Tutti avrebbero saputo ma nessuno avrebbe fatto nulla per evitare di inquinare. I vertici di Ias, infatti, non avrebbero eliminato i problemi di scarsa efficienza dell’impianto per quanto riguarda la depurazione dei reflui industriali pur essendone consapevoli. Lo stesso poteva dirsi delle aziende – i cosiddetti Grandi utenti – a conoscenza della problematica ma inermi, nonostante fossero soci di minoranza del depuratore consortile, pensando solo al profitto. Anche i comuni di Priolo e Melilli (soci) non potevano non sapere avendo partecipato a più sedute del Consiglio di amministrazione, ma la loro posizione – almeno per il momento – non è al vaglio degli inquirenti.

Un immobilismo che, a detta della Procura, ha portato a quel “disastro ambientale colposo” che gli inquirenti contestano a 26 soggetti tra persone fisiche e società del polo industriale: Donato Infantino, Enrico Monteleone, Maria Grazia Brandara, Rosario Pistorio, Mirko Ranieri, Domenico Arena, Edoardo Vittorio Mirgone, André Haus, Giorgio Tuccio, Paolo Zuccarini, Sergio Corso, Guglielmo Arrabito, Salvatore Mesiti, Enrico Majuri, Angelo Bifulco, Domenico Longhitano, Nicola Patti, Litterio Iachetta, Enzo Maurizio Montalbano e le società Ias, Sonatrach, Esso, Versalis, Sasol, Isab e Priolo Servizi.

L’operazione “No fly” è stata quindi solo il primo passo della Procura di Siracusa che oggi, con questa nuova indagine, mette alla luce alcune presunte inadempienze su quell’impianto che di fatto è il “fegato” del Petrolchimico. Un fegato che però non ha mai funzionato a dovere, complice un impianto di deodorizzazione mai entrato in funzione (perché progettato male) e delle vasche prive di copertura che avrebbero causato ogni anno l’immissione in atmosfera di 13,6 tonnellate di benzene (rispetto alle 0,88 teoricamente autorizzate e quindi 13 volte superiore al consentito), 9,8 di toluene, 11,3 di xilene e 42,8 di altri composti oltre a 7,4 tonnellate di idrogeno solforato. E Ias ne era a conoscenza da almeno un decennio.

Secondo la tesi degli inquirenti, i direttori tecnici di Ias (Donato Infantino dal 2013 al 2018 ed Enrico Monteleone dal 2019 a oggi) non hanno mai messo in funzione l’impianto di deodorizzazione. Gli indagati hanno continuato l’esercizio dell’impianto anche dopo essersi resi conto dell’impossibilità – senza adeguati investimenti che si è scelto di non fare – di attivare il sistema. In un’intercettazione, i due fanno riferimento al mancato funzionamento dell’impianto che avrebbe dovuto abbattere le emissioni odorigene soprattutto di benzene e che invece si sta arrugginendo per l’inutilizzo. E sono loro che mettono in collegamento l’autorizzazione alle emissioni in atmosfera con l’impianto di deodorizzazione.

Ias, inoltre, non è dotata di Aia. E fino a oggi opera con un’autorizzazione scaduta per lo scarico in mare. Ma la Procura contesta anche le Aia rilasciate alle grandi aziende, ritenute illegittime poiché non prevedono alcun pretrattamento dei reflui inviati al depuratore, essendo quest’ultimo inidoneo ad abbattere il carico inquinante degli idrocarburi.

Gli indagati, secondo gli investigatori, avevano il potere-dovere di adottare ogni iniziativa possibile per evitare il “gravissimo danno ambientale” ravvisato dai consulenti tecnici Nino Polizzi, Gabriele Bardazza, Mauro Sanna, Rino Felici e Nazareno Santilli. Le carenze strutturali dell’impianto sono ritenute “macroscopiche ed evidenti” e “non può ritenersi possibile ignoranza e buona fede”.

Le conclusioni cui sono giunti i consulenti della Procura sono gravi perché descrivono un rilevante inquinamento atmosferico e marino nell’aria industriale di Priolo e Melilli. Per di più, si legge, a fronte delle riunioni del Cda in cui non sarebbero stati attivati gli organismi di vigilanza che sarebbero dovuti intervenire. E i campanelli d’allarme erano già suonati tutti nel 2015, quando durante una seduta del Consiglio di amministrazione viene esaminata la relazione di due esperti in cui senza troppi giri di parole si parla di che “livello inaccettabile di rischio per la salute”.

Un pesante quadro accusatorio che aveva portato la Procura a chiedere anche misure cautelari personali (non accolte e trasformate in interdizione), il sequestro dell’impianto e della totalità delle quote societarie. Il Gip, Salvatore Palmeri, ha optato inoltre per non accogliere il sequestro per equivalente di 24 milioni di euro nei confronti di tutti gli indagati. Se ne parlerà, in caso, alla definizione del giudizio. Intanto Piero Capitini è stato nominato amministratore giudiziario per la gestione dell’impianto con il compito di bloccare l’ingresso dei reflui delle società per poi realizzare investimenti utili per munire il depuratore degli accorgimenti necessari. Ecco, il nodo da sciogliere al momento è proprio questo: dove conferiranno i reflui le aziende del petrolchimico?

Di Luca Signorelli e Giulio Perotti

https://www.siracusanews.it/siracusa-26-indagati-e-ias-sotto-sequestro-e-gia-nel-2015-si-parlava-di-livello-inaccettabile-di-rischio-per-la-salute/

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