AgrigentoPrimo Piano

SI PROGETTA UN’AGRIGENTO NORMALE. MA PERCHE’ ERA ANORMALE?

di Paolo Cilona e Diego Romeo — İ casati della politica hanno ripreso vigoria in vista delle prossime elezioni per il rinnovo del Consiglio comunale di Agrigento. İntendo famiglie che da decenni hanno messo il cappello sulle poltrone. Si tratta di un lungo elenco di personaggi che attraverso il modo di fare politica traggono benefici, benemerenze, e soprattutto il titolo di grande benefattore a servizio della comunità. Vero o non vero lo scettro del comando passa inesorabilmente dalle mani del bisnonno al nonno, e dal figlio al nipote, sinanco ai cugini di primo grado. L’elenco ad Agrigento è assai lungo: La Loggia, Bonfiglio, Gallo, Alfano, Cirillo, Di Maida, Bruccoleri, Zicari, Russo, D’Alessandro, Scifo, Caruselli, Vecchio, Mongiovi, Sollano. Dal 1870 al 1907 gli agrigentini erano tutti liberale-progressisti; dal 1908 al 1922 tutti popolari con padre Sclafani; dal 1923 al 1943 tutti fascisti; dal 1944 al 1993 tutti democristiani; dal 1994 al 2017 tutti berlusconiani; dal 2018 tutti meloniani. İl popolo agrigentino per sua storica vocazione è salito sempre sul carro del vincitore di turno. È l’unica città d’İtalia che non ha registrato un sindaco che fosse stato espresso dalla sinistra. Anzi va detto che nelle ultime elezioni la sinistra non è riuscita ad eleggere nessun  consigliere. Ci sono motivi che evidenziano la specificità del territorio. Si tratta di una città soggiogata dal pubblico impiego dove gli elettori sono tutti dipendenti pubblici che non hanno mai letto né l’Unità né l’Avanti. L’elettore agrigentino è anche il legittimo erede di chi  voto’  per il Re (novanta per cento) nel primo Referendum Nazionale.. È possibile cambiare il corso delle cose in questa città dove ancora oggi prevale l’interesse personale da tutelare? È qui di seguito vengono in mente  le parole di Empedocle:,”Gli agrigentini costruiscono le case come se non dovessero mai morire e mangiano come se dovessero morire il giorno dopo”. È il popolo che teorizza in cuor suo che il politico che ruba merita la santificazione in quanto considerato “spertu e abile“e chi invece da prova di onestà nella gestione della cosa pubblica è ritenuto un “emerito cretino” cioè persona ritenuta incapace di approfittare del bene pubblico affidatogli. Ma sarebbe bene ricordare, per una riflessione, il saggio di Massimo D’Alema “Un paese normale”  uscito il primo di agosto del 1995 e  oggi quasi introvabile. Su Amazon si può  recuperare -sta scritto –una copia “cartonata con sovracoperta, in 8°; pp. 206; Volume con interni molto buoni, sembra mai letto, naturali segni del tempo, tagli leggermente ingialliti”, indicazioni drammatiche di un libro che allora risultò molto interlocutorio e che oggi si ripercuote nel quotidiano cahier de doleance  scritto dall’ex 5Stelle Di Battista sulla “Democrazia deviata”  : Alle ultime elezioni europee, nel nostro Paese, ha votato il 48,13% degli aventi diritto. Nel 1979, quando si tennero le prime consultazioni, votò l’85,65% degli italiani. L’Europa, Italia inclusa, sta affrontando la peggiore crisi politica, sociale, demografica e valoriale della sua storia. Tuttavia l’abbandono delle urne è dovuto a un altro fattore: la consapevolezza di vivere in una democrazia deviata. Milioni di persone scelgono di non votare perché credono che le decisioni non vengano più prese all’interno dei Parlamenti ma altrove; pensano che i grandi uomini d’affari e gli Ad dei fondi di investimento o delle fabbriche di armi contino più di ministri e parlamentari. I cittadini chiedono di stare alla larga dai conflitti, ma i politici, o chi muove i fili, non fanno altro che alimentarli. E a deviare la sempre più claudicante democrazia ci pensano anche i mezzi di informazione, divenuti casse di risonanza delle fake news dette dai politici bellicisti, da chi mente sulla guerra in Ucraina o da chi consente il genocidio a Gaza. Gli europei vogliono diritti, non armi, eppure la Commissione europea, mentendo sulle volontà di Mosca, spinge per un piano di riarmo che potrà solo accrescere il rischio di una catastrofe mondiale. Alla luce di tutto questo, ha ancora senso parlare di democrazia?. Anche per questo le prossime elezioni agrigentine potranno risultare una cartina di tornasole, un test probante  anche per  l’interpretazione delle opere pirandelliane, fiore all’occhiello di una certa agrigentinità. Un vituperato “pirandellismo” che continua ad essere un alibi “normale” nell’arrabbattare   un testo di don Luigi  che viene spesso tradito e piegato a risorse cimiteriali- familistiche come si è visto nell’imbarazzante esordio del  logo “Settimana pirandelliana”. Anche qui, quale popolo pirandelliano,  quale rispetto per le didascalie che rischiano continuamente lo stesso destino politico di una città  che ha” il territorio più violentato della Sicilia”, usata e depredata. Sempre “buttanissima” come canta Pietrangelo Buttafuoco. Con fior di siciliani che rappresentano le favole e i miti, inneggiando al risveglio degli dei senza minimamente pensare come questo sia la rappresentazione  grossolana che i popoli solitamente fanno di se stessi, della loro storia, della loro origine. E per questo si spendono centinaia di migliaia di denaro pubblico.  Anche la Chiesa che 10 anni fa  definì Agrigento “fiore appassito dai petali calpestati” dovrà , prima o poi, trovare un penitenziere che spieghi ad una città cattodemocristiana (il titolo è  onorifico) come i miti debbano essere considerati ormai non come deformazioni di una sapienza originaria e tracce di un tempo precedente ma come punto di partenza temporale  sulla strada del perfezionamento dei popoli anche verso una Fede (per quanti credono) e una riconquista della Grazia senza mistiche esplosioni schizofreniche.. Certo, tutta roba da palingenesi e con sollecitazioni che vengono fuori solo in tempi di campagna elettorale dove si sprecano le promesse palingenetico-lavoristiche. Comunque c’è sempre speranza perché l’antropocene non è una epoca, non ha una fine ufficiale-dicono gli scienziati-e l’era umana è senza dubbio in corso . Ciò significa che, dal punto di vista geologico, viviamo ancora nell’Olocene.  Un intermezzo che consente ai casati agrigentini di “respirare”  e in attesa del trapasso geologico, stanno lì, attenti ed eretti come  “ i cani della prateria” pronti a infilarsi nelle tane per sfuggire a nuovi predatori.

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