Iniziato, dopo la riunificazione a settembre dei due tronconi d’inchiesta, il “Maxi processo Montante”. Agli atti tutti i particolari sulla presunta rivelazione di notizia riservata da parte di Schifani.

E’ stato già battezzato il maxi processo di Caltanissetta sul cosiddetto “Sistema Montante”. Infatti, lo scorso 12 settembre il presidente del Tribunale nisseno, Francesco D’Arrigo, nonostante il parere contrario della Procura e dei difensori degli imputati, ha riunito in un unico processo i due tronconi dell’inchiesta imperniata sull’ex presidente di ConfIndustria Sicilia, Antonello Montante, ovvero il filone con 17 imputati del presunto dossieraggio e della rivelazione di notizie riservate con accessi abusivi ai sistemi informatici di polizia, tramite scambi di favori ad elevatissimo livello tra le forze dell’ordine e non solo, e poi, con 13 imputati, il filone politico, ovvero l’intreccio di interessi ruotanti intorno al governo Crocetta, in carica tra il 2012 e il 2017. Ebbene, adesso, nel corso delle prime udienze del “Maxi processo Montante”, si sono appresi tutti i dettagli sull’ipotesi di reato contestata al presidente della Regione, Renato Schifani, ovvero concorso esterno in associazione a delinquere semplice e rivelazione di notizie riservate, che risale al 2015 e che dunque sarebbe prossima alla prescrizione. Ordunque, negli atti depositati al processo si legge: “Arturo Esposito, direttore dell’Aisi Servizi segreti, rivelava a Montante, tramite il colonnello dei Carabinieri Giuseppe D’Agata, la notizia, veicolata dal questore Andrea Grassi, che fosse stata disposta attività d’intercettazione nell’ambito del procedimento instaurato nei suoi confronti, quindi a carico di Montante, nonché a Valerio Blengini, vice direttore dell’Aisi Servizi segreti, affinché si recasse da Bruno Megale, Questore di Caltanissetta, al fine di attingere ulteriori informazioni, e poi a Renato Schifani la notizia, sempre veicolata da Andrea Grassi, che D’Agata fosse indagato nell’ambito dello stesso procedimento. A questo punto, Renato Schifani avrebbe trasmesso le informazioni ad Angelo Cuva, avvocato e docente di diritto tributario all’Università di Palermo, già consulente della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del presidente del Senato, carica rivestita all’epoca da Schifani. Ancora più nel dettaglio, dai tabulati telefonici risulta che il 23 gennaio del 2016 Cuva si è sentito con Schifani nel primo pomeriggio, alle ore 14:29, e dopo tale telefonata l’utenza di Cuva non censiva più alcuna cella perché aveva spento il telefono. Il telefono di Cuva riappariva solo alle ore 16:59, e la cella agganciata dalla sua utenza era a 65 metri di distanza dall’abitazione palermitana di Renato Schifani. Ecco perché la Procura di Caltanissetta ritiene che è Schifani il soggetto che Cuva aveva incontrato quel pomeriggio, ed è Schifani che doveva fornirgli le notizie che a sua volta Cuva avrebbe dovuto girare al colonnello D’Agata. Infatti il professor Cuva avrebbe telefonato alle 17:09 a D’Agata per poi incontrarlo di persona pochi minuti dopo, alle ore 17:19. Occorre precisare che l’ex questore Grassi è stato assolto in Appello dall’imputazione di avere riferito a Montante notizie riservate. Occorre precisare altresì che per l’ex vice direttore dell’Aisi Servizi segreti, Valerio Blengini, nominato sotto il governo di Matteo Renzi e in pensione dal dicembre 2020, sono cadute tutte le accuse. E lo scorso 24 settembre il Tribunale di Caltanissetta ha certificato l’estinzione del reato. Blengini è stato imputato per false dichiarazioni ai magistrati perché, secondo la Procura, avrebbe mentito in fase d’indagine sulla fuga di notizie coperte da segreto.

teleacras angelo ruoppolo

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