L’inedita testimonianza della figlia del mafioso, poi confidente e aspirante collaboratore di Giustizia, Luigi Ilardo: “Mio padre vittima di una fuga di notizie”.

Il pentito di Caltanissetta, Luigi Ilardo, è stato ucciso a Catania il 10 maggio del 1996. Un tempo è stato fedele al boss Giuseppe Madonia, suo cugino, e poi al colonnello dei Carabinieri Michele Riccio. A Riccio rivelò che il 31 ottobre 1995, a Mezzojuso, in un casolare, Bernardo Provenzano avrebbe presieduto un vertice mafioso. Il colonnello Riccio informò i suoi superiori. All’epoca Mario Mori è comandante dei Carabinieri del Ros (Reparto Operativo speciale), e Mauro Obinu è a capo del primo reparto del Ros. L’operazione sarebbe fallita a causa della mancanza dei mezzi tecnici necessari. E così Provenzano è stato ancora latitante, per altri 11 anni. Riccio ha raccontato: “La stessa sera del 31 ottobre ho incontrato Luigi Ilardo, che mi confermò la presenza di Provenzano alla riunione”. Nel libro di Anna Vinci appena pubblicato: “Luigi Ilardo – Omicidio di Stato”, una parte è riservata all’intervento di una delle figlie di Luigi Ilardo, Luana. E si legge: “Mi chiamo Luana Ilardo, sono figlia di Luigi Ilardo, nato nel 1951, cugino del più noto Giuseppe “Piddu” Madonia, nipote di Francesco, capomafia di Vallelunga Pratameno, poi ucciso nel 1978. Quello stesso anno mio padre Luigi fu ‘combinato’ e divenne ‘uomo d’onore’. Dopo poco tempo da quel giuramento, fu spiccato contro di lui un mandato di cattura, motivo per cui mio padre si diede latitante. Io nacqui nell’aprile del 1980. Fino ai miei tre anni, mio padre fu un uomo in fuga. Quando fu arrestato era il 1983 e rimase in carcere, salvo alcuni periodi di permessi speciali, per 11 anni, la maggior parte scontati in regime di 41 bis. Saldato il suo debito con la giustizia, uscito dalla galera nel gennaio del 1994, decise di prendere le distanze da un sistema ai suoi occhi profondamente cambiato rispetto agli anni in cui era entrato a farne parte. Per la mafia mio padre è il “traditore” e per lo Stato non è un collaboratore di giustizia, ma un informatore che ha rilasciato per anni ‘dichiarazioni spontanee’ nell’ambito di quello che le forze dell’ordine definiscono ‘un rapporto confidenziale’. Io voglio raccontare a mia figlia la storia del nonno per quella che è stata: nel male e nel bene.
Dopo undici anni di dura detenzione e rari permessi, mio padre decise di cominciare un percorso di collaborazione, e di ‘redenzione’, come nessuno mai aveva ancora fatto, prima quale ‘informatore’ e infine comunicando alle autorità preposte di volersi dissociare ufficialmente da Cosa nostra. Dopo due anni di questo rocambolesco cammino, che lo stava per condurre a divenire ufficialmente collaboratore di giustizia, mio padre fu ucciso con nove colpi di arma da fuoco sotto il balcone della nostra abitazione a Catania, in via Quintino Sella. Gli spari, provenienti dalla strada, echeggiano ancora nelle nostre orecchie. La prima a scendere fu Cetty, la sua seconda moglie, seguita a ruota da noi ragazze. Fui la prima a vederlo in una pozza di sangue, fui la prima a comprendere che da quella strada non si sarebbe rialzato. Fui anche la prima a cui quella morte in diretta cambiò per sempre la vita, ma sarò l’ultima a dimenticarlo e questa testimonianza vuole esserne la conferma. Da lì a qualche giorno, saremmo dovuti entrare ufficialmente nel programma di protezione, era già tutto predisposto. Venerdì 10 maggio 1996, alle 20.45, mio padre morì. Lunedì 13 maggio, all’alba, lo ‘Stato buono’ avrebbe dovuto prelevarci dalle nostre vite per nasconderci chissà dove. Una fuga di notizie dalla Procura di Caltanissetta, come attestano le indagini giudiziarie, fece decidere un’improvvisa accelerazione del suo omicidio”.

teleacras angelo ruoppolo

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