Il 14 settembre del 1988 è un giorno come tanti per il giudice in pensione Alberto Giacomelli. La vendemmia è terminata e come ogni anno il magistrato e la sua famiglia si sono trasferiti nella casa di campagna a Locogrande, una frazione del comune di Trapani.
Giacomelli esce di casa alle otto del mattino e, a bordo della sua Fiat Panda (che nel frattempo ha sostituito l’auto di servizio), si immette nella via Falconara diretto verso la strada statale 115.
Il suo corpo viene ritrovato al centro dell’asfalto.
Nessun segno di frenata. Lo sportello chiuso. Ha ancora le chiavi in mano.
Tre spari.
La sua vita interrotta da due proiettili che lo colpiscono alla testa e all’addome, aveva sessantanove anni.
A circa duecento metri, vicino ad un cassonetto per i rifiuti, viene ritrovata una vespa di colore celeste ed una pistola cal. 38 e, all’interno del contenitore, un casco di colore rosso.
Subito dopo partì la delegittimazione, e le indagini degli inquirenti si indirizzarono verso questioni di campagna e, in particolare, sulla gestione (presunta) poco chiara, di terreni e soldi, da parte del giudice tanto da non escludere l’ipotesi di un delitto legato ad un tentativo di estorsione.
Dopo, un lungo silenzio.
È, a tutti gli effetti, un delitto «senza» quello di Alberto Giacomelli: senza clamore, senza assassini (mai trovati), senza movente per lungo tempo, senza lapidi e celebrazioni.
Si saprà solo dopo molti anni – quando ne parleranno i pentiti di Cosa Nostra – che il giudice aveva “pagato” per avere confiscato con un provvedimento un “bene di famiglia”, una proprietà di Gaetano Riina, il fratello dello “zio Totò”, il capo dei capi, in quel 1988 latitante già da quasi vent’anni. Proprio in quegli anni era entrata in vigore la legge “Rognoni – La Torre” con la quale si colpivano le mafie nelle ricchezze e nei patrimoni accumulati, indebolendole sia dal punto di vista economico che, soprattutto, da quello sociale e proprio tra i primi provvedimenti emessi ci furono quelli della sezione Misure di Prevenzione del Tribunale di Trapani di cui Alberto Giacomelli ne era il presidente.
Il 28 gennaio 1985 il collegio da lui presieduto decretava l’applicazione della misura di prevenzione della sorveglianza speciale per la durata di tre anni a Gaetano Riina e la confisca dei beni immobili appartenenti a lui e alla moglie, Vita Cardinetto.
Un “affronto” troppo grave, tanto che Gaetano Riina cercò non solo di ricorrere ai gradi superiori della Giustizia per riavere la sua casa ma anche di mantenerne il possesso facendosi nominare affidatario e chiedendo di poter ottenere la disponibilità di uno degli immobili che avevano costituito la sua casa di abitazione (richiesta che non gli fu accordata).
Fu quella firma a “condannare” Giacomelli.
In qualità di mandante, l’unico condannato per l’omicidio del giudice di Trapani, è stato Salvatore Riina, colpevole d’aver cagionato la morte di Giacomelli; degli esecutori, invece, nessuna traccia. Una vendetta attuata 3 anni e mezzo dopo, perché la mafia non dimentica. La mafia non uccide mai senza una ragione (la loro) ma la prevedibilità del delitto Giacomelli non poteva essere annunciata, e la piena verità, purtroppo, non è stata raggiunta.
Per il delitto gli esecutori non sono mai stati individuati.
Undici giorni dopo l’omicidio del giudice verranno uccisi dalla barbarie mafiosa, il giudice Antonino Saetta, assassinato sulla strada Agrigento – Caltanissetta insieme al figlio Stefano e, poche ore dopo, il 26 settembre 1988, il giornalista Mauro Rostagno, vittima di un agguato a Valderice.
Morti che gridano ancora giustizia e che si portano dietro qualche mistero e poche certezze.
Alberto Giacomelli prima di essere giudice è stato uomo e da uomo è stato ucciso. Colpito per il suo servizio prestato in magistratura, quando magistrato non era più.
E’ l’unico caso di un giudice ucciso quando era già in pensione.
Chi lo ha conosciuto racconta ancora oggi la sua ricchezza di umanità, gli insegnamenti colmi di etica e il rispetto anche per gli imputati, l’attitudine a socializzare con i giovani, avvocati e magistrati, non curandosi mai delle gerarchie.
Per voce di popolo, Alberto Giacomelli, era semplicemente “u zù Betto”, ed era forse il giudice più amabile e benvoluto degli uffici giudiziari trapanesi. Il suo viso esprimeva quella sensibilità e quell’accoglienza che non è facile trovare tra i magistrati, soprattutto tra i vecchi magistrati; una categoria professionale difficile e a volte troppo chiusa in se stessa. Giacomelli lo sapeva bene e, in un certo qual modo, per questo è stato un magistrato adottante: come racconteranno molti colleghi, lui accoglieva chiunque arrivasse.
Un uomo sensibile e di vasta cultura che aveva sempre vissuto la propria vita e la propria professione serenamente.
Una storia lontana dalle attenzioni dei cronisti e dalle luci degli studi televisivi, una storia che ci insegna la normalità del “dovere”, nella professione e nella vita, anche a distanza di trent’anni dall’omicidio mafioso del giudice Alberto Giacomelli.
Un uomo al quale il nostro Paese deve essere profondamente grato.

 

fonte http://mafie.blogautore.repubblica.it/

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