anche capo del governo, e trascina l’azienda del Servizio pubblico in una ‘caporetto giudiziaria’ perché nonostante la Rai sia specializzata, ovviamente a spese dei contribuenti, nel cacciare a suon di milioni i direttori di prima ad ogni cambio di governo, Masi combina pasticci, subisce la reintegrazione di Ruffini e perde anche il reclamo.

Poi la mazzata del ‘Tranigate’, l’inchiesta nata sulle carte di credito ad usura di American Express (le credit revolving) che, ad un certo punto, mentre spia il commissario Agcom Giancarlo Innocenzi il quale vuole aiutare gli indagati dell’American Express anziché i consumatori che dovrebbe proteggere e il direttore del Tg1 Minzolini che organizza un servizio su queste carte, si imbatte nelle manovre di Berlusconi e nelle sue pressioni su Minzolini, su Innocenzi, e su Masi, per far chiudere i programmi sgraditi, primo tra tutti Annozero di Santoro su Raidue.

Insomma Berlusconi vuole il bis del suo editto bulgaro del 2002 quando, da Bucarest dichiarò che Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi, con i loro rispettivi programmi, Il Fatto, Sciuscià e Satyricon, fanno un uso criminoso della tv. Detto fatto, i tre furono cacciati quasi all’istante ad opera del direttore generale Agostino Saccà e dei direttori rispettivi di rete, Raiuno e Raidue, Fabrizio del Noce e Antonio Marano.

Nel 2006, subentrato Prodi a Berlusconi, Santoro torna in Rai con ‘Annozero’ su Raidue, fino al 2011 appunto.

Perché nel 2010 Berlusconi, coinvolto in mille scandali, non ne può più di chi racconta le sue ‘imprese’ all’Italia. Dopo le intercettazioni con Patrizia d’Addario, le escort a frotte nelle sue residenze con il Gianpi-gate e tanto altro, Annozero parla del processo Mills (l’avvocato inglese corrotto da Berlusconi che ne compra la falsa testimonianza: colpevole accertato il ‘cavaliere’ ma …’prescritto’) e della trattativa Stato-mafia con la deposizione di Gaspare Spatuzza sul ruolo di Berlusconi.

Perciò Innocenzi, ex dipendente Fininvest e già parlamentare di Fi, mette l’Agcom (Autorità di garanzia!) e i suoi uffici a disposizione di Berlusconi, addirittura per ispirare esposti che serviranno poi a censurare Santoro. Masi un po’ si agita (‘queste pressioni neanche nello Zimbawe’, esclama, non quando parla con Berlusconi) ma esegue. A maggio 2011 Masi lascia la Rai dove per i suoi servigi al Paese ha guadagnato 715 mila euro l’anno, per una più comoda poltrona dorata, appunto la Consap: 765 mila euro l’anno, ma non è questione di stipendo bensì di potere.

E il mese dopo, il 28 giugno, quella che chiude la stagione sarà anche l’ultima puntata di Annozero….

Ecco quindi chi c’è alla Consap che, tra una telefonata e l’altra, sceglie i preziosi servizi dell’avvocato Tiziana Miceli per l’assistenza legale di cui ha bisogno.

Un anno dopo emerge anche che lo studio Rm-Associati di Tiziana Miceli, dal 2008 al 2012 ha avuto ben 358 incarichi dalla Serit, agenzia di riscossione di tasse e imposte in Sicilia. Il caso vuole che il quadriennio coincida con una delle due fasi di grande apice del potere di Angelino, quella in cui è ministro della Giustizia e, dal 2011, anche segretario politico unico del Pdl.

Sulla moglie di Alfano, le cronache del tempo incrociano anche un’altra casualità fortunata.

<<Quando il marito, da ministro della Giustizia dell’ultimo governo Berlusconi, fa approvare la legge sulla obbligatorietà della mediazione civile, attività che da allora viene svolta dagli avvocati e non più dai magistrati, la vita professionale della signora Alfano ha un’ulteriore impennata, grazie alla sua bravura ed alla notorietà del marito ministro. Così sono ormai un lontano ricordo quei suoi 229 mila euro di reddito imponibile dichiarati nel 2010>>.

Ma non c’è solo la moglie a volare in affari, carriera e guadagni sulle ali di Angelino: a parte papà Angelo che abbiamo già incrociato e forse ancora incroceremo, c’è il fratello Alessandro e ci sono i cugini Antonio e Giuseppe Sciumè, nel ramo ferroviario, l’uno dirigente della Rfi, Rete ferroviaria italiana e l’altro alla Blue ferries; mentre un’altra cugina, già insegnante, Viviana Buscaglia, ha proiettato i suoi interessi nella protezione ambientale e lavora all’Arpa regionale. Insomma nella cerchia dei parenti di Angelino, fino al sesto grado, nessuno che eccella nel privato: sono tutti formidabili servitori dello Stato e campioni nella cura della cosa pubblica. Ma non è tutto.

Nella ricostruzione della rete parentale, a Roma come in Sicilia, c’è chi inserisce anche il capo della segreteria del ministro, Roberto Rametta, nonché il capo dell’ufficio statistiche del ministero della Giustizia, Fabio Bartolomei, amico d’infanzia di Angelino che proprio a via Arenula ha lavorato in era berlusconiana, mentre un altro storico collaboratore, Aldo Piazza, è stato sindaco di Agrigento.

D’altra parte, l’attuale presidente del consiglio comunale della città dei templi, Daniela Catalano, è sposata con un cugino della moglie di Angelino, Giancarlo Noto, avvocato. Anche lei avvocato, vanta una lunga sequenza di incarichi pubblici sempre sulle orme del cugino acquisito: Adr center spa che è organismo di mediazione iscritto al primo posto dell’apposito elenco del ministero della Giustizia, Assemblea regionale siciliana, Anas, Asl 6 di Palermo, Consorzio universitario di Agrigento, Comune di Agrigento, Comune di Favara.

Lo scandalo del Cara di Mineo e degli intrecci con Mafia capitale chiama Angelino Alfano pesantemente in causa anche se non sarà mai imputato, sorte a cui però non può sfuggire il suo potente luogotenente Giuseppe Castiglione: un affaire da cento milioni, tanto costa ai contribuenti il centro d’accoglienza per i richiedenti asilo, con gara ‘su misura’ come certificato dall’Anac di Cantone e una gestione militarizzata delle 500 assunzioni: condizione posta per un posto di lavoro, anche per pochi giorni o poche settimane, è l’attivismo elettorale per il partito di Alfano che in Italia non supera mai il 3% e a Mineo va oltre il 40.

E il caso del Cara di Mineo richiama anche quello del centro di prima accoglienza di Lampedusa.

Un centro la cui gestione è affidata, senza alcuna gara di evidenza pubblica, in violazione delle norme di legge, alla Confederazione delle Misericordie. A fare questa scelta illegale e criminogena è il prefetto di Agrigento. Il prefetto chi? Nicola Diomede, ex segretario di Angelino Alfano il quale in quel momento è, ovviamente, ministro dell’Interno.

Che cos’è la ‘procedura negoziata’ che Diomede preferisce ad una normale gara ad evidenza pubblica? E’ una trattativa privata con imprese, alcune e non tutte, scelte – e invitate – a piacimento. E quell’affidamento, a settembre 2014, vale 4 milioni 582 mila euro, che sono una piccola parte del ben più lucroso affare, oltre venti milioni, concesso negli anni futuri a quell’impresa che ha sede a Firenze, e così anche Matteo Renzi, presidente del Consiglio, non avrà motivo di dolersene.

In effetti con quell’affidamento il Centro di identificazione e di prima accoglienza riapre dopo la chiusura disposta in seguito al servizio del Tg2 sulla doccia anti-scabbia ai migranti. In quel momento il Centro è gestito dal Consorzio Sisifo sul quale tra poco sarà utile spendere qualche parola.

E come riparte il Centro nel suo nuovo corso? Con un nuovo direttore. Lo nomina la Confederazione delle Misericordie la cui scelta cade su un ex assessore del Comune di Lampedusa, Lorenzo Montana. Un politico certamente, ma del quale non può essere ignorato un requisito: è il suocero di Alessandro Alfano, il fratello del ministro sul quale – sì, anche su di lui – dovremo soffermarci.

E appena Il Fatto quotidiano rivela in quei giorni la circostanza, l’interessato, in un’intervista, risponde: <<non sono stato scelto dal capo del Viminale, ma dalla Confederazione Misericordie per le mie qualità personali, umane, professionali e intellettive. E anche perché sono un lampedusano doc>>. All’insaputa del ministro dell’Interno, fratello di suo genero?  <<“A lui che interessa? Io – puntualizza – ho rapporti con il prefetto Morcone e col mio prefetto che è il dottor Diomede>>. Per la cronaca Mario Morcone da tre mesi in quel momento è a capo del dipartimento Immigrazione del Viminale, ovviamente per decisione di Angelino. Su Diomede c’è ben poco da aggiungere.

Prima della ‘Misericordia’, storico gestore del Centro è stato il Consorzio Sisifo, aderente alla Lega delle Cooperative ed estromesso proprio da Alfano dopo lo scandalo delle docce preventive anti-scabbia. Il che non gli ha impedito successivamente di aggiudicarsi l’appalto per il Cara di Foggia nonché di mantenere la gestione del Cspa (Centro di soccorso e prima accoglienza) di Cagliari e la guida del raggruppamento d’imprese gestore del Cara di Mineo.

Un villaggio della solidarietà lo definisce il penultimo predecessore di Alfano al Viminale, Roberto Maroni al quale, per quanto ‘leghista’ (nell’allora Lega Nord di Bossi) non fa difetto un certo fiuto per l’operazione.

E’ il 15 febbraio 2011, Alfano è ministro della Giustizia nell’ultimo governo-Berlusconi cui rimangono (si scoprirà dopo) solo nove mesi di vita, Maroni è ministro dell’Interno.

Ci sono i moti della ‘primavera araba’ scoppiati due mesi prima sulla scintilla accesa dal giovane tunisino Mohamed Bouazizi che, maltrattato dalla polizia, si dà fuoco. Appena quattro settimane dopo, il 14 gennaio 2011, dopo 25 anni si deve dimettere e si rifugia a Jedda, in Arabia Saudita (dopo avere vagato per ore nei cieli del Mediterraneo, tra Malta e la Francia in attesa di asilo e un giallo a Cagliari dove un aereo viene bloccato ritenendo che a bordo vi fosse lui) il presidente tunisino Ben Alì, seguito in Egitto l’11 febbraio, dopo trent’anni ininterrotti di potere assoluto, da Mubarak, nome cui Berlusconi è …. affettivamente molto legato. E appena due giorni dopo, il 17 febbraio, scoppierà la guerra civile in Libia che vedrà ben presto la fuga da Tripoli di Muammar Gheddafi e, a ottobre successivo, la sua uccisione.

Insomma non mancano fatti, né argomenti, per suggerire attenzione verso prossime emergenze umanitarie sulla spinta di nuovi e più massicci flussi migratori verso le coste siciliane.

Noi non sappiamo però se a stimolare questa attenzione sia un acume alimentato più da competenze di politica estera che da interessi molto più casalinghi. Perché l’operazione è fulminea e la sua tempistica tutto lascia credere tranne che la ‘primavera araba’ con la ‘rivoluzione dei gelsomini’ in Tunisia, o il ‘movimento 17 febbraio’ in Libia, c’entri qualcosa.

La tempistica, dicevamo. Il ‘Residence degli Aranci’ – 404 villette su 18 mila metri quadrati, con campi di calcio e tennis, chiesa, supermercato e 12 ettari di spazi verdi – è costruito a partire dal 1997 dalla Pizzarotti di Parma, impresa prediletta dal governo degli Stati Uniti per le sue esigenze, quasi sempre militari, in Italia. Lunghissima la serie dei lavori per miliardi di dollari eseguiti dall’impresa in tutte le basi Usa.

E infatti quelle 404 villette sono date in affitto al governo Usa dal 31 marzo 2001 per i soldati di stanza nella base di Sigonella. Dopo alcune proroghe il contratto scade il 31 marzo 2011 e non c’è più alcuna possibilità di rinnovo perché da mesi quelle case sono vuote in quanto i marines preferiscono abitare in luoghi più vicini alla sede di lavoro. Per l’impresa parmense milioni di dollari che vanno in fumo.

E così è nell’imminenza della … ‘primavera’ che nella Piana di Catania vede scadere il contratto del Residence degli Aranci, più che in seguito alla ‘primavera araba’, che scatta l’operazione. Gli interessi della Pizzarotti si fanno strada nelle stanze della Provincia di Catania dove trovano le orecchie attente di Giuseppe Castiglione.

Genero di Giuseppe Firrarello grande collettore di voti prima per la Dc e poi per Forza Italia, Castiglione, vice presidente della Regione (governo-Cuffaro) dal 2001 al 2004, poi parlamentare europeo, è presidente della Provincia, dove succede a Raffaele Lombardo, quando la Pizzarotti bussa alla porta. Il calendario degli atti istituzionali racconta che Berlusconi, capo del governo in carica, il 12 febbraio 2011 emette un’ordinanza per dichiarare lo stato d’emergenza umanitaria per effetto dei flussi migratori che seguiranno alla ‘primavera araba’. Allarme del tutto smentito dai fatti visto che nell’intero periodo di tale emergenza, gli anni 2011 e 2012 arrivano in Italia 76 mila immigrati, appena un quarto di quanti, per esempio, ne arriveranno nel biennio 2015-2016.

Quindi nessuna emergenza, ma solo …. i regali dell’emergenza: ovvero deroghe senza limiti da regole e procedure nella scelta dei fornitori, negli interventi di finanziamento e di spesa e mani totalmente libere.

E cosa fa Berlusconi per far fronte all’emergenza che egli ha dichiarato?

Sei giorni dopo, il 18 febbraio – in pratica appena rientrato dal blitz a Mineo – nomina commissario a tale emergenza il prefetto di Palermo Giuseppe Caruso che … abbiamo già incontrato nelle stanze di Montante o, quanto meno, nei paraggi. E gli assegna oltre 15 milioni di euro per le … prime spese.

Nomina strana e singolare quella di Caruso. Che c’entra il prefetto di Palermo con quell’emergenza che viene descritta di portata nazionale al punto che il futuro Cara di Mineo in gestazione, il più grande Centro d’Europa per richiedenti asilo, dovrà rimpiazzare tutte le varie strutture simili sparse in Italia?

Caruso non è ‘un prefetto’ senza sede, ma – e che sede? – è il prefetto di Palermo.

Ad ogni modo Caruso si mette subito all’opera e il 2 marzo requisisce, sì requisisce, il residence degli aranci per le finalità dell’emergenza. Ma nessun …. sacrificio viene imposto ai proprietari che da mesi, nell’imminenza della scadenza del contratto, cercano nuovi clienti. Che trovano ottimamente nello Stato italiano al prezzo di oltre 6 milioni di euro l’anno, a titolo di indennizzo in seguito alla requisizione subìta.

Caruso però rimane in carica solo due mesi, fino al 13 aprile (qualcosa avrà fatto emergere l’anomalia di quella nomina) quando gli subentra il collega prefetto Franco Gabrielli che sceglie Castiglione come soggetto attuatore del Cara e questi, a sua volta, punta su Luca Odevaine, che tre anni dopo le cronache ci sveleranno come uno degli imputati chiave di ‘Mafia Capitale’.

Castiglione, che in quel momento, è anche presidente dell’Upi, l’Unione delle province italiane, spiega di averlo scelto perché lo conobbe all’Upi ed aveva competenze. In effetti Odevaine era il comandante della polizia provinciale di Roma e quali siano le competenze per le quali è stato prescelto è lo stesso Odevaine a spiegarlo visto che, fin dall’arresto il 2 dicembre 2014, decide di collaborare e di raccontare tutti i passaggi sia di Mafia capitale che di uno dei suoi capitoli, il Cara di Mineo appunto. Ed è Odevaine, al tavolo di Castiglione – come riveleranno le intercettazioni di Mafia Capitale – a scegliere le imprese che dovranno gestire il Cara. Con procedura negoziata vista l’emergenza e, finita l’emergenza, con finta gara su misura per le stesse imprese di prima: così chi a quel tavolo è seduto ha la sua fetta di torta.

Come allo stesso tavolo si ritrovino Castiglione e Odevaine è domanda alla quale nessuna risposta potrebbe risultare convincente senza mettere in rilievo il fiuto naturale del politico catanese, allevato dal suocero campione di longevità quanto a permanenza nelle stanze del potere.

Ma chi è Luca Odevaine?…..

…..

Ora sappiamo chi è, realmente, il gestore del Cara di Mineo prescelto da Castiglione quando, pubblicamente, è il capo della polizia e della protezione civile della Provincia di Roma, opera nella fondazione da lui creata sotto lo scudo di Legambiente che è il migliore lasciapassare, è membro del tavolo di coordinamento nazionale sull’immigrazione del Ministero dell’Interno e, dopo la nuova investitura ricevuta dal politico siciliano, è consulente del Consorzio calatino terra d’accoglienza. Un consorzio che Castiglione, presidente della Provincia, costituisce con i comuni della zona al fine di creare la parvenza che siano il territorio e le comunità locali ad ispirare le scelte e a sorvegliare la gestione del Cara. Che in effetti – da Berlusconi a Caruso prima e a Gabrielli poi, quindi a Castiglione – viene posto nelle mani di chi è deciso a farne un business di soldi e di voti alle elezioni. Da qui la scelta delle cooperative che lo gestiscono nella prima fase, quindi le due gare, entrambe illegittime perché ‘sartoriali’ come dirà Raffaele Cantone quando è a capo dell’Anac anche se il suo predecessore, Francesco Merloni, a capo dell’allora Civit, Autorità di vigilanza sui contratti pubblici, sulla prima gara, conclusa a ottobre 2011 quando ancora l’Anac non c’è e alla vigilanza provvede la Civit (Commissione per la valutazione, la trasparenza e l’integrità delle amministrazioni pubbliche)  non trova nulla da ridire.

Il 7 ottobre 2011 viene quindi stipulato il contratto per la gestione del Cara di Mineo tra il soggetto attuatore ed una associazione temporanea di imprese avente come capofila il consorzio Sisifo, rappresentata da Salvo Calì. Ne fanno parte anche il consorzio Sol Calatino, Casa della solidarietà, Senis hospes e Cascina global service. Contestualmente viene stipulata con la Croce Rossa Italiana la convenzione per la gestione dei servizi sanitari. La composizione risponde con plastica chiarezza a logiche spartitorie. E’ Odevaine in proposito a raccontare che, in occasione del primo incontro avuto con l’allora soggetto attuatore, Giuseppe Castiglione, questi gli presenta Salvo Calì, presidente del Consorzio Sisifo. Come dire: caro Odevaine, mi affido a te ma queste sono le imprese che devono lavorare. E Odevaine – che a quel tempo, pur rivestendo importanti ruoli pubblici, riceve 5 mila euro al mese da Salvatore Buzzi, pregiudicato per omicidio, per curare i suoi interessi criminali nella gestione dei centri per migranti che a lui, come dice in una famosa telefonata intercettata, frutta più del traffico di droga – non fa una piega. E non si scandalizza affatto quando a quell’appuntamento Castiglione si presenta da solo e con al suo fianco una sedia vuota dicendogli: questa è per chi deve vincere la gara. E il vincitore, poco dopo, puntualmente, arriva, con largo anticipo … sull’indizione della gara stessa.

Il centro parte con questo assetto di dinamiche, affari e interessi e, dichiarata conclusa la fase di emergenza, si apre quella ordinaria. E così l’8 marzo 2013 il prefetto di Catania Francesca Cannizzo stipula una convenzione con il Consorzio “Calatino Terra d’accoglienza” presieduto da Castiglione, a cui affida la gestione del Cara di Mineo.

Insomma, nel passaggio dall’emergenza alla fase ordinaria nulla cambia: c’è sempre Castiglione, ci sono sempre le imprese da lui prescelte perché il consorzio calatino terra di accoglienza sottoscrive con l’Ati avente capofila Sisifo un contratto per l’erogazione dei servizi, ma solo per sei mesi, perché è sacrosanta la necessità di soluzioni trasparenti nel tempo ordinario. Se ne fanno portavoce i comuni del consorzio, sostenuti dalla prefetta Cannizzo e dalla prefetta-ministra dell’Interno Anna Maria Cancellieri le quali però ben presto se ne dimenticano o cambiano idea. E così quel cartello blindato insediato da Castiglione – politicamente uomo di Angelino Alfano, segretario del Pdl nel 2011 e 2012 e, da aprile 2013, ministro dell’Interno – gestisce tutto e arraffa ogni cosa, indisturbato fino a novembre 2015.

In questo passaggio ci siamo imbattuti, oltre che nuovamente nella prefetta ministra Cancellieri, anche nella ormai ex prefetta Cannizzo. Già a capo della Prefettura di Ragusa, poi di Catania dove gestisce l’affaire Cara di Mineo, quindi di Palermo, qui viene rimossa dall’incarico quando risulta pesantemente coinvolta nell’inchiesta su Silvana Saguto, la presidente delle misure di prevenzione del Tribunale di Palermo che gestiva i beni confiscati alla mafia come ‘cosa nostra’, nel senso di cosa sua, della sua famiglia fino ai parenti più lontani e della sua cricca.

Due amiche per la pelle Silvana e Francesca. La prima tratta come ormai è notorio i beni confiscati alla mafia ma è continuamente minacciata e vive sotto scorta. E tocca a Francesca, che con le divide il sonno, provvedere alla sua sicurezza. Ecco quindi le due donne in volo di Stato a Roma per partecipare ad un comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica. Eccole sempre insieme, con Francesca in totale soccorso morale a Silvana che è impegnatissima a gestire gli affari – sì, affari, privatissimi – legati all’amministrazione giudiziaria dei beni confiscati alla mafia.

Le due amiche, tra le tante altre cose, si scambiano raccomandazioni. La prefetta segnala alla giudice il nipote, Richard, dell’ex prefetto di Messina, Stefano Scammacca, mentre la giudice sollecita l’amica ad affidare ad un suo pupillo, il ricercatore Carmelo Provenzano, un incarico nel Cara di Mineo: la struttura costata ai contribuenti più di cento milioni, per la cui gestione Cannizzo prima sostiene la trasparenza chiesta dai comuni e poi se ne dimentica, ‘rassegnandosi’ all’assetto imposto da Castiglione.

Per la cronaca, il pupillo di Silvana Saguto, Provenzano, è un ex docente della Kore di Enna che – come afferma il pubblico ministero nella requisitoria – ha scambiato le amministrazioni giudiziarie per “una sorta di ufficio di collocamento personale per mogli, nipoti, cugini, cognati e amici: un’amministrazione giudiziaria a conduzione familiare” chiosa il magistrato. E così le aziende in amministrazione giudiziaria affidate a quel pupillo, e ad una folta schiera di parenti e amici, non si contano, ed anche il ‘nipote di prefetto’ raccomandato alla giudice dalla prefetta ha la sua brava azienda da … ‘curare’.
Donne di originale e creativo senso istituzionale la prefetta e la giudice: il campionario dell’affettuosa frequentazione sarebbe troppo lungo e tra le due donne non manca del sentimento quando Silvana chiede alla scorta (poliziotti e carabinieri!) di andare in lavanderia a ritirare gli indumenti di Francesca.

Il processo di primo grado è in fase conclusiva: l’accusa ha chiesto 15 anni e 10 mesi per l’ex giudice nel frattempo radiata, sei anni per l’ex prefetta.

Quindi con Berlusconi a capo del governo, Maroni al Viminale e Raffaele Lombardo a capo della Regione siciliana nasce, a febbraio 2011, l’affaire residence degli Aranci-Cara di Mineo. Il cui lucro di gestione finisce tutto e subito, già nei mesi successivi, nelle mani di Castiglione, uomo di Alfano che, quando l’operazione parte, è ministro della Giustizia, poi capo del Pdl per quasi due anni e, quindi, da aprile 2013, ministro dell’Interno. In ogni caso Castiglione è sempre con lui, il primo di tutti a seguirlo quando Angelino si stacca da Forza Italia, rompe con Berlusconi, fonda il ‘Nuovo centro destra’ e rimane nel governo-Letta. Dove, fin dall’insediamento Pippo ha i piedi ben piantati, come sottosegretario all’Agricoltura, carica che manterrà per tutta la legislatura, nonostante la bufera che a dicembre 2014, con lo scandalo di ‘Mafia Capitale’ lo investirà in pieno.

L’accusa, nell’affidamento del Cara alle imprese amiche, è di turbativa d’asta. Un’accusa non nuova per lui che nel ’99 è stato condannato a dieci mesi di reclusione, proprio per questo reato, nell’inchiesta sulle tangenti all’ospedale Garibaldi di Catania. Ma è assolto in appello, mentre il suocero, co-imputato, viene condannato definitivamente per corruzione mentre, per la turbativa d’asta, incassa un proscioglimento per prescrizione. Il processo è in corso e l’unico ad uscirne ben presto è Odovaine che, a Catania come a Roma, sceglie il patteggiamento, ottenendo, grazie anche alla collaborazione resa, pene molto lievi. Tre anni e quattro mesi in tutto: 2 anni e otto mesi per Mafia Capitale e sei mesi per il Cara di Mineo. Castiglione invece chiede il giudizio immediato ma il dibattimento è ancora in corso.

Intanto, prima di uscire anche dal Cara di Mineo, dalle cui finestre abbiamo osservato uno scorcio del ‘mondo di mezzo’ che da Buzzi, a Carminati, ad Odovaine ha fatto tappa anche in Sicilia sulla Piana di Catania, a proposito dei miracoli di Alfano, va ricordata la performance elettorale delle europee del 2014 quando il centro è operante a pieno regime, sono state fatte assunzioni secondo quel preciso ‘protocollo operativo’ che prevede l’obbligo in capo all’assunto di iscriversi al Ncd di Alfano, di farvi iscrivere anche i familiari e di diventare attivista elettorale, con tanto di risultati da esibire. E nelle europee del 2014 il neonato Ncd in Italia supera appena lo sbarramento del 4% (4,38 per l’esattezza) eleggendo tre soli deputati, in Sicilia si attesta sul 9,13 ma a Mineo è il primo partito in assoluto, più forte del Pd di Renzi nel suo massimo storico, con il 39,2%. Ne beneficia un seguace diretto di Alfano, Giovanni La Via, già assessore regionale all’agricoltura nel secondo governo Cuffaro e nella giunta-Lombardo fino al suo trasloco a Strasburgo dove nel 2009 viene eletto parlamentare europeo per il Pdl. Cinque anni dopo, nel 2014, conserva il seggio con le nuove insegne del Ncd.

Un assaggio di questo ‘protocollo’ criminoso nella gestione del Cara s’è già avuto nelle amministrative del 2013 quando Alfano e Castiglione sono ancora in Forza Italia e a Mineo viene eletta sindaco Anna Aloisi.

Chi è costei? In politica il suo partito era il Pd. Professionalmente lavorava per il consorzio Sol calatino, impresa di servizi sociali che poi s’aggiudica l’appalto, con un nuovo bando dopo quello del 2012 quando l’ancora presidente della Provincia Castiglione, escluso uno dei due soli concorrenti, porta in dote la gestione del Cara al Consorzio Sisifo che a Catania ha sede in un appartamento di proprietà di Giovanni La Via: si, lo stesso La Via parlamentare europeo fino al 2019 quando, liquefattosi il Ncd e ritiratisi dalla politica sia Alfano che Castiglione, torna in Forza Italia nella speranza di conservare il suo seggio ma Miccichè gli sbarra la strada e lo estromette dalla lista per far posto ad un suo pupillo, Milazzo.

Una casualità che il consorzio Sisifo, che vince la gara per il Cara di Mineo, abbia la sede in locali di proprietà di La Via, strettissimo sodale di Alfano e Castiglione? Si, secondo l’interessato il quale dice di non conoscere nessuno del consorzio. E’ stata un’agenzia immobiliare a sceglierlo come suo inquilino.

Quindi Anna Aloisi, avvocato, lavora per il consorzio Sol Calatino, si candida a sindaco di Mineo, viene eletta, lascia il Pd e aderisce al Ncd. Ma è lo stesso consorzio, nella sua interezza e nella sua identità di impresa, a diventare un grande elettore di questo partito come candidamente scrive nel portale il presidente Paolo Ragusa. Imputato, come Aloisi ed altri, per tutte quelle strane vicende che raccontano ai magistrati di un sistema nel quale i posti di lavoro sono merce di scambio di voti, ed anche di passaggi da un partito all’altro come emerge quando ad un consigliere di minoranza viene offerta l’assunzione della fidanzata: offerta pare rifiutata, mentre ha sorte migliore quella di un incarico di assessore.

Aloisi, da collaboratrice legale del Cara diventa sindaco di Mineo e presidente del consorzio Terre di accoglienza quando Castiglione lascia la Provincia per candidarsi alla Camera.

Per Anna Aloisi i reati contestati sono tentata concussione, corruzione in atti d’ufficio e tentato abuso d’ufficio. E poi c’è il processo principale, davanti al Tribunale di Catania, per turbativa d’asta e falso nell’ambito dell’inchiesta sulla concessione dell’appalto dei servizi, dal 2011 al 2014, al Cara di Mineo.  Quindici gli imputati tra i quali l’ex sottosegretario alle Politiche agricole, Giuseppe Castiglione, in qualità di soggetto attuatore del Centro accoglienza richiedenti asilo, l’allora sindaco di Mineo, Anna Aloisi; l’ex presidente del consorzio Sol. Calatino, Paolo Ragusa e vari altri.

E del sistema insediato al Cara di Mineo parla direttamente Buzzi ai magistrati di Roma, i procuratori aggiunti Paolo Ielo e Michele Prestipino, riferendo quanto da lui appreso da Odovaine e da Francesco Ferrara, vicepresidente della cooperativa La Cascina e spalla di Carminati. La Cascina era una delle cooperative più gettonate a Roma nel sistema Buzzi-Carminati ed è lungo questo filo, quando Castiglione chiama Odovaine, che la coop romana entra nell’affaire Cara di Mineo.

In effetti non è ancora del tutto chiaro se sia Castiglione a cercare Odovaine o viceversa: i due certamente s’incontrano e si prendono volentieri, ma rimane un dubbio su chi abbia preso l’iniziativa. Perché, dal lato Odovaine, questi racconta di essere stato chiamato da Gabrielli, commissario per l’emergenza Cara e disperato perché cercava una soluzione più economica del costo dissennato che a suo dire gli comportava la croce Rossa. Se è così è qui che, abilmente si inserisce Odovaine, mettendo l’affare nelle mani di Castiglione e rivendicando ovviamente la sua ampia fetta di interessi. Può anche darsi che Castiglione ottenga comunque da Gabrielli il ruolo di soggetto attuatore e, per iniziativa di uno dei due o di entrambi, Odovaine si vede richiesto dei suoi servigi. E’ comunque in questa rete di scambi e di contatti che poi avviene il famoso appuntamento tra Odovaine e Castiglione in cui questi si presenta con una sedia vuota che però ci tiene ad indicare come ‘posto riservato’. Riservato a chi? chiede l’ospite. A chi deve vincere la gara, ribatte serafico Castiglione…

…Ma per Alfano c’è anche il capitolo dei ‘compari’ come Sergio Vella: compare d’anello di Angelino Alfano, si occupa di rifiuti speciali e pericolosi ed è titolare di una delle ditte agrigentine che, da qualche decennio a questa parte, con gara o senza gara, più o meno legittimamente,  ha l’esclusiva dello smaltimento di ogni genere di rifiuto;  con guadagni per  svariate centinaia di milioni di euro, realizzati assieme alla società Iseda, di Giancarlo Alongi, primo cugino e sponsor politico dell’attuale sindaco di Agrigento, Calogero Firetto.

Tali compari e cugini, assieme al gestore della più grande discarica privata siciliana, quella di Siculiana-Montallegro, gestita dal vice presidente di Confindustria Sicilia, Giuseppe Catanzaro, hanno fatto affari d’oro, lucrando sulle varie emergenze rifiuti, anche su quella attuale.

E poi c’è ancora Andrea Gemma, avvocato, socio della moglie del ministro in tante incombenze professionali, anche di qualche bene confiscato alla mafia che immette in quel lucroso business per il quale Alfano ha voluto fortissimamente i preziosi servigi di Montante.

Ci riferiamo, ad esempio, agli alberghi della Valtur.

Poi c’è il caso dell’assunzione del fratello alle Poste, resa pubblica da un’intercettazione eseguita nell’ambito di un’inchiesta su una vicenda di tangenti. Alessandro Alfano (laurea triennale conseguita a 34 anni) è assunto come dirigente nel 2013 da Postecom da cui passa a Poste tributi: 200 mila euro l’anno di stipendio e dopo quattro anni nessun atto firmato, scopre e rileva la Guardia di finanza nel rapporto alla procura della corte dei Conti, quando scoppia il caso. L’ex Ad di Poste Massimo Sarmi prima prova a dire di non avere saputo che quell’assunzione cui si adoperò personalmente riguardasse il fratello del ministro ma viene smentito e sbugiardato da un consigliere d’amministrazione che aveva fatto di tutto pur di farlo ragionare e di indurlo a rinunciare a quella chiamata così inutile per l’azienda, ma così utile sicuramente a qualcuno.

E nelle intercettazioni allegate agli stessi atti d’indagine entra anche il nome del padre, Angelo Alfano, il quale avrebbe mandato 80 curricula per assunzioni pilotate in Poste Italiane Spa.

Poi c’è l’affaire voli di Stato. Dalla lista pubblicata da Repubblica il 9 marzo 2017 risulta che Alfano ha usato l’aereo blu 27 volte per tornare in Sicilia.  Per esempio il 20 gennaio scorso il volo di Stato gli è servito per andare, nell’isola, ai funerali della mamma della sottosegretaria Simona Vicari, un marito di Rifondazione comunista ma vicinissima a Renato Schifani, artefice di una carriera-gemella rispetto a quella di Angelino, da Forza Italia al ‘Nuovo centrodestra’: all’Ars nel ’96 e poi sempre in Parlamento fino al 2018, nonché sottosegretaria nei governi Letta, Renzi e Gentiloni quando Angelino è all’apice. Condannata dalla Corte dei Conti a restituire una delle due indennità indebitamente percepite quando era deputata all’Ars e sindaco di Cefalù, è investita anche dall’inchiesta per corruzione che porta all’arresto del politico forzista Girolamo Fazio e dell’armatore Ettore Morace. Da questi ha ricevuto un rolex in cambio, secondo l’accusa, di un emendamento che fa incassare soldi all’armatore. Nella stessa inchiesta è imputato, sempre per corruzione, Crocetta. Per quell’inchiesta Simona Vicari il 19 maggio 2017 lascia la poltrona di sottosegretario nel governo-Gentiloni.

Ma torniamo sulle ali di Angelino. Con volo di Stato il 24 febbraio partecipa alle celebrazioni della clinica palermitana di proprietà della moglie del deputato Ncd Dore Misuraca. Tutti viaggi classificati con la motivazione “istituzionale” o “sicurezza”, visto che la direttiva per l’uso dei voli di Stato datata dicembre 2011 (firma del governo Monti che dà una stretta dopo l’ampliamento voluto da Berlusconi rispetto alle più severe modalità del precedente governo-Prodi), regola l’utilizzo solo in seguito a “imprevedibili e urgenti esigenze di trasferimento connesse all’esercizio delle funzioni e l’impossibilità di provvedere ai trasferimenti con voli di linea”.

Continuiamo a percorrere in sequenza gli inciampi giudiziari di Alfano. Sorvolando su alcune delle incriminazioni poi cadute, questa che segue merita di essere annotata perché attiene al trasferimento di un prefetto. il 25 febbraio 2016 Alfano è iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Roma per abuso d’ufficio. Con lui sono indagati anche il viceministro Filippo Bubbico, l’ex senatore e allora segretario provinciale Pd di Enna Vladimiro Crisafulli, nonché il presidente dell’Università Kore di Enna Cataldo Salerno. Il reato sarebbe stato commesso il 23 dicembre 2015, data in cui il Consiglio dei ministri delibera il trasferimento ad Isernia del prefetto Fernando Guida, al fine di evitare, secondo l’accusa, che Guida possa commissariare a dicembre 2015 la Fondazione Kore, ente che gestisce l’ateneo omonimo. Ci penserà lo stesso prefetto a scagionare il ministro, dichiarando che il trasferimento era stato concordato: procedimento archiviato.

Ma quel piccolo inciampo giudiziario, di brevissima durata, racconta molto di più.

Le intercettazioni sorprendono l’ex parlamentare Vladimiro Crisafulli, discusso ras della sinistra ennese, parlare al telefono con Ugo Malagnino, segretario particolare del viceministro degli Interni Filippo Bubbico, e fargli fretta perché poi il ministro partirà per le vacanze di Natale: Crisafulli reclama la rimozione da Enna del prefetto Fernando Guida, “reo” di aver avviato il commissariamento della fondazione dell’Università Kore. Pochi giorni dopo Crisafulli festeggia, al telefono, con il prorettore dell’ateneo Giovanni Tesoriere: «Congratulazioni Mirello — gli dice il docente — abbiamo fatto centro». Sono due delle venti conversazioni intercettate per le quali Angelino Alfano è indagato per abuso d’ufficio con lo stesso Crisafulli, Bubbico, Malagnino e il presidente della Kore Cataldo Salerno.

Il 23 dicembre, in mezzo ai due dialoghi registrati, il Consiglio dei ministri effettivamente trasferisce il prefetto Guida da Enna a Isernia.

Fra le conversazioni intercettate anche alcune fra l’ex deputato del Pd e l’ex senatore Ncd Pino Firrarello, suocero del sottosegretario Giuseppe Castiglione e potente deus ex machina del potere ‘alfaniano’ in Sicilia orientale: l’affaire Cara di Mineo è il suo capolavoro.

I dialoghi sono captati nel corso di un’altra indagine, per malversazione, che riguarda la fondazione Kore: in autunno, con un provvedimento poi annullato dal riesame, viene sequestrato un milione di euro di fondi comunali che, secondo l’accusa, sarebbero stati illecitamente “congelati” e non trasferiti all’Ateneo. E qui tra gli indagati c’è anche il presidente dell’authority antitrust Giovanni Pitruzzella perché, come arbitro scelto dal consorzio universitario ennese, nel 2008 avrebbe favorito illegittimamente proprio la struttura cara a Crisafulli per comporre una lite con l’ateneo di Catania. La richiesta di archiviazione della Procura è più volte respinta dal gip e la vicenda mette fuori gioco Pitruzzella nella corsa alla Corte costituzionale.

La Kore a dire il vero, per ‘merito o per fortuna’, finisce spesso negli intrighi giudiziari. Succede per esempio ai membri della commissione di laurea di Scienze economiche e giuridiche accusati di avere dato una valutazione generosa, in cambio di favori, a Emanuele Caramma, figlio di Silvana Saguto, ex presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo, radiata dalla magistratura e sotto processo, per la gestione dei beni confiscati alla mafia che la potente giudice avrebbe piegato agli interessi privati propri, di familiari, amici e trafficanti d’influenze varie nel suo cerchio affaristico. E la Kore c’entra anche nell’inchiesta che colpisce ancora Crisafulli, indagato dopo aver sponsorizzato lo sbarco a Enna della facoltà di Medicina dell’Università di Galati, in Romania, iniziativa contestata dal ministero e dai rettori.

Ma c’è una figura che, sulle orme di Angelino, va focalizzata perché di maggior peso rispetto a moglie, fratello, padre, cugini, vari partner in affari, traffici e interessi di ogni tipo, e perfino rispetto a tanti potenti di carriera forzista.

E’ la sua storica portavoce, Danila Subranni: quella donna alta e bionda che – quando Angelino è ricercato tutti i giorni dalle telecamere dei tg nazionali (quindi almeno in tutto l’arco dei dieci anni in cui è ministro sequenziale tra Giustizia, Interno ed Esteri) – gli sta sempre attaccata addosso, tanto da non risultare mai fuori inquadratura, neanche nelle più ravvicinate.

Lei è figlia di Antonio Subranni, generale dei Carabinieri condannato a 12 anni di reclusione nel processo sulla ‘trattativa Stato-mafia’. Ma sarebbe riduttivo e forse fuorviante limitarsi a questo dato. Conviene quindi saperne di più su di lei, sul fratello Ennio e sul padre, tra gli artefici del depistaggio delle indagini sulla vera natura, sul movente e sui responsabili dell’assassino di Giuseppe Impastato

Tutti i meriti del ‘Cavaliere di Gran Croce’ Angelino Alfano, insignito della più alta onorificenza della Repubblica

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