Dalle motivazioni della sentenza sulla “trattativa” emerge la volontà dei Carabinieri del Ros di tutelare la sicurezza nazionale contro altre stragi. E ciò alleandosi anche con Provenzano.

I giudici della Corte d’Assise d’Appello di Palermo, presieduta da Angelo Pellino, a latere Vittorio Anania, e sei componenti della Giuria popolare, il 23 settembre del 2021 hanno emesso la sentenza di secondo grado nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta trattativa tra Stato e mafia all’epoca delle stragi del ’92 e del ’93, su sei imputati del reato di minaccia e violenza a Corpo politico dello Stato, articolo 338 del Codice penale, ossia gli ex ufficiali del Ros dei Carabinieri, Mario Mori, Antonio Subranni e Giuseppe De Donno, l’ex senatore Marcello Dell’Utri, e i boss Leoluca Bagarella e Antonino Cinà. Tutti assolti tranne Bagarella con pena ridotta da 28 a 27 anni, e condanna confermata a 12 anni per Antonino Cinà. Ebbene adesso sono state depositate le motivazioni della sentenza. Perché le assoluzioni dei Carabinieri Mori, Subranni e De Donno? Perché la loro iniziativa di avviare un dialogo con la mafia è stata improvvida, ovvero imprevidente, imprudente, sconsiderata, ma fu avviata per interesse nazionale e per tutelare l’incolumità pubblica, quindi un “canale di comunicazione” per evitare altre stragi. La trattativa dunque è provata ma è stata giustificata da un interesse generale e fondamentale dello Stato. Ed ecco perché Mori, Subranni e De Donno sono stati assolti con la formula “perché il fatto non costituisce reato”, ovvero il fatto, che è la trattativa, esiste, ma non costituisce reato perché è stata coperta da un interesse pubblico. Marcello Dell’Utri invece è stato assolto con la formula “per non avere commesso il fatto”, ovvero il fatto, che è la trattativa, esiste, ma Dell’Utri non lo ha commesso, perché manca la prova certa del cosiddetto “ultimo miglio”, ossia che lui abbia comunicato la minaccia mafiosa all’allora presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Mori, Subranni e De Donno avviarono un dialogo con Vito Ciancimino affinchè lui sondasse la disponibilità di Cosa Nostra ad una intesa per cessare le stragi. I Carabinieri tentarono così di guadagnarsi la fiducia di Ciancimino, conducendolo gradualmente dalla propria parte, cosicché fosse stato possibile alleviare la sua posizione processuale. I Carabinieri del Ros, avviando il dialogo, intesero insinuarsi nella spaccatura già esistente all’interno di Cosa Nostra tra gli stragisti di Riina e i moderati di Provenzano. E ciò per catturare i boss più pericolosi, quindi gli stragisti, e favorire indirettamente i moderati di Provenzano, sostenitore non della strategia stragista ma della strategia della sommersione, dell’inabissamento di Cosa Nostra, e non della guerra allo Stato. Ed ecco perché la trattativa dei Carabinieri fu anche trattativa di polizia e non solo politica. Vito Ciancimino sarebbe stato interlocutore della corrente moderata che, dopo l’esito disastroso del maxi processo e dopo la strage di Capaci, sarebbe stata disponibile e interessata a liberarsi di Riina, per liberamente dedicarsi ai propri affari piuttosto che guerreggiare contro lo Stato. Dunque la minaccia mafiosa non fu usata come strumento di pressione sul governo per condizionarne le scelte a favore della mafia altrimenti vi sarebbero state altre stragi. E dunque: Totò Riina fu catturato dai Carabinieri, e il suo covo in via Bernini non fu perquisito dai Carabinieri per tutelare eventuali interessi dei moderati di Provenzano con cui fu avviato il dialogo. Attenzione: non vi fu un accordo diretto tra i Carabinieri e Provenzano a non perquisire il covo di Riina, altrimenti sarebbe stato reato di favoreggiamento. La mancata perquisizione fu invece una scelta dei Carabinieri per manifestare a Provenzano la loro buona volontà a proseguire il dialogo. Peraltro, i Carabinieri del Ros non sono stati a conoscenza se davvero nel covo di Riina vi fossero tracce utili alle indagini o documenti compromettenti. Ed ecco perché successivamente è mancata la volontà di catturare Provenzano: perché la sua cattura avrebbe potuto nuovamente alimentare il focolaio delle stragi spento dall’arresto di Riina. Mori e Subranni avrebbero avuto interesse a preservare la libertà di Provenzano perché il suo governo moderato di Cosa Nostra, meglio di ogni altro ipotetico e improbabile patto, avrebbe garantito la sicurezza dello Stato contro altre stragi. Quindi, Provenzano libero per una “ragion di Stato”. Quindi per un interesse superiore si è stati alleati dal proprio nemico, Provenzano, per contrastare un nemico ancora più pericoloso, Riina.

Teleacras angelo Ruoppolo

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