“Depistaggio Borsellino”: Galatolo su La Barbera

Al processo d’Appello in corso a Caltanissetta sul depistaggio delle indagini dopo la strage di Via D’Amelio ha deposto il collaboratore, Vito Galatolo. I dettagli.

Al processo di secondo grado, in corso innanzi alla Corte d’Appello di Caltanissetta, sul depistaggio delle indagini dopo la strage di via D’Amelio, è stata riavviata l’istruttoria dibattimentale. Sono riascoltati i collaboratori di giustizia Vito Galatolo e Francesco Onorato, e l’ex poliziotto Gioacchino Genchi. E dunque adesso la Corte d’Appello, presieduta da Giovanbattista Tona, ha convocato Vito Galatolo, annunciando che la sua testimonianza sarebbe ruotata soprattutto intorno all’ex capo della Squadra Mobile di Palermo all’epoca delle stragi del ’92, Arnaldo La Barbera, indicato come il primo “burattinaio” del falso pentito Vincenzo Scarantino. E Galatolo tra l’altro ha raccontato: “Ho visto Arnaldo La Barbera dentro vicolo Pipitone con i miei occhi, due volte, la prima quando mio zio Giuseppe Galatolo era ai domiciliari, a giugno 1990, e poi a metà del 1991. Mio zio scendeva, perché non lo faceva salire a casa, e si mettevano a parlare nello scantinato, una mezzoretta”. E poi, più nel dettaglio ha aggiunto: “Quando facevo la sentinella a vicolo Pipitone, nel nostro covo, ricordo che venivano appartenenti delle istituzioni. Il maresciallo Sarzana era a libro paga della famiglia dell’Acquasanta, ci avvisava delle operazioni e di quello che succedeva, da noi veniva anche Aiello, ‘Faccia da mostro’, lo chiamavo così perché da bambini ci faceva paura quando lo vedevamo. Me lo disse mio zio Giuseppe Galatolo che Aiello lavorava per lo Stato. Poi veniva Bruno Contrada, e qualche volta anche La Barbera, nei primi anni ’90. La Barbera l’ho poi visto spesso nella nostra borgata e in via D’Amelio. Venivano anche due poliziotti, Piazza e Agostino, a cercare latitanti, e il nostro lavoro era quello di far scappare i latitanti nei cunicoli”. Poi, incalzato dal pubblico ministero, Maurizio Bonaccorso, affinchè fosse più preciso, Vito Galatolo ha risposto: “A giugno 1990, e poi a metà del 1991 mio zio Giuseppe ci chiamava, dandoci disposizione su dove metterci, io conoscevo di vista La Barbera, e mio zio mi disse che era uno della Polizia, e noi ci mettevamo a blindare tutto il vicolo, per controllare che non passasse nessuno. Le posso dire che è venuto di sera e non di giorno, in entrambe le occasioni. Ha posteggiato fuori dal vicolo, a piedi è entrato e uno dei miei cugini gli faceva cenno di andare avanti, ma lui rispondeva che sapeva dove andare. Quindi mio zio scendeva, lo seguiva nello scantinato. L’ho visto da solo, non con altre persone. Non posso escludere che arrivava da solo in auto o con qualcuno. Non so di cosa parlassero con mio zio”. Poi Vito Galatolo ha concluso raccontando quando avrebbero voluto uccidere Arnaldo La Barbera perché aveva sparato e ucciso un rapinatore loro amico, Mimmo Fasone, il 4 gennaio ‘92, in un centro estetica a Palermo. E ha affermato: “Mimmo Fasone era un ragazzo di borgata, era rapinatore, bravo ragazzo per noi, in base alla mentalità criminale, non parlava e si faceva i fatti suoi, quando abbiamo saputo che lo avevano ucciso, parlando con i miei cugini, ci è scappato dalla bocca di spaccare le corna a La Barbera. Tramite Angelo Galatolo, figlio di mio zio Giuseppe, parlavamo di fare un’azione criminale, un attentato, ma dopo una ventina di giorni durante il primo colloquio con il figlio, non ricordo se Angelo o Stefano, mio zio Giuseppe ci ha mandato a dire di non permetterci minimamente a pensarlo. Ho saputo in famiglia che La Barbera era a disposizione della famiglia Madonia, mio zio Giuseppe mi disse che La Barbera ‘mancia mancia peggiu ri lautri’ (mangia peggio degli altri), ma Nino Madonia ci teneva tantissimo a questo signore, e che era nel loro libro paga”.

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