Due parcelle, dell’importo complessivo di circa 18.000 euro, finite nelle tasche dell’ingegnere Lorenzo Caramma, marito dell’ex giudice Silvana Saguto, a sua volta nominato “coadiutore” dell’ex potentissimo amministratore giudiziario Gaetano Cappellano Seminara in un procedimento di prevenzione concluso con la confisca (assai parziale rispetto all’ipotesi iniziale) dei beni dell’imprenditore di Racalmuto, Diego Agrò.

Sia Agrò che il suo legale, l’avvocato Salvatore Pennica, hanno chiesto ai giudici del tribunale di Agrigento che hanno curato il procedimento di non approvare il rendiconto di gestione: si tratta di un patrimonio di aziende, immobili e conti in Italia e all’estero a cui erano stati messi i sigilli nell’ambito di un’indagine su un giro di usura, ritenuto legato alla mafia, che avrebbe coinvolto l’imprenditore Diego Agrò e il fratello Ignazio in un primo momento accusati (prima dell’assoluzione definitiva) di avere commissionato ai boss l’omicidio di una vittima del giro di strozzinaggio ovvero il commerciante di Milena, Mariano Mancuso, che li aveva denunciati.

Nell’ambito di quel procedimento Cappellano Seminara avrebbe fatto confluire due parcelle sospette a Caramma di cui adesso Agrò e il suo legale chiedono chiarezza anche attraverso una serie di esposti.

La vicenda, peraltro, è stata oggetto del processo al “cerchio magico” della Saguto, ovvero a tutti i professionisti e uomini delle istituzioni che avrebbero lucrato gestendo in modo delinquenziale e corruttivo le amministrazioni giudiziarie, in cui sono stati condannati sia l’ex presidente della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo che il marito e Cappellano Seminara.

Il collegio di giudici presieduto da Wilma Angela Mazzara, quindi, ha disposto accertamenti relativi al procedimento da poco definito in Corte di appello a Caltanissetta per valutare se le somme finite nei conti del marito della Saguto sono legittime.

Fonte agrigentonotizie

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