Il crollo del ponte Morandi a Genova, con le sue decine di vittime e dispersi, forse contribuirà a svegliarci da un nostro colpevole sonno che dura ormai da alcuni decenni e  che si è trasformato in vero e proprio incubo.

Avremmo dovuto capire, sin dagli anni Settanta del Novecento, a che cosa sono servite le privatizzazioni in Italia.

A partire dalla privatizzazioni delle banche, compresa la stessa Banca d’Italia, con la conseguente perdita della sovranità monetaria ed il rovinoso crollo dell’economia italiana.

Oggi all’ordine del giorno c’è l’ennesima tragedia che è anch’essa la conseguenza di una delle tante privatizzazioni, quella delle autostrade.

Chi cerca i colpevoli del disastro di ferragosto sa già che sul banco degli imputati saliranno a breve i vertici ed il managment  di Autostrade per l’Italia S.p.A., la società concessionaria fondata da Alessandro Benetton nel 2002 che, sino al 31 dicembre 2038, data di scadenza della concessione statale, continuerà a gestire in Italia 2.964,7 km di autostrade.

Autostrade per l’Italia fa parte del gruppo Atlantia, sempre riconducibile alla famiglia Benetton, che sin dagli inizi degli anni Duemila ha preferito  svestire in parte i panni di industriali tessili, per indossare anche quelli di concessionari di pubblici servizi.

Tutti quanti ricordiamo l’immagine che di sé stessi i Benetton diffondevano in giro per il mondo. Mi riferisco a quel famosissimo logo di fabbrica, United Colors of Benetton, che sembrava un inno alla solidarietà tra i popoli della terra, creato dal famoso fotografo Oliviero Toscano. 

Il gruppo Benetton, come è risaputo nasce nel trevigiano come industria tessile e dell’abbigliamento. Poi, in tempi di globalizzazione l’azienda viene in parte delocalizzata. Si sposta anche in Bangladesh, dove con qualche centesimo di euro riesce a produrre magliette che poi rivende al prezzo di alcune decine di euro l’una. Alla faccia del terribile sfruttamento e dei diritti dei lavoratori asiatici! E’ ancora vivo infatti il tragico ricordo di ciò che è avvenuto nel 2013, quando a Dacca, a seguito del crollo di un fatiscente palazzo di 8 piani, morirono 400 operai che confezionavano indumenti anche per conto dei Benetton, per un euro al giorno, ammassati come delle sardine e morti tutti quanti schiacciati l’uno sull’altro.

Dal 2002 essi hanno iniziato a diversificare i loro interessi imprenditoriali e, proprio grazie alle cosiddette privatizzazioni, in poco tempo sono riusciti a fatturare qualcosa come 5 miliardi di euro all’anno, con un utile netto di oltre un miliardo, occupandosi di infrastrutture autostradali e aeroportuali.

Oggi infatti gestiscono  5.000 chilometri di autostrade a pedaggio in Italia, Brasile, Cile, India, Polonia oltre agli aeroporti di Fiumicino e Ciampino in Italia e quelli di Nizza, Cannes-Mandelieu e Saint Tropez in Francia.

Cosa c’entrano le magliette con le autostrade e gli aeroporti, non lo sappiamo.

Probabilmente è solo una questione di principio.

In Bangladesh con un euro ci compri uno schiavo che, col suo durissimo lavoro, frutta centinaia di euro al giorno.

In Italia riscuoti ogni anno 4 miliardi di euro di pedaggi autostradali, per gestire 3 mila chilometri di autostrade e ne spendi soltanto qualche centinaio di milioni per la loro manutenzione.

Il risultato è che ti resta in tasca più del 90% di quello che incassi.

Quale altro business può garantire di più?

Al di là dei loro  ingenti guadagni i Benetton, se ci avete fatto caso, producono grosso modo gli stessi disastrosi effetti da un capo all’altro del mondo. I cittadini sfruttati e schiavizzati del Bangladesh muoiono schiacciati sotto le macerie di un palazzo;  mentre gli italiani, tartassati dai loro carissimi pedaggi, muoiono schiacciati sotto i ponti che crollano a causa della loro mancata manutenzione e messa in sicurezza.

Quando si dice che lo stile non è acqua!

E’ sempre e comunque una questione di stile, sia quando ci si occupa di capi di abbigliamento alla moda che di autostrade. Per quelli come United Colors of Benetton basta socializzare le perdite, quelle economiche ed anche le perdite di vite umane e, soprattutto, ottimizzare i guadagni.

Salvatore   Petrotto

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