Le trappole della monnezza

Del bando sui termovalorizzatori non s’è più saputo nulla, se non che il nuovo presidente della Regione, Renato Schifani, debba valutare la correttezza dell’iter prima di pubblicare la seconda parte dell’Avviso; della legge sui rifiuti, invece, manco a parlarne: bocciata all’articolo 1 nel lontano 2019, la proposta di riforma della governance (teatro di uno squallido teatrino, all’Ars, sulla funzione del ‘voto segreto’ e dei franchi tiratori) non ha più varcato il portone di Sala d’Ercole, rimanendo confinata nella mente di Musumeci. Infine le discariche, di cui si sa praticamente tutto. Dopo la chiusura di Lentini, anche l’impianto di Siculiana (della famiglia Catanzaro) e di Trapani (pubblico) sono al collasso e rischiano di chiudere i battenti, lasciando che i Comuni affoghino della monnezza. E’ questa la triste eredità del governo uscente di centrodestra che – chiacchiere a parte – non è mai riuscito a contrastare l’emergenza rifiuti, ma solo a rinviarla. Mese dopo mese, promessa dopo promessa. Come quella di spedire l’immondizia fuori regione: macché.

L’ultima piaga proviene dalle discariche, ma non saremmo qui a parlarne se i termovalorizzatori fossero già in funzione. Ne dovrebbero sorgere due: uno a Catania, l’altro a Palermo (e non a Gela, come previsto inizialmente). Solo che in attesa di capire a che punto è la burocrazia, il prossimo governatore – non ancora proclamato – farebbe meglio a porsi alcune questioni. Sono quelle sollevate da Giampiero Trizzino, deputato uscente del Movimento 5 Stelle e avvocato ambientalista, che su Facebook ha segnalato alcune delle pesantissime anomalie che vanno in contrasto con la realizzazione degli inceneritori. A partire dalla capacità di questi impianti, di gran lunga superiore al fabbisogno di smaltimento della Sicilia: “Il programma dei termovalorizzatori proposto da Musumeci – segnala Trizzino – non solo non è coerente con il piano regionale dei rifiuti, ma peggio è calcolato su percentuali di raccolta differenziata ferme al 2012. In altre parole, qualora davvero si volessero realizzare, la Sicilia (per non incappare nelle procedure comunitarie sui nuovi livelli di raccolta differenziata) dovrebbe importare rifiuti da mezza Italia, considerato che questi impianti sono calcolati per inghiottire una quantità che sfiora un milione di tonnellate all’anno”. Un bel problema, nonostante la percentuale di raccolta differenziata, soprattutto nei comuni più grandi, sia incastonata fra il 10 e il 20%. Percentuali ridicole.

I termovalorizzatori, secondo Trizzino, non sarebbero nemmeno alternativi alle discariche, dato che “hanno bisogno delle discariche per completare il loro ciclo di funzionamento: un quinto dei rifiuti che entra in un termovalorizzatore, infatti, si trasforma in ceneri e polveri tossiche che devono necessariamente essere smaltite in discarica”. Infine, secondo il deputato M5s, non è neanche vero che l’ingresso a regime dei sistemi di incenerimento provochi, come conseguenza più lieta, minori consumi di energia elettrica (con bollette più calmierate): “La quantità di energia elettrica che questi impianti sono in grado di produrre è talmente irrisoria se paragonata al fabbisogno regionale (circa 17 mila Gwh) che i benefici in termini di riduzione della bolletta non sarebbero neppure percepibili”. Insomma: tre buoni motivi per dire ‘no’.

Anche se, ormai pare, la Sicilia non potrà rinunciarvi. Alla prima manifestazione d’interesse del dipartimento Acqua e Rifiuti parteciparono sette società. Che adesso attendono la conclusione di una lunghissima trafila burocratica per poter partecipare al bando per l’aggiudicazione. Da parte del nuovo governatore Schifani e dei partiti che l’appoggiano, su tutti la Lega, c’è la volontà politica di mandare in porto il sistema che Musumeci aveva ideato nella seconda parte della sua legislatura: che prevede, fra l’altro la realizzazione in project financing. Gli aggiudicatari, insomma, dovranno occuparsi della gestione dei termoutilizzatori e godranno dei ricavi dell’incenerimento. Come avviene, più o meno, ai signori delle discariche private.

Dopo che i Leonardi sono stati disarcionati dai vertici della Sicula Trasporti (oggi in amministrazione controllata), altre famiglie hanno continuato a dettare legge, in questi anni, nel business dei rifiuti. Compresa la famiglia Catanzaro che, come scritto ieri dal Giornale di Sicilia, potrebbe arrivare a chiudere la discarica di Siculiana, nell’Agrigentino. L’ultima proroga scade il 15 ottobre, ma è dalla seconda metà di agosto che i gestori lamentano difficoltà. L’impianto è saturo e, fra una manciata di giorni, accoglierà solo i rifiuti provenienti dalla provincia. E gli altri? A Trapani non li vogliono: dall’impianto di c.da Campana Misiddi, fra l’altro, non potranno più partire i compattatori in direzione Siculiana, dove veniva trasferita la spazzatura dopo aver ricevuto il processo di pre-trattamento. Se accogliessero altra munnizza, si troverebbero nella situazione di Siculiana entro un mese. Insomma, il caos.

Un caos di cui la Regione sapeva. Anche se non è mai intervenuta per impedirlo. I tempi della campagna elettorale, il pensionamento del dirigente incaricato (Calogero Foti), l’assenza di risolutezza da parte dell’assessore Baglieri (che ha avuto poco tempo per poter incidere), il rimpallo di responsabilità fra la Regione e le Srr, ma soprattutto il diniego di aderire alle linee guida fissate in precedenza (cioè trasportare i rifiuti fuori dal territorio regionale), hanno determinato un galleggiamento insopportabile. Ed è sempre più difficile individuare responsabili e complici. Restano le soluzioni tampone. Portare i rifiuti all’estero, infatti, significherebbe dover incidere sulle tasche dei cittadini, attraverso l’aumento della Tari in bolletta. Un guaio enorme per i sindaci.

Proprio a un passo dall’emergenza, però, è arrivata dalla Regione l’ennesimo annuncio: sono partiti, infatti, i lavori per la realizzazione della discarica nella contrada Borranea nel comune di Trapani. Costituiscono il primo lotto del progetto complessivo per la realizzazione della Piattaforma tecnologica per il trattamento e la valorizzazione dei rifiuti. L’impianto sorgerà vicino alla discarica già attiva, gestita dalla Trapani Servizi. “La provincia di Trapani potrebbe raggiungere l’autosufficienza di bacino nella gestione dei rifiuti – ha detto l’assessora uscente, Daniela Baglieri -. Significherebbe dire addio ai trasferimenti in altre province, garantendo una riduzione dei costi, un servizio più efficiente e un minore impatto ambientale”. L’importo complessivo del progetto relativo al “Lotto 1 – Discarica per rifiuti non pericolosi” è di circa 13 milioni di euro. Ma nessuno dice come si interverrà nel frattempo. Quali sono gli scenari. E perché si è arrivati a tanto. Poco meno di un centinaio di comuni, da qui a un mese, non sapranno dove conferire. E persino l’impianto di compostaggio che si sarebbe dovuto realizzare a Calatafimi-Segesta è in bilico: l’aumento del costo delle materie prime imporrebbe di ridefinire il finanziamento complessivo: da 15 a 18 milioni.

Poi c’è la questione Palermo. Sempre aperta. Il Comune ha fatto sapere che l’impianto anaerobico/aerobico per il trattamento della frazione organica proveniente dalla raccolta differenziata con produzione di biometano e compost di qualità, per un importo di circa 38 milioni di euro, è stato ammesso a finanziamento nell’ambito del Pnrr. Nel contempo continua a riversare i suoi rifiuti nella sommità della sesta vasca di Bellolampo, in attesa di vedere la settima completa. Non che la città sia stata ripulita a dovere. Ci sono passi avanti rispetto alla gestione Orlando, ma il piano di pulizia straordinaria promossa dal sindaco Lagalla, di concerto con la Rap (la società della nettezza urbana), ha finito per rallentare l’attività ordinaria. Il risultato? La città è sporca, i palermitani scontenti. Nessuna sorpresa: è sempre stato così.

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