Di Nicola Morra.

“Paolo Borsellino stava indagando riservatamente su una pista investigativa embrionale ma delicata. La pista era relativa a rapporti tra un politico importante e un mafioso. Ci teneva tanto che raccomandò ai tre colleghi con cui si confidò di non parlarne con nessuno per evitare che la cosa finisse alle orecchie del suo procuratore capo, Pietro Giammanco, di cui non si fidava. Oggi nessuno dei tre magistrati consultati dal Fatto sul punto (chi era il politico? chi era il mafioso?) è riuscito a ricordare granché. Comprensibilmente visto che sono trascorsi 30 anni.”: così ieri Marco Lillo e Valeria Pacelli sul Fatto Quotidiano a pag. 15, come si evince dalla foto qui sotto.

I 3 magistrati di cui si parla sono Roberto Scarpinato, Antonio Ingroia e Vittorio Teresi.

Colleghi, ma, si presume, anche amici di Paolo Borsellino, se è vero che in qualche modo lo stesso Borsellino decise di confidare loro verità che evitò potessero arrivare ad altri, temendo un uso strumentale o insabbiatorio delle stesse.

Bene, da buoni amici, non solo oggi dichiarano di “non ricordare”, ma in questi trent’anni mi domando se e cosa abbiano fatto in merito a quanto saputo dallo stesso magistrato palermitano per capire cosa sia successo a via D’Amelio e se avesse correlazione con questa pista che metteva in correlazione un politico importante e un mafioso.

Ancor più mi viene da esprimere solidarietà e vicinanza ai figli di Borsellino, Lucia, Manfredi e Fiammetta, che tanto hanno sofferto anche e soprattutto dopo il 19 luglio 1992 per il comportamento di tanti presunti uomini dello Stato, anche colleghi del papà.

P.s.: non so a voi, ma a me fa anche sorridere ciò che scrivono Lillo e Pacelli, sostenendo che sia comprensibile aver dimenticato dopo 30 anni….e mi taccio.

I finti miti dell’antimafia…

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