Non rinunciano alla prescrizione otto imputati, tra cui il presidente Schifani, al processo sul “Sistema Montante”. Proseguito l’ascolto in aula dell’imprenditore Pietro Di Vincenzo.

 

Al maxi processo sul cosiddetto “Sistema Montante”, a carico di 30 imputati tra imprenditori, politici e forze dell’ordine, in corso innanzi al Tribunale di Caltanissetta, presieduto da Francesco D’Arrigo, da ultimo è scattata la prescrizione per altri otto imputati, tra cui l’attuale presidente della Regione, Renato Schifani, al quale è contestata l’ipotesi di reato di rivelazione di segreto d’ufficio e conseguente concorso esterno in associazione a delinquere. Gli altri sette sono: il colonnello dei Carabinieri Giuseppe D’Agata, il caporeparto dell’Aisi Servizi segreti Andrea Cavacece, il tributarista Angelo Cuva, l’ex direttore dell’Aisi Arturo Esposito, il sindacalista Maurizio Bernava, e i fratelli imprenditori nel settore della sicurezza Andrea e Salvatore Calì. Ebbene, così come i difensori dei sette coimputati, anche il difensore di Renato Schifani, l’avvocato Roberto Tricoli, ha annunciato che il suo assistito non rinuncerà alla prescrizione. E come gli altri ha dichiarato: “Ci rimettiamo alle valutazioni del Tribunale”. E i giudici si pronunceranno a tal proposito lunedì prossimo. Nel frattempo è proseguito l’ascolto in aula come testimone dell’imprenditore nisseno, Pietro Di Vincenzo, già vice presidente di ConfIndustria Sicilia, parte offesa e parte civile, che ha aggiunto: “Un giorno, era il 30 aprile del 1996, venne a trovarmi in ufficio Antonello Montante. Mi espresse solidarietà dopo gli attentati subiti dalla mia impresa, e mi offrì aiuto perché avrebbe potuto mettermi in contatto con il suo compare, il boss, condannato per mafia con sentenza definitiva, Vincenzo Arnone. Non mi parlò esplicitamente di denaro ma per me era evidente che si riferisse a una situazione con esborso di denaro per far finire gli attacchi della criminalità organizzata. Per la mia esperienza di imprenditore, tutte le volte che qualcuno si è messo in mezzo per ‘mettere le cose a posto’ mi è stato poi chiesto del denaro. A quel punto feci buon viso a cattivo gioco, lo ringraziai e gli dissi che non era il caso. Già pagavo il pizzo ad altri soggetti e quindi non ritenevo di aggiungere altri sanguisuga alla mia tasca. Da allora ho sempre cercato di avere con Montante un atteggiamento garbato ma con una notevole diffidenza nei suoi confronti”. E poi Pietro Di Vincenzo ha aggiunto ancora: “L’ascesa di Antonello Montante a presidente di ConfIndustria fu possibile anche grazie ai suoi rapporti con il questore Filippo Piritore, che lo ha messo nelle condizioni di essere eletto facendogli avere tutti i voti dell’Eni, per il tramite del capo della sicurezza dell’Eni. Ricordo che Piritore non mi diede la tutela nonostante due malviventi, Angelo Palermo e Pietro Riggio, furono intercettati mentre parlavano delle minacce che mi erano state inviate. I due si lamentavano che non erano servite a nulla. A seguito di questo fatto il commissario Staffa ritenne opportuno richiedere una tutela nei miei confronti, ma a questa richiesta il questore di Caltanissetta Piritore non ha dato seguito. Tra l’altro in questo dialogo si parlava di fare un assalto a casa mia dove vivevo con mia mamma, in campagna, con un rapimento”.

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