Di Valter Vecellio.
ANCHE MAURILIO CATALANO SE N’E’ ANDATO…

Maurilio: un artista palermitano, un pittore di rara allegria. Le sue tele, i suoi disegni sghembi sono caratterizzati da incroci di colori vivacissimi, accostamenti geniali che a prima vista sembrano infantili. Ma appunto in questo sembrare “infantili” si raggiunge la genialità, la grande bellezza. Protagonista sempre il mare e il suo “universo”. L’immagine dell’ottimismo di una volontà irriducibile. Maurilio: titolare e animatore di una famosa galleria, “Arte al Borgo”, vero e proprio cenacolo dove Leonardo Sciascia ama trascorrere ore liete assieme con gli amici.
Per un mio documentario di anni fa, dedicato a Sciascia, Maurilio suo grande amico, mi rilascia una divertente intervista che poi inserisco nel mio “Leonardo Sciascia, la politica, il coraggio, la solitudine”.
Lo piango, Maurilio, col grande rammarico di non essere riuscito a vederlo per un’ultima volta. Ci si sentiva al telefono, quante volte gli ho annunciato un viaggio a Palermo, per qualche ragione sempre rimandato. E ora…
Mi piacerebbe credere che da qualche parte si ritrovi ora con Leonardo, Stefano Vilardo, Emanuele Macaluso, Aldo Scimé, il contadino che abitava vicino alla contrada Noce, Tono Zancanaro, Bruno Caruso, tutti gli altri componenti di quello straordinario sodalizio-cenacolo del “Borgo”.
Un abbraccio alla moglie Ina e a Chiara e Roberta, le amate figlie.

Di seguito, l’intervista che purtroppo non ha avuto un seguito.

Quando ha conosciuto Leonardo Sciascia?
“Intorno agli anni ’70”.

In che contesto, in quale occasione?
“Mah!… Un giorno è venuto nella mia galleria d’arte a Palermo; io non lo conoscevo, e lui non conosceva me, di persona voglio dire. Insomma, si presenta: ‘Sono Leonardo Sciascia, vivo a Racalmuto, sono qui a Palermo per caso, e sono venuto a trovarvi…’. Mi dice che è a conoscenza della nostra passione per la grafica che lui condivideva. In effetti, in quegli anni avevamo messo su una stamperia, era una cosa rarissima: avevamo le pietre litografiche, i torchi… tutto quello che serviva, insomma; era il tempo in cui le tipografie vendevano le loro macchine, si passava all’offset. Leonardo invece voleva restare – come dire? All’antico: le incisioni, il torchio… Cominciò da quel giorno a venirci a trovare: guardava curioso, discuteva con noi… Ecco, è cominciata così”.

Da un rapporto professionale a una amicizia profonda: è così?
“Un’amicizia vera, che ogni giorno si suggellava grazie a una colla particolare, che non è in vendita: io lo ascoltavo e lui mi ascoltava, ci si studiava…ci siamo trovati…”.

Vi vedevate spesso?
“Quand’era a Palermo ogni pomeriggio; veniva alla Galleria, si prendeva un caffè, e si parlava. Le cose poi venivano fuori così: i pregi di un artista, valorizzarlo esponendo le sue opere, o racconti delle nostre vite… Si parlava anche molto di quello che accadeva a Palermo; sa, in quel periodo c’erano molti morti ammazzati…”.

E Sciascia?
“Era sempre molto cordiale e disponibile. Non dico che desse confidenza, ma ascoltava, era curioso di tutto. A volte noi ci chiedevamo: ‘Ma perché perde tempo con quella persona?’. Poi, ci spiegava: primo perché era una persona che mi interessava come uomo; poi per quello che raccontava…’.

Possiamo dire che era un modo per raccogliere storie…
“Anche. Ma soprattutto persone…raccoglieva sensazioni…”.

Se ho ben capito la sua Galleria d’arte un po’ alla volta è diventata una specie di cenacolo dove in tanti vi trovavate…
“Sì, e soprattutto per merito suo; venivano Leonardo Cavallino, Tono Zancanaro, Bruno Caruso, gli altri artisti che lui conosceva e di volta in volta ci proponeva: ‘Perché non gli fai una mostra? A Tizio, o Caio…’. Era molto generoso, conosceva molti artisti, pittori, persone che si occupavano d’arte; e li aiutava, li promuoveva…”.

In quei pomeriggi: chi era Sciascia nel suo ambiente pubblico e privato insieme?
“Le dirò: contrariamente all’immagine che spesso gli veniva incollata, era allegro, faceva battute spiritose… Le racconto un aneddoto. Una volta organizza una gara sui dolci. Ognuno di noi doveva portare un dolce del suo paese, ogni giorno uno; e alla fine si doveva decidere quale fosse il migliore. Non so da dove, e non lo voglio neppure sapere, da dove veniva il dolce che portò un grande amico di Leonardo, Stefano Villardo… Erano dei biscotti, chiamati cuccureddi; di solito sono squisiti, ma quelli, chissà perché, erano immangiabili: duri, pesanti, anche di forma… Beh, ognuno di noi portò dei dolci… Leonardo si procurò una torta di pistacchi: era una cosa deliziosa, credo lo avessero fatto alcune monache di Agrigento. Vinse lui naturalmente. Un dolce squisito e introvabile…”.

Facevate solo “salotto”, se mi posso permettere di esprimere così?
“No, si organizzavano anche piccoli viaggi in piccoli paesi della Sicilia; poi quando si organizzavano le incisioni per le copertine dei libri che curava, lui era sempre molto presente e attivo. E poi ricordo i pranzi o le cene. Era un buongustaio, ma mangiava in modo particolare: con cose pesantissime. Il suo famoso cacio e pepe era una pasta per me immangiabile: ti bruciava tutto, collo, esofago, laringe. Però: una pasta straordinaria… Una cosa che facevamo spesso, era la spesa al Borgo. Palermo è divisa in quattro mandamenti. Il Borgo è vicino alla Galleria… andavamo lì a comprare le cose da mangiare. Io prendevo il pesce, ho un buon occhio per il pesce fresco. Facevamo cose molto normali, ma stavamo bene anche facendo quelle piccole cose quotidiane…”.

Lei ha detto che Sciascia era sempre molto disponibile…
“Sempre molto disponibile, ma al tempo stesso poi sceglieva chi voleva frequentare. Pesava le persone; se ti valutava come cretino, eri finito: con molta grazia, ma anche con molta decisione ti scartava…”.

E le famose polemiche in cui si è trovato coinvolto? Ne parlavate?…
“Tutte le polemiche lo colpivano, a volte gli hanno fatto davvero male. Però quando si era formato una opinione teneva il punto. Per esempio, quando si candidò con Pannella: molti gli dicevano: ma chi te lo fa fare? Perché lo fai? Però lui voleva andare nella Commissione Moro, aveva deciso; tee duro. Aveva ragione lui… La stessa cosa per la vicenda Tortora. Lui era assolutamente sicuro che fosse innocente, che non avesse fatto le cose di cui l’accusavano… Leonardo era una persona estremamente semplice. Si faceva capire da tutti. Non c’era nessuna difficoltà ad avere un rapporto verbale con Sciascia. Lui parlava ed era come se scrivesse. Lui, per esempio, ai giovani voleva molto bene; però, ripeto, non dovevano essere cretini. Lui andava contro il cretino: perché, diceva, un cretino non è interessante, a un cretino non puoi rubare nulla…”.

Il paradosso di uno Sciascia “ladro” non l’avevo ancora sentito…
“Lei ha certamente capito cosa intendo per “rubare”, in questo contesto. E dico di più: tutte le persone intelligenti vogliono rubare…Spero che anche lei sia un ladro, in questo senso…”.

Chi era il cretino, per Sciascia?
“Mah!… Uno che fa o dice cose inutili, che ti scoccia. Questo è il buon cretino…”.

E oggi chi è il buon cretino?
“Non è facile. Ce ne sono tanti…”.

C’è stato un momento in cui non si è trovato d’accordo con Sciascia?
“No, mai. Tutte le cose che diceva o faceva le trovavo deliziose…Con gli altri libri, magari mi annoiavo. Con Sciascia mai: dovevo finirlo…E ascoltarlo, non mi stancava mai… Leonardo era una persona meravigliosa. Lo sa, è lui che praticamente mi ha insegnato a leggere: prima di conoscerlo non leggevo molto, ero distratto da altre cose. Lui un po’ alla volta, mi consigliava, mi suggeriva…e ho finito con l’appassionarmi alle sue letture…”.

Il suo ricordo più bello di Leonardo Sciascia…
“Quando mangiavamo a casa sua alla Noce… A primavera ci si incontrava a pranzo. Mi ricordo una volta Bettino Craxi, in canottiera con Leonardo, passeggiavano nella campagna, parlavano tra loro, e tutto il gruppo dei craxiani che seguivano da lontano, e aspettavano…Quella volta fece una cosa molto familiare: le uova arrostite, io non le avevo mai mangiate; spostò la cenere calda del caminetto, ci mise le uova e coprì. Dopo un po’ erano cotte, davvero deliziose…Poi era ghiotto di asparagi; li veniva a cogliere anche qui da me, in giardino: era come una processione. Venivano nel pomeriggio i ragazzini per fargli un piacere glieli raccoglievano, e lui che protestava: no, che mi piace raccoglierli…Questo era Leonardo Sciascia: semplice e buono”.

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