L’intervento – a cura di Concetto Alota –

Un parallelismo carico di veleni lega le due inchieste della Procura di Siracusa denominate “Mare Rosso” e “No Fly”; l’ultima sfociata pochi giorni or sono con il sequestro degli impianti dell’Ias con il coinvolgimento giudiziario di 19 persone e 7 società che operano nel Petrolchimico. E come per “Mare Rosso”, chiediamo i danni provocati alle società che operano nella zona industriale coinvolte nell’inchiesta.

Il reato contestato dalla Procura è disastro ambientale aggravato in relazione all’inquinamento atmosferico e marino, riferito, come scrive la Procura, “tutt’ora in corso”; questo lascia presagire che l’inchiesta potrebbe avere uno strascico. Infatti, nel mese di novembre 2021 (quindi dopo i riferimenti dei giorni scorsi riportati nel comunicato della Procura di Siracusa 2016-2020), ufficiali di polizia giudiziaria si sono recati negli impianti del depuratore consortile di Priolo, gestito dall’Ias, coadiuvati dai consulenti nominati dalla Procura aretusea; gli investigatori hanno prodotto il decreto di acquisizione di atti con cui hanno proceduto a prelevare diverso materiale informatico e altra relativa documentazione che riguarda il presunto inquinamento. Sono stati acquisiti hard disk relativi alla registrazione dell’attività svolta negli impianti e altra documentazione.

“Sin dal primo momento abbiamo dato la massima collaborazione agli investigatori – spiega in quell’occasione la presidente dell’Ias, Patrizia Brundo – nell’acquisizione della documentazione e dei supporti informatici che avevano richiesto. Così come riponiamo il massimo della fiducia nell’attività investigativa dell’autorità giudiziaria”.

Il procuratore aggiunto Fabio Scavone e i pubblici ministeri Tommaso Pagano e Salvatore Grillo, hanno chiuso il cerchio delle indagini sull’emissione delle sostanze odorigene nell’atmosfera, ritenendo confermata l’ipotesi che le imprese abbiano dichiarato a suo tempo di adattare gli impianti alle prestazioni attendibili, in base alle migliori tecniche disponibili e di attuare le misure necessarie per contenere le emissioni, provocando lo sversamento nell’aria di quantitativi di sostanze inquinanti connotate da odore molesto. Per logica deduzione, il periodo specificato di riferimento è dal 2016 al 2020, con i probabili ulteriori sviluppi nello schema investigativo portato avanti dalla guardia di finanza, dal Nictas e dall’Arpa.

Storia e Petrolchimico

È stata la volontà decisa del Pm Maurizio Musco e del procuratore capo Roberto Campisi a portare a termine l’inchiesta “Mare Rosso”, con allo sfondo l’inquinamento da mercurio e tanti altri veleni scaricati per decenni in mare. In quell’occasione, così come ora,  tutti quelli che sapevano tacevano, ma cercarono di non far chiudere l’impianto denominato Cloro-Soda. Anche se aveva provocato inquinamento a non finire in mare, morte e dolore, così come per l’inchiesta “No Fly” e delle industrie, finite sotto accusa dopo le indagini di inquirenti e investigatori.

Per la mancanza di norme che regolavano la materia, per decenni i colossi della chimica e della raffinazione hanno inquinato i corsi d’acqua, le falde acquifere, l’aria, il mare e la terra. Un’apocalisse che inizia la sua corsa ad Augusta nel lontano 1949 con l’avvento della Rasiom di Angelo Moratti, poi ceduta alla Esso e ora di proprietà dell’algerina Sonatrach. Ma lo spartiacque diventa la prova provata dell’avvenuto inquinamento. Questo dopo l’entrata in vigore delle norme a difesa dell’ambiente.

Le industrie da sempre hanno inquinato l’ambiente, il mare, la terra, la falda, con morte e tumori a tappeto. L’inchiesta “Mare Rosso”, nasce per l’errore di un tecnico che voleva pulire a suo modo con dell’acido la vecchi condotta fognaria in metallo, da dove il mercurio veniva scaricato in mare che diventò di colore rosso a causa della ruggine che si scioglieva e per questo denominata “Mare Rosso”. Un’inchiesta scattata all’inizio degli Anni 2000, coordinata dal procuratore capo Roberto Campisi e affidata al sostituto Maurizio Musco, che fece epoca e storia, squarciando per la prima volta i segreti del petrolchimico. Le indagini furono portate a termine dalla Guardia di finanza di Siracusa al comando dell’allora colonello, Giovanni Monterosso.

E tutto questo, come dirà a caldo nella conferenza stampa il procuratore capo all’epoca dei fatti, Roberto Campisi: “…con grande disprezzo della vita umana nello smaltimento dei rifiuti con tanta arroganza e un’inaccettabile logica”. Il riferimento è alle intercettazioni telefoniche.

Il principale capo d’imputazione contestato agli accusati era il delitto ambientale previsto dall’articolo 53 bis del Decreto Ronchi, poi articolo 260 del Codice ambientale, per aver costituito una “associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito d’ingenti quantità di rifiuti pericolosi contenenti mercurio”.

Dopo il sequestro giudiziario e un lungo fermo, l’impianto Cloro Soda ripartì, per l’insistenza, con allo sfondo la ragione economica-sociale della parti in causa, con una sola delle tre linee per essere poi fermato fortunatamente e definitivamente nel novembre 2005. Verosimilmente, si accorsero dopo la strage che era troppo inquinante. Ancor più grave il fatto di aver tentato di farlo continuare nella sua corsa criminale e che non si può davvero sopportare. Inquinare, sapendo di avvelenare la gente, ogni vita vivente.

La svolta dell’inchiesta quando nei documenti della Montedison, già proprietaria dell’impianto Cloro Soda, a leggere alcuni documenti segreti, ritrovati stranamente all’interno degli archivi della stessa società, che dal 1958 al 1980 avrebbe scaricato in mare 500 tonnellate di mercurio (ma in realtà la quantità rimane indefinita). Per la Procura di Siracusa la scoperta bastò a far decadere buona parte delle accuse a dirigenti e tecnici dell’Enichem, oltre ai reati più gravi agli indagati nell’indagine denominata “Mare Rosso”; in particolare l’associazione per delinquere, l’avvelenamento doloso del mare e del pesce, le lesioni personali per le malformazioni neonatali e tanti tumori. Derubricato il grave reato iniziale, restava solo il traffico illecito dei rifiuti.

I vertici dell’Enichem sotto la pressione giudiziaria, nonostante fosse caduta l’accusa delle lesioni per le malformazioni, decisero di corrispondere volontariamente a 101 famiglie di bambini nati malformati e alle mamme che avevano preferito abortire prima della nascita di un figlio destinato a nascere deforme, un rimborso variabile in base alla gravità della malformazione, tra i quindici mila e un milione di euro, per un totale di ben 11 milioni di euro più le spese legali. Un caso unico, in cui una società gravemente accusata, poi prosciolta, decide di risarcire le vittime d’inquinamento senza alcuna richiesta da parte dei danneggiati.

Orbene, cominciamo a far pagare i danni, come fece l’Eni, anche alle società sotto l’accusa della Procura che hanno inquinato.

In merito alla nuova inchiesta della Procura con l’accusa di inquinamento, da più parti “si chiede un tavolo di coordinamento in Prefettura che metta insieme imprese, deputazioni Nazionale e Regionale, Confindustria e sindacati per fare il punto sulla situazione venutasi a creare nella zona industriale dopo il provvedimento di sequestro dell’impianto consortile dell’Ias. Questa la richiesta condivisa dai segretari generali di Cgil, Cisl e Uil territoriali, Roberto Alosi, Vera Carasi e Luisella Lionti, al termine della riunione unitaria convocata per decidere azioni condivise dopo quanto accaduto”.

Certamente. Obbligatorio, oltre ad un dovere sacrosanto per le organizzazioni sindacali e la politica, assieme o separatamente, che tentano di trovare soluzioni per non smembrare il petrolchimico e creare un vuoto economico e sociale con disoccupati e tanta disperazione. Ma è anche vero che quando si gridava “all’inquinamento selvaggio”, tutti tacevano e sventolavano il “fazzoletto bianco”. Come per l’inquinamento provocato dopo il Cloro Soda, come confermano ora i consulenti della Procura, con scarichi abusivi, allora come ora, in mare, nell’aria, in cielo e in terra e nelle tante discariche, e tutti sempre con bocche cucite, occhi chiusi e orecchie tappate.

“Crediamo sia necessario chiedere al Prefetto di convocare un tavolo di coordinamento – hanno detto i tre segretari – La situazione venutasi a creare impone un’analisi precisa sulle necessità delle aziende e sui tempi ancora a disposizione per scongiurare qualsiasi ipotesi di fermo degli impianti”.

Verissimo, ma il bicchiere continuerà a rimanere mezzo pieno e mezzo vuoto.

“Nessuno ha interesse a chiudere il polo industriale e mandare a casa migliaia di lavoratori, facendo ripiombare l’economia ai livelli del secondo dopoguerra. “Certo è – dice Adorno – che, seppur nel perseguimento degli eventuali reati, occorre trovare soluzioni che da un lato perseguano l’obiettivo primario della tutela della salute, garantiscano il rispetto delle norme di legge e dall’altro tengano conto del problema assai importante dell’occupazione. Soluzioni che si spera possano essere individuate in tempi brevi e per le quali può tornare centrale il ruolo della Prefettura. In questo contesto è arrivato il momento di rivedere radicalmente il ruolo dell’Ias, della sua struttura societaria e dei rapporti tra privato e pubblico”. Perfetto, ma quella che manca è la buona volontà delle industrie che per decenni hanno sempre “diretto la musica”.

I fatti, la cronaca e la storia

Nell’inchiesta “Mare Rosso”, furono arrestate a vario titolo diciassette persone tra dirigenti e dipendenti dello stabilimento ex Enichem, ora Syndial, tra i quali il precedente e l’allora direttore, l’ex vicedirettore e i responsabili di numerosi settori aziendali, insieme a un funzionario della Provincia regionale di Siracusa preposto al controllo della gestione dei rifiuti speciali prodotti nell’area industriale.

Il principale capo d’imputazione contestato agli accusati dalla Procura della Repubblica di Siracusa è stato il delitto ambientale previsto dall’articolo 53 bis del Decreto Ronchi, oggi art. 260 del Codice ambientale, per aver costituito una “associazione per delinquere finalizzata al traffico illecito d’ingenti quantità di rifiuti pericolosi contenenti mercurio”.

Secondo l’accusa il mercurio veniva scaricato nei tombini delle condotte di raccolta delle acque piovane e da lì finiva in mare. Un’altra via per liberarsi illegalmente dei rifiuti, secondo gli inquirenti, era quella della falsa classificazione e dei falsi certificati di analisi: in questo caso lo smaltimento avveniva in discariche autorizzate, ma non idonee a raccogliere quel genere di rifiuti pericolosi.

L’indagine è stata resa possibile grazie anche alle intercettazioni telefoniche e ambientali compiute nei locali all’interno del petrolchimico. Così come per l’ultima indagine denominata “No Fly”, “allargata”.

Nel frattempo era partito un altro filone d’indagini a carico della Montedison, proprietaria dell’impianto di Cloro Soda che, a leggere alcuni documenti segreti ritrovati all’interno degli archivi della stessa società, dal 1958 al 1980 avrebbe scaricato in mare oltre 500 tonnellate di mercurio. La scoperta bastò a far decadere buona parte delle accuse all’Enichem dell’indagine denominata “Mare Rosso”, in particolare l’associazione per delinquere, l’avvelenamento doloso del mare e del pesce, le lesioni personali per le malformazioni neonatali. Restava solo il traffico illecito dei rifiuti. Ma i vertici dell’Enichem sotto la pressione giudiziaria, nonostante fosse caduta l’accusa delle lesioni per le malformazioni, decise di corrispondere alle famiglie dei bambini malformati, e alle donne che avevano preferito abortire prima della nascita di un figlio destinato a nascere malformato, un rimborso variabile in base alla gravità della malformazione, tra i quindici mila e un milione di euro. Un caso unico, dove una società gravemente accusata, poi prosciolta, decide di risarcire le vittime di un inquinamento.

La giustizia penale non fu la sola a occuparsi del triangolo petrolchimico Priolo, Melilli, Augusta. Già la legge 426/98, prima delle varie inchieste aveva dichiarato la rada di Augusta e il territorio del Petrolchimico siracusano “Sito d’interesse nazionale ai fini di bonifica” (SIN Priolo). Restava da capire, però, a chi spettava sborsare i soldi necessari per bonificare il territorio e il mare di tutta quell’enorme quantità di veleni. Malformazioni a parte, infatti, l’inquinamento rimane e tutte le società del petrolchimico siracusano vi hanno contribuito in mezzo secolo d’industrializzazione selvaggia. Lo Stato voleva fargli pagare il conto salato, ma ha trovato un’opposizione dura e basata sul principio: “poiché non è chiaro quanto ogni società ha inquinato, non si può stabilire in che modo spartire gli oneri della bonifica” e buonanotte ai suonatori. Buoni avvocati e mezzi.

C’è da chiedersi se mai le bonifiche si faranno, visto che c’è un nuovo problema: chi tira fuori i soldi? Quindi, non è detto che si possano fare anche con i finanziamenti aperti da parte dell’Europa. Il dubbio sarebbe stato insinuato dalle stesse società che in origine avrebbero dovuto pagare per ripulire il fondale della Rada di Augusta e le bonifiche a terra, in parte, per la verità, eseguite. La risposta è simile a quella scritta nelle cartelle dei condannati all’ergastolo alla voce fine pena: “mai”.

La conferma.

Il problema, dicono i giudici amministrativi, è che sul fondo c’è tanto di quel mercurio che se si prova a rimuoverlo, si rischia di rimetterlo in circolo e spargerlo ancora di più a causa delle correnti. Fu questa la motivazione tecnica giuridica dei magistrati del Tar chiamati in causa. La soluzione, secondo questa teoria, sarebbe più deleteria del male stesso. La cosa molto interessante, è l’ipotesi del rimescolamento, è che il Tar ci ha creduto davvero; infatti, nella sentenza 1254 del 20 luglio 2007 si legge che la tipologia e le modalità degli interventi come imposti dal Ministero, sarebbero affidate a tecniche non efficienti, non efficaci e/o comunque irrealizzabili e come tali anche pericolosi per l’ambiente e per la salute umana. Ma non è affatto così. Già c’erano nuove tecniche che riescono a dragare e separare i veleni e depurare l’acqua marina.

Peccato che il progetto del Rigassificatore nell’ambito della rada di Augusta non sia andato in porto; sarebbe stato un modo per scoprire, durante il necessario dragaggio per realizzarlo, in quella parte della Rada di Augusta dove sono ancora depositati i veleni nei fondali marini di quello specchio di mare dall’apparenza pulita, dove giace invece una montagna di veleni (ben18 milioni di metri cubi formato da veleni e rifiuti meno pericolosi – come vedremo più avanti) che sarebbero venuti a galla, e far capire così a tutti la vera portata del danno che hanno provocato le industrie in più di mezzo secolo d’inquinamento selvaggio, di traccheggi politici e di giochetti giudiziari in danno alla vita umana, alla flora, alla fauna e all’Ambiente in generale.

Tutta la montagna di casi di tumori, non sono stati mai veramente censiti. E nemmeno quantificato il danno del costo sanitario alla collettività. Ma troviamo i bilanci delle aziende del Petrolchimico siracusano sempre in positivo. Alla faccia della povere gente morta perché abitava semplicemente: qui siamo nell’inferno sulla terra. Le industrie capitalizzano i guadagni e socializzano i debiti.

Tanti, troppi interessi girano attorno ormai da decenni alle bonifiche, specie per i fanghi contaminati in fondo al mare della Rada di Augusta, per i milioni di euro che si potrebbero racimolare, più quelli già spesi per progetti e arguzie. Interessi sopra interessi per continuare lo sperpero di denaro nel commissionare studi, perizie e programmi, mentre i veleni rimangono dove sono.

I fanghi pericolosi contaminati all’interno della Rada di Augusta sono circa 700mila metri cubi (vedi caratterizzazione di seguito riportata). E secondo una vecchia tesi, da più parti conclamata, non sarebbero nocivi perché ormai coperti (tombati) dal materiale di risulta che da decenni viene scaricato dalle piogge nelle acque del porto di Augusta. Si punta il dito sui fanghi contaminati da veleni di origine industriale, ormai rimasti in minima parte a seguito dei tanti dragaggi dentro la Rada, ma si devono considerano gli oltre 100 milioni di metri cubi scaricati in mare aperto e che non si potranno mai dragare, ma molto più pericolosi di quelli giacenti nei fondali della Rada. Un veloce calcolo del breve tempo dell’ultimo dragaggio e la chiusura del reparto Cloro Soda, da cui arrivava il micidiale mercurio, ci conferma che i conti quadrano, come vedremo più avanti in questo reportage. Grave rimane invece la contaminazione del mare da idrocarburi e prodotti chimici provenienti (ogni tanto quelli dichiarati ufficialmente) dalle raffineria o dalle perdite durante il carico e lo scarico da petroliere e chimichiere nei pontili.

La premessa vuole che a inquinare il mare ancora fortemente è il percolato che producono le discariche dei rifiuti urbani e industriali, oltre agli scarichi fognari della città di Augusta e i depuratori che non depurano.

Il triangolo industriale siracusano è uno spicchio di terra in cui è diventato rischioso viverci. Lo scenario è apocalittico. Nel gioco delle parti gli industriali non vogliono tirare fuori i soldi per le bonifiche in fondo al mare, sottoterra e sanitarie, con malati cronici di tumori e cancri che provocano morte e dolore nel silenzio generale, tra amianto e veleni sparsi in lungo e in largo, ma alla fine a pagare è sempre Pantalone, la comunità, i cittadini residenti, semplicemente colpevoli di essere nati qui, nell’inferno sulla terra creato dagli interessi e dal profitto, dalla speculazione e dalla politica corrotta.

Sono state tante le industrie che nel passato hanno sfruttato il mercato per poi sparire nel nulla lasciandosi dietro disperazione e dolore, senza pagare i costi delle spese per le bonifiche.

Rimane grave il silenzio in un territorio in cui non sono più quantificabili le spese per le bonifiche e la messa in sicurezza della falda acquifera, del mare inquinato a più non posso, dei terreni avvelenati per la presenza delle discariche di cui solo 23 autorizzate e oltre cento quelle abusive sparsi in lungo e in largo, nelle vecchie cave di pietra e nei terreni circostanti.

La fonte delle notizie è L’ICRAM – l’Istituto Centrale per la Ricerca Scientifica e Tecnologica applicata al Mare, che nel 2008 confluì, armi e bagagli, nell’ISPRA, l’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale che ha eseguito all’inizio degli Anni Duemila la caratterizzazione con carotaggi e prelievi dei veleni che giacciono nei fondali della rada di Augusta, così come in altri porti, fiumi, laghi, insieme alla stima dei volumi di sedimenti contaminati, oltre che le analisi degli interventi possibili di bonifica e le operazioni di gestione dei dragaggi necessari.

La perimetrazione a mare nel Sito Priolo ha interessato circa 10mila ettari di specchio acqueo, con la scelta di campioni per l’esecuzione di analisi chimico fisiche e microbiologiche ai fini della caratterizzazione comparata, Inoltre, sono stati elaborati i valori d’intervento per sedimenti giacenti all’interno della rada di Augusta, con l’identificazione delle aere, dove sono necessarie urgenti misure d’intervento. Per quanto concerne la rada di Augusta, i dati derivanti dalla caratterizzazione ambientale, nelle due fasi elaborati dall’ICRAM, hanno evidenziato una grave situazione primaria di contaminazione dei sedimenti principalmente da mercurio e idrocarburi, e secondariamente da esaclorobenzene, piombo, rame, zinco, arsenico, diossine, furani, idrocarburi in genere e tanto altro ancora.

https://www.srlive.it/quel-filo-rosso-che-lega-le-inchieste-mare-rosso-e-no-fly/

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