Inediti particolari sulla missione a Roma di Matteo Messina Denaro e compagni di merenda per uccidere Giovanni Falcone e Maurizio Costanzo.

Tra le pagine di uno degli attuali best seller della letteratura di mafia, il libro di Giacomo Di Girolamo intitolato “Matteo va alla guerra”, emergono particolari e aneddoti davvero interessanti e anche grotteschi. Ad esempio, vi è il racconto di alcuni collaboratori della Giustizia del viaggio a Roma con Matteo Messina Denaro per organizzare gli attentati a Giovanni Falcone e a Maurizio Costanzo. Eccolo, in sintesi: “E quindi partimmo per Roma. Matteo, che pensava a tutto, come sempre, ci diede un consiglio, prima di fare le valigie: ‘Abbigliamento adeguato’. Non capimmo il perché. In realtà il nostro Matteo aveva un piano – ha avuto sempre un piano – ed era quello di farci fare la bella vita a Roma. Ecco perché ci voleva eleganti. Perché si andava nei bei locali la sera, e in bei negozi a fare shopping, nelle belle vie a passeggiare e a fare girare la testa alle ragazze. E con noi c’era anche il nostro amico Francesco Geraci, il gioielliere, quello che una volta Matteo aveva aiutato per una vicenda di un’estorsione, e da allora gli era rimasto legato e aveva cominciato anche lui a partecipare agli omicidi, alla guerra, alle gite fuori porta. E ancora prima di partire Geraci ci disse: ‘Picciotti, io ce l’ho un posto dove possiamo andare a comprare roba buona per il viaggio’. E il posto era Alongi, in centro a Palermo. Alta moda, roba fina. Solo lui spese circa 12 milioni di lire, roba da sticchio e quasette di seta. E partimmo dunque per Roma, il 24 febbraio del 1992. Matteo in quei giorni era inquieto. Prima parlava di Maurizio Costanzo e ci diceva che anche lui doveva saltare in aria perché in televisione parlava male dei mafiosi, per Libero Grassi aveva organizzato una puntata speciale manco se giocava il Palermo in Coppa Uefa. Poi invece cercava di capire i movimenti del dottore Falcone, che in quel periodo aveva preso servizio al ministero della Giustizia. Poi ancora era convinto che gli agguati da fare erano tanti. Cominciammo a cercare: Falcone, Martelli, Costanzo. Un po’ in Via Arenula, dove c’è il ministero della Giustizia, un po’ nelle zone di Parioli. Siamo stati in giro per una decina di giorni. E, dobbiamo dire, senza grande successo. Ogni mattina si partiva con l’auto, a turno, si andava in Via Arenula, e ogni sera si giravano le zone di Trastevere per capire dove andasse a mangiare il dottore Falcone, se era al Matriciano, o alla Carbonara, o da Sora Lella, o nel locale preferito di Matteo, il ristorante Dei Gracchi. Eravamo convinti che li avremmo incontrati. Per due o tre sere siamo stati a Parioli, abbiamo anche seguito i movimenti di Costanzo, ci mettevamo all’uscita del teatro dove registrava il suo programma, a un certo punto sembravamo quasi fan che aspettavano l’autografo. Nel teatro non siamo entrati. La verità? Ci annoiava. Cioè, a noi il Costanzo Show come programma neanche piaceva, pensate vederlo dal vivo! Una sera ci siamo andati a teatro, ma mica lì, al Bagaglino, che quello ci divertiva anche in televisione, con Pippo Franco e l’attore che faceva sempre la femmina, e un sacco di pilu. Al Bagaglino, tra l’altro, siccome invitavano spesso i politici, magari avevamo una botta di culo e capitavamo in una puntata in cui invitavano Martelli o qualcun altro che interessava a noi. Poi Matteo disse: se ci dobbiamo mettere la bomba, ci vuole il permesso di Riina. E mandò Sinacori a Palermo, per chiedere la specifica autorizzazione. Riina sorprese tutti: non dovete fare nulla, dice, perché ci sono in ballo cose più grosse. E Sinacori tornò subito a Roma che pareva che manco era partito o che l’aveva fatta a piedi correndo come un turco, tanto era trafelato e pallido, quando bussò alla porta del nostro appartamento per dire: picciotti, dobbiamo andare via, lo zio Totuccio mi ha detto che è tutto sospeso. ‘Dicci a Matteo di tornare indietro’, sono state le sue parole. ‘Dicci ai picciotti di scinnere, me la sbrigo io qua’. Tutto sospeso, ci dice Matteo. Ok. Torniamo giù, in Sicilia, ognuno per i fatti suoi. Scendiamo lenti come i corvi. Ci rivedemmo a Palermo, per aggiornarci. Parlammo poco, ma fu un silenzio vorace. Ognuno sapeva un pezzetto di quello che sarebbe accaduto, lo stretto necessario. Solo Matteo sapeva tutto. E infatti qualche settimana dopo acchiappò a Geraci e gli fece: ‘E’ meglio che per un po’ a Palermo non ci vai’. ‘In che senso, Mattè?’ ‘Nel senso che non devi andare a Palermo’. Ma Geraci lavorava, aveva la gioielleria, andava e veniva da Palermo con i suoi fratelli tutti i giorni perché aveva fornitori in zona, e altre faccende. Stava per arrivare maggio, mese di sposalizi e di regali di matrimonio. E allora Matteo gli disse: ‘Vabbè, fai così, allora, a Palermo ci puoi andare, se proprio devi. Ma non prendere l’autostrada. Esci ad Alcamo, e ti fai tutta la statale, la strada vecchia’. Dopo la strage di Capaci, Matteo poi disse a Geraci: ‘Adesso puoi andare a Palermo’. E gli fece come una specie di sorriso”.

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