La domanda nasce da quanto riportato nell’articolo di oggi sul Riformista, a firma di Aldo Torchiaro, dal titolo “PERCHÉ L’AMICO DEI SIINO PAGÒ COSÌ TANTO CASA SCARPINATO?”

Una vicenda che già nel ‘99, fu oggetto di un’interrogazione da parte dell’ex ministro della giustizia Filippo Mancuso, che “sollevò il caso del magistrato antimafia siciliano, che vendette il suo immobile a un suo ex indagato per mafia, Salvatore Fauci”.

Stando all’interrogazione presentata in illo tempore – mai smentita nel merito, relativamente all’incongruenza tra valore e vendita, dall’allora guardasigilli Oliviero Diliberto – nel mirino degli investigatori c’era la vendita, fatta il 30 agosto del 1996, di un immobile a Sciacca e del quale Scarpinato Roberto era comproprietario con la sorella Lidia Maria Giulia e altri parenti.

Una casa che stando all’interrogazione, così come riportato nell’articolo, avrebbe avuto il valore di 300 milioni di lire, che venne invece “venduta per 690 milioni alla società Cesa – riporta il Riformista – di cui era socia accomandataria gerente la signora Rosaria Di Grado, moglie di Salvatore Fauci, uno dei maggiori imprenditori siciliani specializzato nella produzione di laterizi, che nel 1992, fu indagato dalla procura della Repubblica di Palermo assieme a decine di altri imprenditori in seguito al dossier De Donno sui rapporti tra mafia, politica e appalti.  Attenzione: parliamo di Mafia e Appalti, l’inchiesta proibita costata qualche carriera e forse più d’una vita”.

Un articolo che ha suscitato la reazione di Scarpinato, candidato al Senato per il M5S, il quale querela il direttore de Il Riformista Piero Sansonetti.

Comunico di avere dato incarico ai miei legali – si legge in una nota – di procedere in sede penale nei confronti di Piero Sansonetti, direttore del giornale Il Riformista, già peraltro da me in precedenza querelato e attualmente sottoposto a più processi penali presso diverse Autorità Giudiziarie per altri articoli diffamatori nei miei confronti, per avere pubblicato in data odierna articoli gravemente diffamatori nei miei confronti, insinuando il sospetto di interessi illeciti nella vendita nel lontano 1996 di un immobile ereditato da mia madre sito in Sciacca di cui ero comproprietario solo per 1/6, che fu effettuata tramite una agenzia immobiliare di quella città al prezzo corrente di mercato“.

La vicenda della vendita fu oggetto nel 1999 di una strumentale interrogazione parlamentare di un esponente politico di Forza Italia nel periodo in cui alla Procura di Palermo conducevamo indagini sui rapporti tra alcuni soggetti di vertice di Forza Italia e Cosa Nostra. A seguito della produzione da parte mia di tutta la documentazione concernente la vendita, il Ministro della Giustizia escluse in radice qualsiasi sospetto di irregolarità. A distanza di ben 23 anni da quella vicenda– prosegue Scarpinato – e a pochi giorni dalle elezioni del 25 settembre nelle quali sono candidato al Senato per il Movimento Cinque Stelle, è evidente che taluni personaggi ed ambienti non hanno altri strumenti che le calunnie e la diffamazione per cercare di influenzare le votazioni. Il ricorso a tali squalificanti metodi, volti a tentare di appannare la mia immagine e credibilità di fronte ai cittadini elettori, è un ulteriore indice del processo di degradazione della vita politica che proprio in questi giorni ho più volte denunciato nei miei interventi pubblici“.

Per correttezza e completezza dell’informazione, riportiamo il resoconto stenografico dell’Assemblea:

PRESIDENTE. Passiamo all’interrogazione Mancuso n. 3-04730 (vedi l’allegato A – Interrogazioni a risposta immediata sezione 8).

L’onorevole Mancuso ha facoltà di illustrarla.

FILIPPO MANCUSO. Signor Presidente, sono ansioso quanto il signor ministro di avere una risposta che possa smentire il caso che ho ipotizzato, ossia che un magistrato della procura della Repubblica di Palermo, Scarpinato, abbia venduto ad un proprio indagato un immobile di proprietà sua e di altri familiari ad un prezzo esorbitante; in realtà, anche se il prezzo fosse stato nummo uno, la cessione avrebbe ugualmente rappresentato uno scandalo. Spero che la sua risposta possa dissipare quanto nel mio animo di cittadino, di parlamentare e di ex magistrato si è insinuato a turbarlo attraverso questa notizia, cioè che la gloriosa procura della Repubblica di Palermo abbia fra i suoi paladini un magistrato capace di tanto.

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Mancuso.

Il ministro della giustizia ha facoltà di rispondere.

OLIVIERO DILIBERTO, Ministro della giustizia. Signor Presidente, onorevole Mancuso, dalla documentazione acquisita dal procuratore generale, dal procuratore della Repubblica di Palermo, nonché dal procuratore della Repubblica di Caltanissetta, emerge in primo luogo che il dottor Scarpinato era nudo comproprietario per un sesto indiviso di un immobile a Sciacca pervenutogli in eredità dalla madre nel 1992. La decisione di vendere l’immobile fu assunta nel 1996 ad iniziativa degli altri comproprietari che sino ad allora ne avevano avuto effettiva disponibilità. Alla vendita per 690 milioni si provvide tramite una delle agenzie originariamente incaricate. Il dottor Scarpinato non partecipò alle trattative, ma alla stipula dell’atto, ovviamente, avvenuta nell’agosto 1996. Ad acquistare l’immobile fu la società Cesa di Di Grado Rosaria, moglie di Salvatore Fauci, già indagato in un procedimento instaurato a seguito di una informativa dei carabinieri del 1991 e alla trattazione del quale il dottor Scarpinato era stato designato nel maggio del 1992 con altri sette componenti del cosiddetto pool antimafia. Per il Fauci, come per altri venti dei complessivi ventisette indagati, fu chiesta l’archiviazione il 13 luglio 1992 con provvedimento a firma del procuratore Giammanco, del dottor Lo Forte e dello stesso Scarpinato. La richiesta fu accolta dal GIP il successivo 14 agosto.

Dagli atti trasmessi non risulta in alcun modo che il dottor Scarpinato sapesse che la signora Di Grado era moglie di quel Salvatore Fauci da lui indagato ben quattro anni prima dell’atto di vendita e nell’ambito di un procedimento estremamente complesso trattato insieme ad altri colleghi.

Dalla lettura degli atti, peraltro, non risulta che l’informativa dei carabinieri facesse riferimento ai congiunti o alla moglie del Fauci o che tale riferimento potesse essere dedotto dalle schede predisposte dagli stessi carabinieri.

Le affermazioni riportate dalle agenzie di stampa cui lei fa riferimento, sul rapporto tra l’indagine del 1991-1992 e la vendita dell’immobile del 1996, sono perciò prive di riscontro così come errate, in questo caso, sono le indicazioni della stessa agenzia relative alle presunte implicazioni di Salvatore Fauci nei procedimenti «Avana 1 e 2». Di questi procedimenti, in primo luogo, non si occupò il dottor Scarpinato, ma sua moglie, la dottoressa Principato, ma quel che più importa, il Fauci Salvatore, marito della Di Grado, non fu in esso mai coinvolto perché nel corso del procedimento stesso furono, infatti, disposte intercettazioni telefoniche ambientali che riguardarono persone rispondenti al cognome Fauci, ma Fauci Leonardo, Lorenzo e Antonino, nessuna delle quali era imparentata con il Salvatore Fauci suddetto. Dunque, nessun addebito di carattere deontologico e funzionale sembra poter essere rivolto al dottor Scarpinato. Peraltro ho provveduto a richiedere informazioni, come dicevo, anche alla procura di Caltanissetta. Questa ha riferito che non esistono indagini aventi ad oggetto il tema dell’interrogazione né alcun organo di polizia ha trasmesso comunicazione di notizia di reato attinente.

Il procuratore di Caltanissetta ha, anzi, precisato che dall’esame del testo dell’interrogazione e dallo stesso articolo di stampa non è dato individuare la precisa notizia di reato. Ha infine ricordato che non gli risulta che il collaboratore di giustizia Angelo Siino, approfonditamente interrogato negli anni scorsi, abbia mai (cito testualmente dalla risposta del procuratore di Caltanissetta) rilevato circostanze di fatto direttamente o indirettamente riconducibili al tema oggetto dell’interrogazione parlamentare.

Colgo l’occasione, onorevole Mancuso, per scusarmi per non aver potuto rispondere la settimana scorsa per una indisposizione sanitaria.

PRESIDENTE. Grazie, onorevole ministro. L’onorevole Mancuso ha facoltà di replicare.

FILIPPO MANCUSO. Signor ministro, bentornato nel mondo dei sani, ma non nel mondo della verità. Non avevamo affatto parlato, nell’interrogazione, di intercettazioni o di indagini che non riguardassero i fratelli Fauci, uno dei quali è il marito della signora che ha stipulato l’atto con la famiglia Scarpinato. Sgombriamo, dunque, da questi fumogeni fastidiosi il caso nudo e crudo.

Il caso nudo e crudo è questo: che il dottor Scarpinato ha venduto alla società che era rappresentata dalla signora Di Grado, moglie del Fauci, un immobile della propria famiglia. Lo ha venduto per la somma esorbitante di quasi 700 milioni, quando ne valeva 300. Un immobile in Sciacca che oggi è assolutamente abbandonato e da nessuno frequentato. E il signor Fauci era ben noto – lui – allo Scarpinato, perché quest’ultimo, nel 1992, ne aveva chiesto il proscioglimento con il provvedimento che qui vi mostro. Soprattutto, nel 1996, anno della compravendita, con questa relazione che vi sto facendo vedere, egli, il dottor Scarpinato, aveva dato atto – mentre gli vendeva l’immobile a caro prezzo – che il Fauci, il suo compratore o comunque il marito della sua acquirente era un mafioso indagato!

Quella che vi sto mostrando è la relazione della procura della Repubblica di Palermo, firmata anche da Scarpinato, che documenta, anzi, come dire, confessa (data la situazione) che il compratore o il marito della compratrice del pubblico ministero Scarpinato era un mafioso legato ai Siino, braccio destro del famoso Siino!

Mentre sussisteva tutto questo, il dottor Scarpinato si elevava agli onori degli altari dell’antimafia, con un piglio che è ancora più grave dal punto di vista antropologico che da quello morale: un’indegnità comunque, in ogni caso

Valledeitempli

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