Borrometi: un giornalista col vizio della querela facile. Addirittura ha accusato, ingiustamente, alcuni suoi colleghi di fare parte di un’associazione a delinquere di stampo mafioso. Accuse di cui ovviamente sta iniziando a risponderne davanti alle autorità giudiziarie, nelle vesti di imputato

Ieri è stata rimessa la querela per diffamazione all’ex deputato regionale Giuseppe Gennuso, da parte dell’attuale capo della squadra mobile di Caltanissetta, Corrado Antonino Ciavola.

Stiamo parlando di uno dei tanti procedimenti giudiziari scaturiti da una serie di querele per diffamazione, con cui sono state tempestate negli ultimi anni le procure di Ragusa, Siracusa e Catania. Al centro di tutte queste vicende giudiziarie, all’origine di tutto, c’è uno scontro, una sorta di duello all’arma bianca, tra un giornalista, ritenuto da molti un eroe dell’antimafia ed un politico di lungo corso, Giuseppe Gennuso.

La querela che il Ciavola ha rimesso a Gennuso ieri rientra proprio in questo preciso contesto. In questo caso il Borrometi è il querelante e Gennuso il querelato, assieme ai giornalisti Guastella e Gallinella ed alla signora Micalizzi.

L’oggetto della causa è la pubblicazione, ritenuta diffamatoria, di una trascrizione di un colloquio tra la Micalizzi ed un ispettore di polizia, Giuseppe Modica.

Trascrizione, peraltro, trasmessa dalla stessa Micalizzi, prima che venisse querelata, alle autorità giudiziarie, per i suoi contenuti che riguardano alcune perplessità riguardo a delle denunce del Borrometi. Perplessità relative ad una serie di presunti reati di mafia che il Borrometi ha sempre asserito di avere  subito, in questa fattispecie esattamente tra il 2014 ed il 2015,  a seguito dei quali gli è stata garantita una scorta armata 24 ore su 24, che ancora oggi lo segue ovunque.

E pare che proprio delle perplessità espresse dall’ispettore Modica, relative alle minacce, le intimidazioni e le aggressioni denunciate dal Borrometi, nel corso di quella conversazione registrata a sua insaputa, si stiano occupando le procure della Repubblica di Siracusa e di Catania.

Ieri si è tenuta a Ragusa una prima udienza interlocutoria di questo processo, che è stato rinviato a dicembre.

Ma ce ne sono altri, ovviamente.

Sempre a dicembre, ad esempio, il Borrometi comparirà davanti alla stessa procura ragusana, in questo caso nelle vesti di imputato, a seguito di una querela presentata nei suoi confronti dalla Commissione Regionale Antimafia. Il Borrometi qualche anno fa, secondo la Procura di Ragusa, ha diffamato pubblicamente tutti i parlamentari regionali che fanno parte della Commissione Antimafia, allorquando venne toccato un argomento per lui molto sensibile, ossia lo scioglimento, per delle inesistenti infiltrazioni mafiose, del Consiglio Comunale di Scicli.

Per quanto inoltre attiene altre sue ingiuste accuse ritenute diffamanti dagli investigatori, recentemente è stato presentato, dall’attuale procuratore generale di Caltanissetta (fino a qualche mese fa procuratore di Ragusa), Fabio D’Anna, un ricorso in appello contro un’assoluzione di Borrometi per particolare tenuità del fatto. Ha continuato a dare del mafioso, pubblicamente e ripetutamente, attraverso alcuni articoli, ad un signore di Scicli del quale, secondo il procuratore D’Anna, sapeva perfettamente che non lo era.

A seguire le valutazioni dell’avvocato del Mormina riguardo alla decisione del Procuratore D’Anna di presentare appello contro l’assoluzione del Borrometi

Il Mormina era stata additato erroneamente come mafioso, nonché quale person vicina agli amministratori comunali di Scicli, anche in occasione del pilotato scioglimento del Comune per delle fantasmagoriche infiltrazioni mafiose; come si legge peraltro nella sentenza di assoluzione definitiva dell’allora sindaco Susino, ingiustamente accusato anche lui di contiguità con la mafia, attraverso una campagna di stampa condotta dal Borrometi ed un’interrogazione parlamentare di alcuni componenti della commissione nazionale antimafia che allora scambiarono, come si suole dire in questi casi, lucciole per lanterne.

Le motivazioni di quello scioglimento erano ben altre. Come è noto è stato deciso perché quel Comune si opponeva alla realizzazione, nel proprio territorio, di nuovi impianti inquinanti ad opera delle industrie del petrolchimico siracusano. È stato sciolto perché rivendicava il pagamento delle tasse e delle misure di compensazione da parte degli imprenditori, sempre del settore petrolchimico, già insediati.

Scicli sarebbe stato, si fa per dire, un cattivo esempio anche per gli altri comuni alle prese con tali problematiche. I costi per le industrie petrolifere sarebbero lievitati notevolmente. Tutti gli altri comuni avrebbero cioè potuto fare a quel punto la stessa cosa. Ecco perché bisognava punirne uno per educarne cento. Punire quel Comune ribelle per sottomettere definitivamente tutti gli altri.

Ecco a cosa sono servite le campagne di stampa e le interrogazioni parlamentari: a fare sciogliere Scicli per, lo ripetiamo, delle inesistenti infiltrazioni mafiose. Questa inoppugnabile verità è cristallizzata in una sentenza che Leonardo Sciascia non avrebbe esitato un istante a definire memorabile. Ci riferiamo sempre alla sentenza di assoluzione del sindaco Susino, in cui sono contenute persino le scuse nei suoi confronti, da parte delle Autorità Giudiziarie, per quello che ha subito, del tutto ingiustamente, sia lui che l’intera comunità del paese da lui amministrato.

Ecco perché riteniamo che la remissione della querela nei confronti di Gennuso da parte del capo della Squadra Mobile di Caltanissetta Ciavola, a questo punto, è un altro segnale molto positivo e utile per ricostruire qualche pezzo di verità e per recuperare qualche scampolo di giustizia in più. Tale scelta indebolisce notevolmente la posizione del Borrometi. In altri termini Ciavola è uscito fuori da un processo in cui si accerterà come si sono svolti i fatti relativi alle denunce per mafia di Borrometi. Questa sua marcia indietro a lui serve, probabilmente, per evitare ulteriori polemiche, oltre che eventuali problemi di carattere professionale. Possiamo dire che si tratta, forse, di una presa di distanza da chi, non sappiamo fino a che punto, ha agito correttamente, quando lanciava accuse di mafia a destra ed a manca.

Ma la storia purtroppo ancora continua. La Dott.ssa Gambino, procuratore della Repubblica di Siracusa ha avanzato una richiesta di archiviazione, nei confronti di altri soggetti, e tra questi alcuni giornalisti, accusati sempre da Borrometi, in maniera molto pesante, non solo di averlo diffamato, ma persino di associazione a delinquere. Ed è proprio nel provvedimento giudiziario della Gambino che abbiamo avuto modo di leggere dei chiari richiami all’insussistenza di quanto da lui denunciato esattamente nel 2014. Mancano prove, documenti e testimonianze a supporto delle sue supposte azioni delittuose subite dalle consorterie mafiose. La Dott.ssa Gambino, nella richiesta di archiviazione in questione, si riferisce alla prima pesante aggressione, alla prima minaccia telefonica ed ai presunti atti intimidatori, a suo dire da lui subiti ad opera della mafia. Di questi primissimi episodi, relativi ai suoi esordi da vittima, e di allora ancora novello professionista dell’antimafia, non c’è alcuna prova. Questo scrive il capo della Procura Aretusea. Denunce le sue che, a questo punto, sono da derubricare solo come delle congetture plausibili, ma che non sono state minimamente riscontrate. Il problema, ancora irrisolto, a questo punto, qual è?

Che per delle presunte minacce, intimidazioni ed aggressioni da parte della mafia, di cui non è mai stato trovato alcun riscontro probatorio, denunciate nel 2014, da allora ad oggi Paolo Borrometi vive sotto scorta. La sua notorietà, di anno in anno, è aumentata sempre di più. Così come la sua fama di vittima della mafia. È diventato insomma uno degli eroi antimafia del momento. Un personaggio cioè che, grazie anche alle sue struggenti apparizioni televisive ed alle narrazioni contenute, in modo particolare in un suo libro, ha finito comunque, al di là dell’aderenza alla realtà dei fatti da lui raccontati, per commuovere l’Italia intera ed oltre. Tanto che non si contano più gli incarichi finora ricevuti, i numerosissimi attestati di stima, nonché le altrettanto numerose onorificenze e cittadinanze onorarie, con cui è stato letteralmente sommerso e soffocato d’affetto.
Come si fa adesso a fare tutto d’un colpo marcia indietro?
Ed anche se qualcuno forse nel 2014 è stato un po’ superficiale nel prendere per buone le sue denunce, oggi è diventato davvero complicato togliergli, ad esempio, la scorta. Anche perché, dopo quelle ormai assai dubbie minacce, intimidazioni ed aggressioni da lui inizialmente denunciate, negli anni a seguire  qualche reale minaccia, magari per delle sue provocazioni, l’ha ricevuta davvero.
E poi, dopo tutto il clamore mediatico e la solidarietà a lui espressa praticamente da un’intera Nazione, come si fa adesso a sostenere che possibilmente quello che gli è capitato nel 2014, e che soprattutto gli ha consentito di ottenere la scorta, non aveva niente a che fare con la mafia? Dopo che persino il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella lo ha addirittura nominato cavaliere della Repubblica, proprio perché vittima della mafia!
È difficile in questi casi, soprattutto per le Istituzioni e le autorità che lui ha coinvolto, ricredersi su tutta la linea. Qualcuno, giustamente, ritiene che è meglio fare scemare piano piano la portata di quella che è stata forse un’eccessiva sopravvalutazione del personaggio. A poco a poco, probabilmente il fenomeno si sgonfierà. Un passo alla volta.
È difficilissimo oggi, ad esempio, mettere in risalto che, anche l’ormai ex procuratore della Repubblica di Ragusa ed attuale Procuratore Generale di Caltanissetta, Fabio D’Anna, ha presentato appello contro la sua assoluzione, nel processo per diffamazione nei confronti di Mormina, definito da lui più volte, a torto, un mafioso. E di persone come il Mormina, un po’ risentite perché accusate possibilmente da Borrometi, ma anche da qualche suo legale di fiducia, non sempre giustamente e correttamente, di essere mafiosi e di tanto altro ancora, ce ne sono parecchie.
Il quadro ormai sembra abbastanza chiaro. Anche la Procura di Catania, anche in quel caso il procuratore Zuccaro in persona, del resto, si è pronunciata, qualche anno fa, sempre sul suo conto, con un atto ufficiale, in risposta ad una precisa domanda della Commissione Regionale Antimafia, riguardante l’ipotesi di un attentato ai suoi danni, sempre da parte della mafia. Si trattava, della presunta preparazione di un attentato che, come sostenuto invece dal Dott. Zuccaro, è stato immaginato solo da lui e di cui, anche in questo caso, non c’è alcun riscontro.

A questo punto aspettiamo che termini questa ennesima tempesta mediatico-giudiziaria che rischia inoltre di travolgere anche i vertici del giornalismo italiano.

Il Borrometi, assieme al suo avvocato di fiducia, alcune settimane fa ha chiesto ed ottenuto, nel corso di una conferenza stampa convocata a Roma, pieno sostegno e grande solidarietà anche  dal presidente nazionale dell’Ordine dei Giornalisti ed dal presidente della Federazione Nazionale della Stampa. Ha tentato di spiegare ancora una volta, a tutti quanti, all’Italia intera, ed a reti unificate, quello che del resto abbiamo letto nelle numerose querele che ha presentato nei confronti di alcuni giornalisti e blogger. Li ha accusati, ingiustamente, citiamo a memoria, di appartenere ad un’associazione a delinquere dedita alla diffamazione nei suoi confronti.

Mentre il suo avvocato, qualche giorno prima da dentro un’aula di un tribunale, per l’esattezza il 19 luglio scorso, a Ragusa, si è addirittura spinto oltre, individuando anche la matrice di questa associazione. Tanto per cambiare, manco a dirlo, e non poteva essere altrimenti, indovinate di che stampo è l’associazione di giornalisti e blogger che ce l’avrebbe con Borrometi?

Ma ovviamente di stampo mafioso!

Ed altrettanto ovviamente la procura di Siracusa non ha potuto fare altro, come detto, che chiedere l’archiviazione di un’accusa così infamante e campata in aria.

Ancora non riusciamo a crederci!

Pensate un po’, un gruppo di giornalisti e blogger, che non si conoscevano tra di loro, dei lupi solitari cioè, ma affiliati alla mafia, ad un certo punto si sono messi assieme per diffamare uno degli ultimi ‘apostoli dell’antimafia’.

A quale pro, non lo sappiamo.

Siamo tentati di farcelo spiegare da Borrometi e dal suo esimio avvocato, possibilmente presso la sezione civile di un tribunale, dove si occupano di risarcire le vittime di questo genere di accuse calunniose.

Ci sembra un dejavu, un film già visto qualche anno fa.

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