Nella bella cornice del centro storico di Cammarata, in seno al fitto programma di eventi della “Settimana della Cultura”, il 28 luglio è stato presentato il libro di Marco Bova, “Matteo Messina Denaro, latitante di Stato”.

Il libro è una cruda analisi – ben documentata – degli errori, connivenze e intrecci affaristici che hanno permesso la lunga latitanza di Matteo Messina Denaro.

La scandalosa storia di depistaggi, sovrapposizioni d’indagini e la caccia ai “cacciatori” del latitante per non arrivare alla cattura del boss.

Nel corso della serata, il sindaco di Cammarata, Giuseppe Mangiapane, ha voluto esprimere apprezzamento all’autore del libro e agli intervenuti che hanno dato luogo ad un dibattito che ha aperto a tantissimi interrogativi sull’effettiva volontà dello Stato di catturare l’ultimo boss stragista ancora in libertà.

Assieme all’autore sono intervenuti l’ex finanziere Carlo Pulici (tra i protagonisti del libro), gli avvocati Baldassare Lauria e Giovanna Angelo, e Nicola Morra, presidente della commissione parlamentare antimafia, che senza mezzi termini ha fatto riferimento a precise responsabilità di uno Stato non meno latitante del boss di Castelvetrano.

Pulici ha raccontato di come stesse collaborando alle indagini sulla latitanza di Matteo Messina Denaro, condotte dall’allora pm Teresa Principato, fin quando nel 2015 venne allontanato dal suo ufficio dalla procura di Palermo guidata da Franco Lo Voi, scoprendo successivamente che mani ignote avevano portato via dall’ufficio della Principato il suo computer ed i supporti informatici contenenti file d’indagine sulla latitanza del boss.

Una vicenda – come narra nella sua recensione Enrico Bellavia, caporedattore centrale del settimanale “L’Espresso” – che ha coinvolto la stessa Principato e l’allora procuratore di Trapani Marcello Viola (oggi procuratore di Milano),  triturati con accuse infondate, così come quelle a Pulici, assolto più volte in processi durati sette anni.

Magistrati e investigatori – scrive Bellavia –impietosamente triturati in un gioco al massacro che sembra più colpire chiunque dia la caccia al latitante che non quanti ne hanno favorito la latitanza.

Un racconto inquietante che apre a tantissimi interrogativi non soltanto sulle vicende che hanno personalmente travolto il finanziere, e con lui i due magistrati, ma anche su come così vennero ostacolate le indagini sulla massoneria trapanese e le protezioni eccellenti di cui gode Matteo Messina Denaro”.

Nel libro Bova racconta pure del carteggio epistolare intrattenuto tra Alessio, alias Matteo Messina Denaro e Svetonio, lo pseudonimo affibbiato dal latitante all’ex sindaco della sua città, Castelvetrano, il professore Antonino Vaccarino – recentemente deceduto – del quale ha raccolto l’ultima testimonianza nel corso di un’intervista dallo stesso rilasciata all’autore.

Della figura di Vaccarino, infiltrato dai servizi con l’obiettivo della cattura di Matteo Messina Denaro, hanno parlato gli avvocati difensori dell’ex sindaco, Baldassare Lauria e Giovanna Angelo.

Il generale Mori, all’epoca a capo del Sisde, nel corso dell’ultimo processo a carico di Vaccarino, aveva ricordato di come l’operazione venne inspiegabilmente bruciata da una fuga di notizie date alla stampa, a seguito dell’arresto di Bernardo Provenzano,  quando vennero rinvenuti i “pizzini” tra Matteo Messina Denaro e l’allora capo di “Cosa nostra”, nei quali si faceva riferimento a Vaccarino.

Il Sisde si vide dunque costretto a dichiarare il nome di Antonio Vaccarino nella veste di infiltrato dei servizi (stando alle testimonianze rese in aula aveva anche contribuito alla cattura di Provenzano) comunicandone a Pietro Grasso, all’epoca  procuratore nazionale antimafia.

Lo stesso ex sindaco di Castelvetrano, in più circostanze aveva dichiarato di aver personalmente informato Grasso, il quale a Bova ha sempre detto di non aver ricevuto alcuna lettera da Vaccarino.

È stato il moderatore del dibattito, Gian J. Morici, a ricordare come gli avvocati di Vaccarino avessero invece rinvenuto – tra i pochi carteggi dello stesso che non erano stati sequestrati nel corso dell’ultima perquisizione subita – la ricevuta della raccomandata spedita  all’allora procuratore nazionale antimafia.

A concludere la serata è stato il presidente della commissione parlamentare antimafia Nicola Morra, critico sul ruolo assunto da investigatori e uomini dei servizi segreti, il quale non ha fatto sconti neppure ai tanti magistrati che a vario titolo hanno avuto anche loro un ruolo in queste vicende.

Morra – oltre ad alcune considerazioni di carattere politico –  nel corso del suo intervento ha stigmatizzato l’operato di diversi magistrati ed ex tali, soffermandosi sui “problemi di memoria” che sembrano aver colpito molti di loro.

Quella che è emersa dal dibattito, è la ricostruzione plastica del “covo di vipere” – così come l’aveva definito Paolo Borsellino – della procura di Palermo diretta da Pietro Giammanco, il procuratore capo di cui Paolo Borsellino non si fidava, ma che godeva della vicinanza di suoi fedelissimi supporter tra i magistrati di Palermo.

Io sono convinto che Matteo Messina Denaro, sempre che sia ancora in vita, sia effettivamente un latitante di Stato, perché lo Stato non l’ha voluto trovare!” – ha concluso Nicola Morra, presidente della commissione parlamentare antimafia.

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