Il sistema era una macchina perfetta. Per amici e sodali un generoso dispenser automatico di stimmate di antimafiosità e di “aiutini” per sfolgoranti carriere. Ma chi non si piegava, o più semplicemente chi si faceva troppe domande (e aveva l’ardire di cercare le risposte), subiva la punizione più subdola. E alla fine – dopo essere stato spiato, delegittimato con dossier o magari rimosso con la complicità di sodali altolocati – «è destinato a soccombere», come scrive l’Antimafia nazionale nella relazione (bocciata) su Antonello Montante.

Nel documento, rivelato ieri in esclusiva da La Sicilia, c’è una storia-simbolo. Molto più che fra le righe, visto che quasi una cinquantina delle 202 pagine è dedicata allo strano caso del carabiniere ficcanaso. Al secolo il luogotenente Paolo Conigliaro. Uno sbirro di paese, che a un certo punto – proprio nella Capaci diventata simbolo allo stesso tempo dell’orrore di Cosa nostra e della rivolta della Sicilia pulita – incappa in una vicenda molto più grande di lui. Arrivando a chiedere lo scioglimento del Comune perché «in mano a un sistema affaristico, politico e mafioso».

Ma la lettera del carabiniere non uscì mai dal Comando provinciale di Palermo. Perché su Conigliaro scattò l’alert del sistema Montante. Il comandante della locale stazione è stato demansionato, indagato e archiviato a Palermo per diffamazione col giallo di un cd con le chat con i colleghi, processato (e assolto lo scorso 12 ottobre) dalla Corte militare d’appello di Roma e, come racconta in una drammatica audizione a Palazzo San Macuto, «durante una perquisizione» fu «privato degli slip» da chi addosso gli cercava una «fantomatica scheda di memoria».

Fonte la Sicilia

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