A Racalmuto le tasse comunali più alte d’Italia: il triplo della media nazionale! Le angherie fiscali sono le stesse di quelle feudali descritte da Sciascia ne ‘Le parrocchie di Regalpetra’

Oggi, in coda a questa nota, riportiamo alcuni brani estrapolati dal libro ‘Le parrocchie di Regalpetra’ di Leonardo Sciascia, pubblicato dall’editore Laterza di Bari nel 1956, in cui viene raccontata la storia di Racalmuto. Una storia fatta di speranze, ma anche, purtroppo, di sconfitte e di ingiustizie.

Una storia fatta di soprusi ed angherie che ricorda tanto l’Italia, la Sicilia, la Regalpetra di Sciascia e, soprattutto, la Racalmuto di oggi.
Uno dei principali e gravissimi problemi con cui devono fare i conti oggi i Racalmutesi, da 12 anni a questa parte, è quello della esosa tassazione comunale. Più del triplo della media nazionale. Una tassazione che ricorda tantissimo le vessazioni feudali descritte da Sciascia, quando gli aguzzini non erano i voraci amministratori comunali di oggi, ma erano i baroni, i conti, qualche alto prelato o il podestà. Oggi sono i rappresentanti della nostra sedicente democrazia che ci impongono tasse, imposte e balzelli che, tutti quanti sommati assieme, ammontano ad oltre l’ottanta per cento del nostro reddito da lavoro.
Come è ormai tristemente chiaro a tutti quanti gli Italiani gli oltre 800 miliardi di euro di tasse che paghiamo ogni anno vanno a finire per lo più nel pozzo di San Patrizio, in un pozzo senza fondo.

IRPEF, IVA, IRAP, IMU, TARI, ACCISE, BOLLI, bollette di luce e gas alle stelle, ed un’altra miriade di insopportabili balzelli, sono il prezzo che paghiamo per mantenere un sistema al collasso che non riesce a garantire neanche i benché minimi servizi essenziali: quali la sanità, la scuola o i trasporti.
Ma nella Regalpetra (alias Racalmuto) di Sciascia abbiamo superato ogni limite, anche di decenza e di dignità.
Infatti mentre per una festa di tre giorni, in onore della compatrona  Maria Santissima del Monte, si spendono più di duecentomila euro, sottratti interamente dalle casse comunali, si continua imperterriti ed in maniera asfissiante, a tartassare i cittadini a colpi di cartelle esattoriali con importi stratosferici. Che per un pensionato al minimo od anche per un povero salariato, figuriamoci un disoccupato, significa sottrargli da tre a sei mesi di pensione, salario o stipendio ogni anno.
Si tratta di tasse e disservizi, da guinness dei primati.
Si tratta di un tristissimo ed insopportabile primato nazionale.
La tassa sui rifiuti è più del doppio della media nazionale che, come è noto, è di poco più di 300 euro l’anno a famiglia. A Racalmuto è di oltre 700 euro!
I servizi resi in cambio sono peraltro pessimi: non c’è angolo del paese che non è cosparso di rifiuti.
Dodici anni fa si pagava meno della metà.
L’acqua arriva dentro le case, si e no, tre ore a settimana e la si paga almeno dieci volte in più rispetto al 2008, quando si pagavano 59 euro l’anno, con 80 metri cubi di dotazione.
Oggi si paga per la stessa dotazione idrica più di 700 euro l’anno!
E ci fanno pure pagare, ingiustamente, la tassa di depurazione, malgrado non venga effettuato, per almeno tre quarti del paese, alcun servizio di depurazione. Come abbiamo avuto modo di dimostrare anche attraverso più di un video, le condotte fognarie di piazza Barona non sono allacciate al depuratore. I liquami fognari vengono infatti scaricati non depurati, inquinando i suoli e l’aria, direttamente nel torrente che sfocia nel fiume Gallo D’Oro.
E dire che dal 2018 si è ritornati, con l’AICA, alla gestione pubblica dell’acqua!

Come mai il sindaco, che è la massima autorità sanitaria del paese, non pone rimedio a questa grave situazione?

L’IMU sulle case ed i magazzini, a Racalmuto, altrimenti conosciuto anche, sempre in onore di Sciascia, come il ‘paese della ragione’, è applicata con l’aliquota massima, così come l’addizionale IRPEF.

Qual è la ragione per cui, verrebbe spontaneo dire, visto che viviamo nel ‘paese della ragione’, si applicano queste tasse e queste aliquote così alte, visto che il bilancio del Comune, certificato da tutti gli organi di controllo ufficiali delle Stato, sino al 2011 presentava un avanzo di amministrazione di oltre due milioni e mezzo di euro?

Che bisogno c’era e c’è ancora di distruggere un’intera economia locale a colpi di tasse comunali?

Sono decine le aziende che a Racalmuto hanno chiuso i battenti per le eccessive tasse comunali. Aziende in cui ci lavoravano centinaia di giovani e padri di famiglia che sono stati costretti ad emigrare.

Per non parlare del mercato immobiliare. Sono crollati i prezzi di tutti quanti gli immobili. Almeno l’ottanta per cento dei Racalmutesi, per sfuggire ad un’odiosa ed iniqua tassazione di non meno di mille e cinquecento euro l’anno tra IMU e tassa sui rifiuti, cercano di svendere le seconde case ereditate, le case di campagna ed i magazzini, spesso invano, perché non trovano chi comprano.

Cosa avete combinato tutti quanti negli ultimi 12 anni?

Il Comune inoltre si è rifiutato di aderire, entro il 31 marzo scorso, al condono fiscale che avrebbe consentito di rottamare le bollette delle tasse comunali, fino a mille euro, caricate nei ruoli esattoriali entro il 2015.
Inoltre, dopo dieci anni, in questi mesi si sono risvegliati e ci hanno notificato le cartelle esattoriali relative alla tassa sui rifiuti del 2013 e del 2014, per importi di migliaia di euro per ogni famiglia e per ogni azienda. Nel frattempo continuano, in maniera illegale, ad affidare in proroga, senza fare alcuna gara d’appalto, la gestione dei rifiuti che costa più del doppio rispetto anche ai paesi vicini: ossia un milione e settecentomila euro l’anno!
Questa è la situazione disastrosa che sono costretti a subire i ‘Regalpetresi’, ossia i Racalmutesi oggi.
È come se fossimo ripiombati nella stessa identica situazione, se non peggio, della Regalpetra (Racalmuto) descritta da Leonardo Sciascia nel 1956.
Adesso passiamo la parola al nostro grande Concittadino…
<<…I Martinez fecero strade scuole edifici
pubblici, fino a pochi anni addietro il paese era come essi lo avevano lasciato, l’amministrazione dei Lascuda, associati ai Buscemi e ai Napolitano, non aveva portato che corruzione ed usura. Ma i Lascuda
restarono nella fantasia, più che nel ricordo, dei regalpetresi; forse perché avevano imponente figura e parola cordiale. Uno di loro fondò una cassa di risparmio, i borgesi gli affidarono quei pezzi da dodici che tenevano sotto il mattone, don Giuliano Lascuda scappò coi quattrini, lo presero a Milano: ma al processo tutti i borgesi dichiararono che non gliene volevano, una croce sopra ci mettevano, ne erano persino contenti. Ed era vero: quando don Giuliano fu messo in libertà andarono tutti ad accoglierlo alla stazione con la banda, nella famiglia dei Lascuda era considerato come un bambino pieno di estri e capricci, e così il popolo lo considerava; ma i suoi non pagarono per far sì che non andasse in galera, e i borgesi gli fecero invece dono dei loro risparmi. Sicché don Giuliano cominciava i comizi – popolo cornuto – ma intendeva dire che il popolo pazientemente aveva sopportato i Martinez, e il popolo con convinzione applaudiva. Forse di ciò si ricordò recentemente un regalpetrese candidato al Parlamento nelle liste dei fascisti, cominciò – popolo di castrati – riscosse larga approvazione.
Fu per merito dei Lascuda che a Regalpetra, come in altri paesi della Sicilia, la mafia entrò nel giuoco elettorale; la mafia reclutava gli elettori, il giorno che precedeva la votazione li raccoglieva tutti, li chiudeva nei magazzini dei Lascuda, arrosto e vino a volontà, per tutta la notte dentro i magazzini ubriachi marci, l’indomani come un branco venivano accompagnati alle urne, la scheda già pronta in tasca. Chi sbaglia paga – era il motto del barone Lascuda, il barone grande lo chiamavano, per distinguerlo dagli altri fratelli; e così aveva pagato la guardia municipale Varchica, così pagavano tutti quelli che con passione sostenevano i Martinez…

…Della voracità di don Girolamo del Carretto una anonima memoria testimonia – «Oltre alle numerose tasse e donativi e imposizioni feudali, che gravavano sui poveri vassalli di Regalpetra, i suoi signori erano soliti esigere, sin dal secolo XV, due tasse dette del terraggio e del terraggiolo dagli abitanti delle campagne e dai borgesi. Questi balzelli i del Carretto solevano esigere non solo da coloro che seminavano terre nel loro stato, benché le possedessero come enfiteuti, e ne pagassero l’annuale censo, ma anche da coloro che coltivassero terre non appartenenti alla contea, ma che avessero loro abitazioni in Regalpetra. Ne avveniva dunque, che questi ultimi dovevano pagare il censo, il terraggio e il terraggiolo a quel signore a cui s’appartenevano le terre, ed inoltre il terraggio ed il terraggiolo ai signori del nostro comune… Già i borgesi di Regalpetra, forti nei loro diritti, avevano intentata una lite contro quel signore feudale, per ottenere l’abolizione delle tasse arbitrarie. Il conte si adoperò presso alcuni di essi, e finalmente si venne all’accordo, che i vassalli di Regalpetra dovevano pagargli scudi trentaquattromila, e sarebbero stati in perpetuo liberi da quei balzelli. Per autorizzazione del Regio Tribunale, si riunirono allora in consiglio i borgesi di Regalpetra, con facoltà di imporre al paese tutte le tasse necessarie alla prelevazione di quella ingente somma. Le tasse furono imposte, e ogni cosa andava per la buona via. Ma, allorché i regalpetresi credevano redenta, pretio sanguinis, la loro libertà, ecco don Girolamo del Carretto getta nella bilancia la spada di Brenno… e trasgredendo ogni accordo, calpestando ogni promessa e giuramento, continua ad esigere il terraggio e il terraggiolo, e s’impadronisce inoltre di quelle nuove tasse.
…Ecco il rapporto di un altro funzionario al Tribunale della Real Corte sui «soprusi praticati dal sacerdote Giuseppe Savatteri, verso i poverelli» – «Avendo questo sacerdote il maneggio della contribuzione della terza parte delle sementi, compensava questa porzione con certi suoi crediti passati, senza che li poverelli avessero potuto avere la semenza necessaria per seminare. Inoltre, siccome certuni prendevano da altri le semenze necessarie per le loro terre egli per il credito asserto del terraggiolo, ha obbligato i borgesi a portare in sua casa buona parte di semenza necessaria per dette terre, per compensare il preteso terraggiolo degli anni scorsi. Dacciò restando le terre inseminate venivano attrassate nell’esigenza del venturo ricolto ed egli pignorava non solo gli strumenti necessari per il proprio mantenimento, ma anche le vesti d’addosso, le coverture , le tavole dell’istesso letto, manti, mantelline e sino le coppoline dei bambini». Il bello è che dopo questo rapporto il Tribunale della Real Corte ordinava al giudice criminale di Regalpetra «di far restituire ai borgesi tutti gli oggetti che il sacerdote Savatteri aveva ad essi pignorati», forse i lettori non lo crederanno, ma la cosa è andata davvero così. Ed ecco, di quegli anni, un ordine del signor Vagginelli, regio delegato in Palermo, al magistrato Sileci di Girgenti – che non facesse esigere a Regalpetra la tassa sul terraggiolo, per essere pendenti molte liti per l’abolizione; che fosse evitata coercizione alcuna agli abitanti del Comune, sino al prossimo raccolto, per cause di semenze, terraggi, censi di proprietà ed altre simili; che i soli benestanti fossero obbligati a pagare i dazi di «baglia, inchiusa ossia gabella del grano, del mosto, gabella d’orti e giardini, zagato, fondaco, olio, merci, dogana, boccerai e congeria». Sembra di sognare: che tra don Girolamo secondo e il commendator Aristide Laurìa, oggi felicemente regnante sui contributi unificati dei regalpetresi, ci sia stato un tempo in cui uomini come i signori Venturelli e Vagginelli si siano preoccupati dei fatti di questo paese non così aperto sentimento di giustizia, pare davvero incredibile; il borgese di Regalpetra mai riuscirebbe a crederlo. Quel che oggi succede con i contributi unificati è degno degli anni di Girolamo secondo, e dunque il regalpetrese pensa che è suo pianeta che tasse e balzelli debbano qui accanirsi, da secoli la stessa storia. Sulle carte del catasto gli agenti dei contributi unificati vedono doppio, il territorio del Comune, che è di circa settemila ettari, diventa doppio per misteriosa operazione, chi ha una salma di terra implacabilmente si trova a pagare per due. Il solo nome del commendator Laurìa, a pronunziarlo, suscita nei piccoli proprietari febbricose visioni; quel piccolo uomo se ne sta tranquillo dietro una scrivania, i reclami gli volteggiano intorno come farfalle, reclami spediti da cinque da dieci anni, con lettere raccomandate sollecitati; mai che il commendatore alzi la mano ad acchiapparne uno, li guarda deliziosamente vorticare, viene uno spiffero d’aria e i reclami volano via -«Il reclamo di cui fate cenno nella Vs del… non può essere preso in considerazione perché non pervenuto nei termini stabiliti»; oppure – «perché non corredato dell’estratto catastale storico». Di fronte alla richiesta di un estratto catastale storico la devozione alla Madonna, professata dai regalpetresi anche con una sopratassa sui generi alimentari, crolla di colpo: un barocco di bestemmie esplode nell’aria, auguri di un sollecito canchero, di una subitanea botta di sangue, di una schioppettata ben data, di un improvviso crollo di pavimenti e soffitti volano verso l’ufficio da cui la lettera proviene; senza contare gli attributi che a tre a tre sbocciando, come le vecchie rettoriche raccomandavano, toccano a mogli sorelle e figlie in età da marito di tutti quelli che mangiano pane lavorando in quell’ufficio. Il commendatore, uomo notoriamente pio, diventa una figura diabolica, galleggia nella fantasia dei piccoli proprietari con sberleffi e cachinni, di notte li sveglia sussurrando la cifra da pagare all’esattore, suggerisce l’immagine del sequestro, l’annata di
grano e mandorle divorata dai contributi… Dal commendatore l’incubo sale al prefetto, al presidente della regione, al presidente del consiglio; lo Stato ghigna sordo e lontano.
Ci vuole la carabina – dice il borgese, ed è un cattivo pensiero. Meglio sperare che i signori Venturelli e Vagginelli giungano come convitati di pietra al villino sul mare del commendatore Aristide Laurìa… >>.

Video di Salvatore Petrotto postato su Facebook relativo all’argomento trattato nel presente articolo:

https://fb.watch/mYYgs087W4/

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