Sei anni da incubo nella solitudine, nel carcere, nella vergogna senza avere fatto nulla di tutto quello di cui è stato accusato. E’ la storia di un funzionario della Corte dei conti che ha avuto la vita distrutta da accuse infamanti e tutte inventate dalla ex moglie che voleva in questo modo spogliare dei beni l’ex marito.

“È stata la mia carnefice e la mia rovina, ha trasformato la mia vita nel peggiore degli incubi, mi ha messo contro mia figlia nemmeno adolescente, ha costruito un castello di menzogne che mi ha fatto finire in carcere per 13 giorni con un marchio infamante anche per i peggiori criminali”.

E’ quanto racconta dopo sei anni di angoscia e dolore, a Repubblica, S.O. è un sessantaduenne che sta cercando di ricostruire una vita infangata dalle false accuse dell’ex moglie.

Il tribunale lo ha assolto con formula piena: non ha commesso violenza sessuale nei confronti della figlia e non è responsabile di maltrattamenti in famiglia. “Quando sono entrato in carcere ero smarrito, solo dopo che le porte della cella si sono chiuse ho capito che la mia vita da persona per bene era stata distrutta. Mi è crollato il mondo addosso. Non auguro a nessuno di passare due settimane dietro le sbarre con l’accusa di aver violentato la propria figlia. Gli altri detenuti ti considerano feccia, sei considerato il peggio che ci sia”.

Il funzionario, originario di Marineo, nel settembre del 2016 non ebbe nemmeno il tempo di accorgersi di cosa architettava la moglie. I due si stavano separando dopo dieci anni di matrimonio voluto da lui e imposto a lei dai genitori. Sembrava una separazione neanche troppo traumatica, pur con due figli minorenni. Almeno fino a quando non si discusse di soldi e proprietà. A quel punto cominciò una sorta di “guerra dei Roses”.

“Voleva tutto, voleva rovinarmi, addossava a me la colpa di una vita che non aveva potuto avere con il suo precedente fidanzato, l’unico che diceva di amare e che i suoi genitori non volevano sposasse”. Dalla denuncia ai carabinieri fino all’esecuzione della misura cautelare trascorse meno di un mese. “Quando i carabinieri mi convocarono in caserma, mai avrei pensato che fosse per notificarmi il provvedimento di custodia – ricorda lui – Invece da lì sono rotolato nel baratro: non mi capacitavo, non avevo fatto nulla di sbagliato, amavo i miei figli e mai torcerei loro un capello. Eppure nessuno mi credeva”.

Davanti al gip, nell’interrogatorio di garanzia, volle parlare, raccontare la sua verità. Ma non bastò. Il pubblico ministero, pur con una montagna di incongruenze, di contraddizioni nelle dichiarazioni della moglie e con solo mezze frasi della figlia, decise di chiedere il rinvio a giudizio sia per gli abusi che per i maltrattamenti.

“Capimmo che avevamo speranze di assoluzione – dice l’avvocato Claudio Gallina Montana, che lo ha difeso con la collega Valeria Minà – quando il gup Guarnotta, nel suo dispositivo, scrisse in merito all’archiviazione del reato di violenza sessuale: “Non c’è la minima possibilità che possa essere successo questo fatto”. Una frase che ci ha dato forza per vincere questa battaglia”.

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