il punto – a cura di Concetto Alota –

Questo gioco al massacro è diventato un rischio reale per la Lukoil, con allo sfondo, giocoforza, di essere costretta a chiudere i battenti con la perdita del lavoro per oltre ottomila dipendenti; ma questo, dopo l’intervento della Procura di Siracusa, vale anche per tutte le industrie del petrolchimico. A parte il vuoto energetico e industriale, si creerebbe una gigantesca crisi economica-sociale, in una zona senza altre speranze di lavoro, oltre ad un disastro ambientale che insiste in un territorio in cui rimarrebbe solo tristezza e una crisi senza precedenti. Le raffinerie della Lukoil sono il fulcro del petrolchimico siracusano; raffinano un quarto del greggio che arriva in Italia.

Con le sanzioni le banche hanno congelato le linee di credito al Gruppo Lukoil, così il colosso energetico può comprare solo petrolio russo. Nel mese di maggio sono arrivati 450mila barili da Mosca nel polo petrolchimico siracusano.

Si spera che il governo italiano possa prendere saggiamente in considerazione l’ipotesi di nazionalizzare le raffinerie della Lukoil di Priolo. Insiste già un buon rapporto tra Eni e Lukoil che hanno firmato degli accordi per lo scambio di quote di partecipazione in diverse licenze esplorative sparsi nel mondo. Questo potrebbe essere una linea privilegiata per trovare una via d’uscita a questo tragedia economica e sociale.

Il ministro Cingolani sulle raffinerie di Lukoil di Priolo, ha dichiarato ai media: “Ci sono diverse ipotesi. Una è una manovra simile alla nazionalizzazione. Una mossa “analogia con quanto ha fatto il governo tedesco”, ha detto ancora Cingolani alludendo alla nuova legge sulla sicurezza energetica modificata dalla Germania. L’alternativa – riferita da Cingolani – è che si faccia avanti un compratore terzo e ovviamente “presentabile”. In merito, si vocifera anche la possibilità dell’acquisto della Lukoil da parte dell’algerina Sonatrach, così come da parte di altri possibili acquirenti interessati, ma nessuna conferma.

Le speranze offuscate dal sequestro dell’impianto di depurazione gestito dall’Ias, hanno tagliato ogni speranza. Infatti, senza il depuratore le raffinerie saranno costrette a chiudere, con conseguenze catastrofiche, fame e tanta disperazione, specie per i meno abbienti.

Il sequestro dell’impianto biologico consortile gestito dall’Ias e delle quote e dell’intero patrimonio aziendale della società che gestisce lo smaltimento dei reflui industriali del Petrolchimico siracusano e dei comuni di Melilli e Priolo Gargallo, riconduce ai riferimenti probatori al periodo fra il 2016 e il 2020, con il chiaro rapporto alla gestione messa in atto, descritta nell’ordinanza, che avrebbe provocato negli anni l’immissione non consentita in atmosfera di circa 77 tonnellate all’anno di sostanze nocive, fra cui alcune cancerogene come il benzene, e di oltre 2500 tonnellate di idrocarburi in mare.

Il delitto contestato dalla Procura è disastro ambientale aggravato in relazione all’inquinamento atmosferico e marino “tuttora in corso”; questo lascia presagire che l’inchiesta potrebbe avere uno strascico. Infatti, nel mese di novembre del 2021 (quindi dopo i riferimenti dei giorni scorsi riportati nel comunicato della Procura di Siracusa “2016-2020”), ufficiali di polizia giudiziaria si sono recati negli impianti del depuratore consortile di Priolo, gestito dall’Ias, coadiuvati dai consulenti nominati dalla Procura aretusea; gli investigatori hanno prodotto il decreto di acquisizione di atti con cui hanno proceduto a prelevare diverso materiale informatico e altra relativa documentazione che riguarda il presunto inquinamento. Sono stati acquisiti hard disk relativi alla registrazione dell’attività svolta negli impianti e altra documentazione. Non è chiaro se si tratta di una nuova indagine ancora da svelare, oppure di una continuazione per i riferimenti investigativi portati a termini, o ancora da completare sul piano giudiziario.

Si tratterebbe dell’indagine giudiziaria che, per logica deduzione, sarebbe un troncone di quella madre denominata “No fly”. Una sorta di continuazione di quell’indagine che abbraccia un campo più esteso sull’inquinamento ambientale, della depurazione e di altre attività di competenza del depuratore consortile di Priolo.

In questo ipotetico secondo filone d’indagine, si potrebbe allungare la lista delle persone, fra dirigenti e tecnici, iscritte al registro degli indagati per un’inchiesta, che sarebbe scattata nel 2019, e che era già nella sua fase evolutiva con gli approfondimenti disposti dalla magistratura.

“Sin dal primo momento abbiamo dato la massima collaborazione agli investigatori – spiega in quell’occasione la presidente dell’Ias, Patrizia Brundo – nell’acquisizione della documentazione e dei supporti informatici che avevano richiesto. Così come riponiamo il massimo della fiducia nell’attività investigativa dell’autorità giudiziaria”.

Inchiesta che potrebbe essere su un binario parallelo, rispetto a “No fly”, per la quale la Procura ha già notificato l’avviso di conclusione indagini; fascicolo d’inchiesta aperta a suo tempo dell’ex procuratore della Repubblica di Siracusa, Giordano. Il procuratore aggiunto Fabio Scavone e i pubblici ministeri Tommaso Pagano e Salvatore Grillo, hanno chiuso il cerchio delle indagini sull’emissione delle sostanze odorigene nell’atmosfera, ritenendo confermata l’ipotesi che le imprese abbiano dichiarato a suo tempo di adattare gli impianti alle prestazioni attendibili, in base alle migliori tecniche disponibili e di attuare le misure necessarie per contenere le emissioni, provocando lo sversamento nell’aria di quantitativi di sostanze inquinanti connotate da odore molesto. Per logica deduzione, poiché è specificato il periodo di riferimento della Procura per gli anni “2016/2020”, potrebbe essere un altro filone ancora da chiudere, per eventuali ulteriori condizioni dello schema investigativo portato avanti dalla guardia di finanza, dal Nictas e dall’Arpa con le tante “visite di controllo” negli stabilimenti sotto accusa nel petrolchimico.

L’ordinanza, accogliendo l’impostazione avanzata dalla Procura, a seguito di ponderato esame, ha riconosciuto la totale inadeguatezza dell’impianto sequestrato, allo smaltimento dei reflui industriali immessi dalle società coinvolte, tanto da stabilire che il depuratore (Ias) potrà continuare ad operare solo con riferimento ai reflui domestici (dei comuni di Priolo e Melilli), senza poter consentire l’immissione dei reflui provenienti dalle grandi aziende del polo petrolchimico siracusano.

Il provvedimento del Gip del tribunale di Siracusa, su richiesta della Procura, “dalla cui esecuzione potranno derivare comprensibili ripercussioni sul delicato sistema economico-sociale della realtà produttiva della provincia di Siracusa, si è reso indispensabile per impedire che il depuratore continuasse ad operare sulla base degli attuali titoli autorizzatori, che sono stati ritenuti non conformi alla legge, non più efficaci da oltre un decennio e comunque, solo parzialmente rispettati”.

L’amministrazione e la gestione dell’impianto di depurazione è stata affidata ad un amministratore giudiziario di comprovata esperienza – nominato dal Gip, del tribunale di Siracusa – che, dopo le valutazioni delle prospettive di continuità aziendale, si avvarrà di un’equipe di tecnici professionisti.

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