OLTRE IL VELO
di Agostino Spataro
(Foto da FB: Mahsa Amini by Vasco Gargalo)

In Iran sono in corso grandi manifestazioni di donne che, giustamente, reclamano la libertà di non andare velate. Il velo, il ciador e altre forme di copertura sono imposte certo dalla tradizione, ma anche dalle autorità di regime. Non solo in Iran, ma anche e in altri Paesi islamici: Arabia saudita, Yemen, Afghanistan, ecc. ecc. La clamorosa protesta conferma una verità ineludibile: che non sono le donne a richiedere tale, opprimente abbigliamento. Soprattutto le ragazze rifiutano e sempre più lottano per liberarsi dei veli superflui. Anche a costo di pagare con la vita- come di recente ha pagato Hadith Najafi- il loro atto d’insubordinazione. A questo proposito desidero ricordare due episodi nei quali furono protagoniste le donne iraniane.

1° episodio… Roma. 29 febbraio 1996- Aeroporto di Fiumicino

Sono all’aeroporto di Fiumicino in attesa del mio volo per Budapest. All’uscita C-11 c’è un nutrito gruppo di persone in attesa d’imbarcarsi sul volo per Teheran. In gran parte, sono coppie sedute ai tavoli del bar. Sorseggiano bibite e anche bicchieri di alcoolici. Anche le donne sono ammesse alla bicchierata. A Roma hanno fatto spese: indossano abiti anche di lusso di evidente stile italiano. Le donne sono belle. Talune bellissime e certo non sfigurano nel confronto con altre circolanti per il corridoio. Di una bellezza distinta, raffinata, statuaria che ben si armonizza con la flessuosa eleganza del corpo e dei vestiti. Volti e corpi che evocano la favola, dolcissima, di quella principessa persiana che di notte, al chiaro di luna, scendeva in giardino per ballare, seminuda, la danza dei sette veli per implorare l’amore del giovane marito defunto. Da questa favola nacque la celebre danza dei veli, detta volgarmente “del ventre”, che ancora oggi impazza nei locali pubblici e nelle corti private del mondo arabo. Mostrano un portamento spigliato e sembrano trovarsi a loro agio in quell’ambiente. Davanti ai miei occhi si apre uno scenario inusitato per gli islamici e, soprattutto, per le loro donne. Una gradita sorpresa, ma di breve durata. Infatti, dopo qualche minuto, nelle donne iraniane avviene come una sorta di mutazione esteriore causata dall’apparizione in sala di una donna velata e armata di una minacciosa ricetrasmittente. Era l’impiegata dell’Air Iran che andò a piazzarsi al banco dell’imbarco e prese a dare direttive a destra e a manca. Più che un’addetta all’imbarco pareva una guardiana del senso comune islamista. Finalmente, fu annunciata la partenza del volo per Teheran. L’annuncio si diffuse per la vasta sala e ricadde sopra le teste delle passeggere le quali tirarono fuori dai borsoni veli, cappotti scuri che indossarono precipitosamente. Spensero le sigarette e allontanarono i bicchieri vuoti di whisky. Oltre il metal detector per loro si apriva l’ingresso di un lungo tunnel che conduceva fino a Teheran e chissà verso quali altre destinazioni. Quella mutazione era la prova che il velo e altri indumenti di copertura del corpo non sono una libera scelta, ma un’imposizione del regime degli ayatollah. Quelle donne, coperte e impacchettate, erano divenute irriconoscibili, pronte, e rassegnate, a far rientro in patria. Sotto quei veli scuri scomparvero la loro bellezza ed eleganza, la voglia di vivere. Così le vidi avviare verso l’imbarco sotto lo sguardo dell’impiegata italiana che controllava i biglietti e di quello dell’iraniana che scrutava l’abbigliamento. Tutto andò bene poiché le passeggere erano perfettamente abbigliate, secondo certe norme coraniche rivalutate dagli ayatollah. Nella fila c’era una giovane madre con un bambino piangente attaccato al petto. La donna cercò di placarlo con parole suadenti, con carezze amorevoli. Ma niente. Il bambino piangeva più forte. Un pianto disperato, inconfortevole. Ad un tratto la madre sbottonò il cappotto, sollevò il pullover ed estrasse una mammella soda, gonfia di latte e l’offrì al bimbetto che presto si placò. Il tutto si svolse con una naturalezza disarmante. Per nutrire il figlio non ci sono divieti. La scena fu seguita da molti senza suscitare particolari reazioni. A ben pensarci, quella donna velata che allatta il suo bambino in pubblico e nel modo più naturale possibile, mi parve divenire protagonista di una contraddizione insanabile: costretta a nascondere il volto e il corpo secondo il dettame vigente aveva avuto il coraggio di mostrare a tutti la sua intimità, per nutrire il figlio. Tutto ciò avvenne senza creare scandalo alcuno. Nemmeno nella severa guardiana del comune senso del pudore islamista.

2° episodio- Bengasi- 1979- X° anniversario della rivoluzione libica

Assistetti a una scena simile a Bengasi (Libia), dove mi recai (anni ’70) per assistere, con altre delegazioni straniere, alle celebrazioni della “rivoluzione di Fatah” guidata del colonnello Gheddafi. L’Iran degli ayatollah inviò un numeroso (e rumoroso) corpo misto (uomini e donne) formato di studenti e di guardiani della rivoluzione, armati di tutto punto e abbigliati in maniera tradizionale, secondo le norme religiose riaffermate dal nuovo regime. Le delegazioni erano alloggiate nel campus dell’università di Bengasi, dove era possibile socializzare con altri delegati. Più difficili i rapporti con gli iraniani che si tenevano in disparte e anche perché solevano, anche a pranzo, girare con i loro kalashnikov d’ordinanza che incutevano una certa preoccupazione.

Perciò restai assai sorpreso nel vedere le ragazze iraniane, rientrate nel campus, liberarsi dei loro veli, delle loro tuniche nere per mettersi a loro agio in blue gens e maglietta di lino. Finalmente, erano libere di mostrarsi, come tutte in quell’ambiente. Scoprimmo così che, sotto quei veli opprimenti, si celavano volti magnifici e sorridenti che confermavano la bellezza delle donne iraniane. Peccato che nemmeno a pranzo erano avvicinabili per via dei loro fucili esposti in bella mostra sui tavoli della mensa comune. (27 settembre 2022)

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