l sit in di Cuneo rappresenta un tassello della strategia propagandistica messa in atto ormai da decenni dalle associazioni LGBTQIA.
 Mentre queste associazioni sfruttano il vittimismo, la loro azione è sempre più prepotente e la loro influenza sulla società più subdola e pervasiva. Lamentano un incremento della violenza nei loro confronti.
Se andiamo però a consultare, per esempio, dati piuttosto recenti, risalenti al settembre 2021, quelli forniti da una loro fonte, Transgender Europe, scopriamo che in Italia in quell’anno sono state solo 2 le vittime a fronte di 375 nel mondo, e che nell’arco di 13 anni, dal 2008 al 2021, nel nostro Paese sono state 44, vale a dire una media di circa 3 all’anno.
Sempre nel 2021 il totale degli omicidi è stato di 277. Ne concludiamo che la percentuale che colpisce il mondo transgender è dello 0,7 %. Questi i dati nudi e crudi.
 Occorre essere davvero ideologizzati e prevenuti per accusare il nostro Paese di transfobia, mentre, al contrario, nelle nostre scuole si impongono carriera alias e drag queen anche nelle sale parrocchiali e in spettacoli televisivi in prima serata.
Il “Popolo della Famiglia” contesta decisamente il tentativo di istituire categorie privilegiate a vantaggio di una minoranza che pretende “orgogliosamente” riconoscimenti e ottiene, di conseguenza, lauti finanziamenti.
Non dimentichiamo che la condizione di queste persone, con il relativo percorso di transizione di genere, è già regolamentata da una legge del 1982.
Vittime di violenza, loro come chiunque altro, sono tutelate dal Codice penale, in particolare dall’art.604 bis, che prevede le aggravanti.
Consideriamo piuttosto quanto denaro pubblico viene drenato per finanziare le loro iniziative, per esempio il festival transgender che si tiene a Torino presieduto da 3 anni da Vladimir Luxuria, e quanta pubblicità ottengono dai media.

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